venerdì 30 giugno 2023

Il concetto del valore in sé della Natura

                                        Wild Nahani




“Un filosofo ha definito questa essenza imponderabile il noumeno delle cose materiali. Esso è in opposizione al fenomeno, che è ponderabile e prevedibile, fin nel moto delle più lontane stelle.”


— Aldo Leopold (A Sand County Almanac, 1949)


1. Oltre la Mediazione Sensibile: Fenomeno e Noumeno


La conoscenza di un fenomeno è puramente empirica: è il frutto della mediazione sensibile del soggetto percipiente. Tuttavia, tale acquisizione non può mai essere elevata a concetto universale, essendo del tutto arbitrario generalizzare un'esperienza strettamente individuale e soggetta a un "momento" empirico continuamente variabile.


Il valore in sé (o intrinseco) di una realtà — il noumeno naturale — prescinde invece da qualsiasi mediazione o utilità umana. Esso assume un carattere duraturo, universale e reale. È un principio essenziale e profondo che trascende il soggetto per divenire la sostanza stessa dell'oggetto:


“Il Tao che può essere detto non è l’eterno Tao.”


— Lao Tse (Tao Te Ching)


Solo in una fase successiva l'essere umano tenta di "interpretare" il noumeno, traducendolo in un "fenomeno", ossia in un oggetto per i propri sensi. Nasce così la spaccatura concettuale tra le "cose in se stesse" e le "cose rispetto a noi".


2. La Radice del Dualismo e la Lezione Ecocentrica


Questa visione dualistica e frammentata del mondo si è imposta prevalentemente in Occidente. La filosofia greca classica finì per collocare l'uomo — soggetto pensante e sensibile — al di fuori di una Natura oggettivata e subalterna; successivamente, la deriva antropocentrica della cultura religiosa ed economica occidentale ha consacrato l'uomo a "dominatore" e la Natura a "materia soggiogata". In Occidente si è esaltato l'Io a scapito del Tutto.


“Il 'controllo della natura' è una frase piena di presunzione, nata in un periodo della biologia e della filosofia che potremmo definire l’Età di Neanderthal, quando ancora si riteneva che la natura esistesse per l’esclusivo vantaggio dell’uomo.”


— Rachel Carson (Primavera silenziosa, 1962)


Al contrario, molte culture tradizionali — come quelle degli Indiani d'America o le filosofie orientali — hanno storicamente mantenuto una visione unificante e non antropocentrica, priva della cesura dualistica. Una prospettiva radicata nel rispetto per tutte le manifestazioni della vita e sulla concezione dell'esistenza come partecipazione incessante alla creazione.


“Il dualismo divide l’uomo dalla natura, separandolo così da se stesso, in quanto anch’egli è natura... Una concezione dualistica implica che l’individuo si senta innanzitutto separato dall’altro e contrapposto ad esso. Il pensiero divisore vede l’uomo opposto alla Natura e chiamato a dominarla... Sotto questo aspetto, il pensiero indiano tradizionale ruota invece attorno ai concetti di una grande famiglia cosmica e di solidarietà con il Tutto.”


— H. Kaiser (1992)


3. Dalla "Dualità" al Rispetto Incondizionato


È fondamentale distinguere il dualismo antagonistico dal concetto di dualità. Come evidenzia Kaiser, la dualità (giorno-notte, terra-cielo, estate-inverno, attrazione-repulsione) non rappresenta una spaccatura di valori contrapposti dove uno domina l'altro, ma un equilibrio di realtà di pari dignità, complementari e interdipendenti.


Quando la dualità perde il suo principio di armonia e complementarietà, degenera nel dualismo conflittuale. Persino la fisica moderna ha smesso di interpretare le apparenti contraddizioni della materia come realtà che si escludono, cogliendole come volti diversi di un'unica matrice.


“Ci è stato detto che il mondo è stato creato per l’uomo: è una supposizione completamente smentita dai fatti. Sono in molti a stupirsi quando nell’universo trovano qualcosa, vivo o morto, che non sia utile o commestibile per l’uomo... È molto più probabile che la natura abbia creato gli animali e le piante per la loro stessa felicità, piuttosto che per quella di uno solo dei suoi elementi.”


— John Muir


4. Il Valore Intrinseco come Massima Elevazione Etica


Affermare che la Natura debba essere preservata e rispettata per il suo valore in sé — senza alcuna nostra attribuzione di utile, guadagno o godimento — rappresenta il vertice più alto della filosofia della conservazione.


Nelle abituali speculazioni umane, la conservazione viene quasi sempre giustificata "in rapporto a noi": proteggiamo una foresta affinché le generazioni presenti e future possano goderne sul piano materiale, ricreativo o spirituale.


L'Ecologia Profonda impone un salto di paradigma e un concetto superiore:


“La Natura deve essere conservata e rispettata per il suo valore intrinseco, non per un nostro interesse — sia esso materiale o spirituale.”


Un fenomeno naturale ha la sua massima valenza in sé stesso e si manifesta indipendentemente dalla nostra osservazione. Pretendere di "spiegare" o addomesticare scientificamente e integralmente l'universo naturale senza considerare il condizionamento dell'osservatore è una pura illusione cartesiana (come ricordava il fisico John Wheeler: "non c'è nessuna legge tranne la legge che non c'è nessuna legge").


L'uomo moderno, spezzando il cordone ombelicale con la Wilderness, ha smarrito la percezione dell'armonia originaria che un lupo o un orso possiedono naturalmente. Ha trasformato la propria fondamentale esigenza di sopravvivenza in un egocentrismo speciesista e totalizzante, convincendosi di essere l'unico metro di misura del pianeta.


“La Natura può aver destinato la terra fertile anche ad altri scopi che al nutrimento degli esseri umani.”


— John Muir


5. La Wilderness e il Riconetto con l'Universo


L'ecologia superficiale e antropocentrica continua a considerare la Natura come un mero serbatoio di risorse al servizio dell'uomo (Arne Naess, 1989). Al contrario, l'Ecologia Profonda e il Concetto di Wilderness attribuiscono un valore intrinseco a tutte le entità biotiche e abiotiche, promuovendo un processo di identificazione transpersonale con il Tutto.


Comprendere il valore in sé significa praticare una vera rivoluzione interiore: ridimensionare l'Io per rifluire nel mare dell'impersonale. Chi interiorizza questo principio sviluppa una visione totalizzante che si riflette in ogni gesto della vita quotidiana.


“Abbiamo cercato di metterci in relazione con il mondo intorno a noi soltanto attraverso il lato sinistro della nostra mente, e stiamo chiaramente fallendo. Se intendiamo ristabilire un rapporto vivibile, ci sarà necessario riconoscere la saggezza della natura, consapevoli che il rapporto con la terra e il mondo naturale richiede l’intero nostro essere.”


— Dolores LaChapelle (1989)


“Ero uscito solo per fare una passeggiata, ma alla fine decisi di restare fuori fino al tramonto: perché mi resi conto che l’andar fuori era, in realtà, un andar dentro.”


— John Muir


6. Custodire il Selvaggio per ciò che È


Conservare un territorio naturale significa sottrarlo per sempre alla logica antropica del profitto, del presunto "sviluppo" o della "valorizzazione". Significa riadottare un contegno ancestrale e rispettoso: nessun lupo, nessun orso e nessun cervo ha mai preteso di "far produrre" il proprio habitat; semplicemente lo abita da millenni, lasciandolo integro per le generazioni a venire.


“La natura selvaggia è un bisogno spirituale che ognuno di noi si porta dentro... È acqua libera di scorrere, di erodere, di gonfiarsi e straripare; è la libertà di volare e di correre degli animali; sono gli orizzonti intatti di montagne o di piatte paludi; è l’immensità del cielo su un panorama d’erba; è il silenzio della natura e lo scrosciare d’acque nelle valli montane... La natura selvaggia è girare attorno lo sguardo e non vedere segno d’uomo; è ascoltare e non udire rumori d’uomo.”


— Franco Zunino


“La protezione di un territorio naturale può certamente avere molti ruoli, molte finalità, ma credo che solo uno debba essere lo scopo per cui la si debba attuare: conservare il territorio fine a se stesso... Decidere di conservare un luogo è decidere di tenere per quel luogo un comportamento ancestrale, animale, quale è la nostra origine, che è l’unico modo per poterci definire in equilibrio con l’ambiente.”


— Franco Zunino


“Dichiaro di capire


cosa c’è di meglio che dire il meglio:


lasciare sempre il meglio inespresso.”


— Walt Whitman (A Song of the Rolling Earth)

mercoledì 14 giugno 2023

Le Cattedrali del Silenzio: L’Inviolabile Maestà delle Foreste Primarie e la Custodia del Vetusto




"Le foreste vetuste sono i santuari del tempo, cattedrali viventi dove ogni albero antico custodisce la memoria della Terra e ogni colpo di vento sussurra il segreto di una natura mai violata dall'uomo"


L'Architettura Sacra dell'Incontaminato


Prima che la scure, la geometria dei rimboschimenti industriali e la visione utilitaristica dell'uomo frammentassero la superficie del pianeta, la Terra era avvolta da un respiro continuo e profondo: la foresta primaria (old-growth forest). Questo ecosistema non è una semplice somma di alberi, né un paesaggio statico immobilizzato nel tempo; è un organismo vivente complesso, un santuario biologico strutturatosi attraverso millenni di evoluzione incontaminata e dinamiche naturali mai interrotte dall'ingerenza antropica.

Nelle ultime cattedrali di taiga vetusta e nei lembi residui di bosco antico, la vita si manifesta in una tridimensionalità maestosa. Gli alberi secolari, con le loro chiome giganti e le cortecce scavate dalle intemperie, convivono con una biomassa monumentale di legno morto — eretto e caduto — che costituisce il vero cuore pulsante della fertilità forestale. Ciò che l'uomo occidentale ha spesso liquidato con arroganza come "degrado" o "disordine" è in realtà la matrice fondamentale della biodiversità: un micro-mondo microscopico e macroscopico in cui funghi micorrizici, insetti saproxilici, licheni polmonari (Lobarion) e muschi rari intessono la rete della rigenerazione perpetua.

L'Antitesi tra Selva Vetusta e "Mancanza di Gestione"


La cultura antropocentrica e le logiche del mercato forestale hanno introdotto un inganno culturale pernicioso: l'idea che la foresta necessiti dell'intervento umano per "rimanere in salute" o per essere "pulita". L'ecologia profonda e la scienza naturalistica sul campo smentiscono radicalmente questa visione mercantilistica. La foresta primaria non ha bisogno di essere gestita; essa autogoverna la propria complessità attraverso cicli di disturbo naturale — schianti da vento, incendi spontanei, decadimento organico — che creano una mosaico unico di micro-habitat.

Quando l'uomo interviene "razionalizzando" il bosco, estraendo il ceduo o eliminando il legno deperito, riduce una complessa architettura biologica a una mera monocultura semplificata, priva di resilienza e svuotata della sua anima selvaggia. Specie strettamente legate alle grandi foreste indisturbate — dall'Orso bruno (Ursus arctos) al Ghiottone (Gulo gulo), dal Picchio tridattilo (Picoides tridactylus) alla Ghiandaia siberiana (Perisoreus infaustus) — dipendono vitalmente da questa inviolabilità strutturale. La scomparsa del vetusto equivale alla cancellazione del loro unico spazio di esistenza.

Il Valore Intrinseco del Vetusto: Una Testimonianza Etica e Spiritualistica


Al di là dell'inestimabile valore biologico e del ruolo critico nella regolazione del clima e del ciclo dell'carbonio, le foreste primarie incarnano la dimensione del sacro e dell'inviolabile. Entrare in una foresta primaria significa varcare la soglia di un tempo non umano, dove il ritmo della vita è dettato dalla calma secolare degli alberi e dal silenzio reverenziale della taiga.

Come insegnava Aldo Leopold, la vera maturità etica di una civiltà si misura dalla sua capacità di rinunciare al dominio e di concedere alla natura il diritto di esistere per se stessa. Le foreste primarie inviolate sono gli ultimi testimoni della sovranità originaria della Terra. Conservare questi santuari senza compromessi, protetti da strade, interventi selvicolturali e sfruttamento turistico, non è soltanto una scelta scientifica imprescindibile: è un atto di devozione verso la vita libera, una dichiarazione d'amore verso la wilderness e un dovere etico verso l'eternità del mondo selvaggio.


"Non è tanto per la sua bellezza che la foresta reclama il cuore degli uomini, quanto per quel qualcosa di sottile, quella qualità dell'aria che emana dai vecchi alberi, che cambia così meravigliosamente e rinnova uno spirito stanco"
Robert Louis Stevenson