lunedì 30 marzo 2020

Il punto di ascolto per una spiritualità della natura

Wild Nahani






NB. Testo tratto dal libro "Napapiiri" - Ritorno al selvatico


D’improvviso un giorno decisi di partire, ma forse fu più una viaggio della mente e della mia fantasia che una partenza fisica, non so; esso mi avrebbe dovuto condurre verso nuovi lidi, per aprimi le porte verso una realtà ben diversa, in parte inaspettata, ma da me inconsciamente voluta e forse già nota. Issai le “vele” e presi il largo anche se la navigazione si sarebbe potuta presentare tutt’altro che agevole. Avrei dovuto comporre un complicato puzzle senza averne l’immagine guida.

Trovavo delle luci cangianti, delle aurore musicali, delle voci inusitate e, alla fine, un lungo e indecifrabile ascolto di un qualcosa che si librava in alto tra le cime dello spirito.

Era cominciata la mia ricerca, una ricerca che era senza soggetto ne personaggi, una ricerca eterea dove il fluire delle silenti ed indissolubili anime conducevano ad un necrologio di vita.

Proseguivo a tratti con difficoltà, perché ciò che è profondamente vero non sempre è così facile. Aprii il mio cuore, spalancai i miei pertugi e ascoltai in silenzio ciò che non udivo. Le luci, dopo la loro scomposizione, si ricongiunsero, ma sembravano sfuggire come foglie mosse da un forte vento.

Attraversai dune alberate, superai massi disarmonici, camminai lungo un sentiero che non vedevo, ma alla fine giunsi ad una improvvisa ed amena radura: aprii il mio petto e lasciai che le lacrime se ne andassero fluenti senza porre ostacoli. Era il veleggiare senza vento, ma un duro, veritiero risvegliarsi delle membra.

Fu così che partii dentro me stesso per trovare ciò che restava della natura, una natura morente che stava per essere sepolta, ma che io volevo ancora vedere e soprattutto sentire prima che l’ultima manciata di terra fosse versata sui suoi resti. E, cosa di non secondaria importanza, volevo ancora capire e dire qualcosa. Avrei dovuto viaggiare a lungo, molto a lungo per riconnettermi con un mondo ormai perduto da cui io stesso, forse, ne volli essere escluso. Dovevo trovare un luogo, un punto di ascolto, dove sentire un “vento”, una spiritualità che probabilmente poteva insegnarmi qualcosa. 

Ero costretto a viaggiare con la mia mente perché il silenzio della primavera mi obbligava a farlo. Non un passo, non un fremito fendeva l’aria immota e nulla, nulla sembrava voler elargire parola.

Mi accostai ad un tronco caduto, ormai trasformato in humus, il pane della vita; un tronco millenario che racchiudeva nei suoi vanescenti resti la storia di un declino. Non il suo - quell’albero ne era stato solo un testimone - ma quello del nostro io che pian piano si spegneva con la volontà decisa di farlo.

Giunsi ad un bivio. Due sentieri quasi impercettibili, ma in fondo palesemente delineati. Ne scelsi uno a caso, ma il tragitto che pensavo alternativo fu breve. Solo un centinaio di passi ed i sentieri si sovrapposero d’improvviso. Era forse un monito ad una finta scelta dove l’obbligo del procedere pareva che regalasse un diversivo. Il segno era chiaro: il cammino doveva essere percorso in unico senso privo di deviazioni e scevro di corruzioni. Poi vidi un impronta nel fango, una impronta di un animale etereo, plastico, vanescente, sublime. Era passato da poco e in quel dagherrotipo di immagine scorsi agevolmente l’autore: un lupo. Vidi in quell’orma un mondo infinito, un mondo di ululati, fughe, corse a perdifiato e rigogli di gioie estinte. Mi soffermai, riflettei, fotografai col mio pensiero e poi compresi: quanti incontri avrei potuto fare nel mio viaggio e quale giusta via seguire senza una guida? Decisi così, in un sol fiato, di farmi “portare” spiritualmente dal quel simbolo della wilderness della terra. Presi quella guida, la nominai più volte nel mio io e fui così rinfrancato che avrei sicuramente trovato il mio luogo di ascolto! Ma il mio ascolto non era concepito solo come un udire qualcosa, ma soprattutto percepire dei messaggi, dei simboli, delle comprensioni eteree, delle sensazioni profonde che avrebbero travalicato lo spirito al di sopra di un meccanicismo palesemente tangibile.

Il mio viaggio era volto a settentrione, il grande nord della madre terra dove al freddo fisico che pungeva l’anima si contrapponeva la luce della limpidezza. Avevo ora almeno un punto di riferimento, un punto cardinale chiaro e definito. Ed avevo, soprattutto, la mia guida spirituale.

Sapevo di calpestare la mia ombra, ormai raggelata per la sua ineluttabile vanità. Calpestavo il mio dolore e la mia inerzia dinanzi al cangiarsi delle remote stagioni dell’anima. Seguivo intanto la pista del lupo e scorgevo, ai bordi del sentiero, le inevitabili devianze cui la mente tende. Distorsioni esistenziali, vacuità delle cose e, sopra ogni elemento, lo spirito fuggente che perde l’attimo per carpire il significato della terra. La nuda terra sotto i miei piedi e, dinanzi al chiaro vedere delle cose, l’oscura ombra di me stesso, intrisa di speranze egoistiche e centripete.

Il giorno fu lungo, il cammino incessante, ma la mia meta, il punto di ascolto nel grande nord, doveva essere raggiunta. Solo lì percepivo che avrei potuto ascoltare l’assoluto e l’inossidabile vento delle magie dove ogni parametro si sarebbe disgregato per ricomporsi nel giusto verso della spiritualità della natura in una affinità elettiva senza compromessi.

Ignare follie, tristezze certe, allucinazioni reali e, nel mezzo, la mia ombra ormai unificata a quella della mia guida. Il desiderio di avere, di possedere, calunniava ciò che c’era di più puro nella madre terra. Io, la mia ombra, il mio intero stava ben appollaiato da un lato e, distinta e allontanata, la natura sembrava che mi osservasse sgomenta perché da me “volutamente” disgiunta. Avevo reciso ciò che era indivisibile, avevo rimosso ciò che era inamovibile ed ero entrato, classicamente e con spavalderia, nella mia mente divisoria rinunciando a quell’unicum che era il flebile, ma incessante vento delle origini.

Ero una pietra, un sasso lanciato nel vuoto e traslavo tutta la mia pazzia verso il nulla della dualità. AVEVO SCISSO l’inscindibile, avevo sciolto l’indissolubile ed avevo gridato al mondo, forse ignaro del grave errore, il mio successo nel fare tutto ciò..........

Camminai molto, giorni e giorni, lasciando dietro alle mie spalle latitudini dopo latitudini. Cangiava ogni elemento, le foreste di conifere prendevano il posto a quelle delle latifoglie, e gli animali, sempre nuovi, mi guidavano verso settentrione. Un orso bruno nel fitto della foresta, un’alce da qualche parte, una grande diga di un castoro che implacidava l’andare delle acque e, la mia guida, il lupo, che, pur se non vedevo, mi indicava ognora la via. Ero a tratti stanco, ma sapevo che dovevo farcela.

Trascorsero molte lune e, giorno dopo giorno, guadagnai centinaia di chilometri. Non sapevo dove mi sarei dovuto fermare, ma fidavo nel mio senso interiore. Intanto nella mia mente si susseguivano velocemente le immagini della mia e soprattutto di tutta la vita dell’uomo con le sue “quiete disperazioni esistenziali” e con il suo procedere verso un luogo non definito, ma chiarissimo: la disintegrazione totale dell’ordine caotico della madre terra. Una disintegrazione che portava seco anche se stessi, ma, anche se non del tutto ignari, procedeva con estrema determinazione, come il fluire di un impetuoso tratto di fiume: “l’Occidente è una nave che sta colando a picco, la cui falla è ignorata da tutti. Ma tutti si danno da fare per rendere il viaggio più confortevole”.(Emanuele Severino) Quelle immagini mi scorrevano l’una dietro l’altra e tutte avevano un unico filo conduttore: recidere drasticamente il senso di unità con la terra. Era la stessa sensazione che avevo in me stesso, ma in questa occasione essa era traslata all’intera razza umana, almeno quella gran parte che rincorre il nulla e la divisione. Ma nel complesso, anche se in fondo non ci riuscivo, cercano con forza di non farmi soggiogare dal pensiero della sofferenza. Ricordai a tal proposito un bellissimo passo di un libro che ebbi la fortuna di scorrere qualche tempo prima: “Ogni infelicità è in parte, per così dire, l’ombra o il riflesso di se stessa: non è soltanto il proprio soffrire, ma anche il dover pensare continuamente al proprio soffrire. Io non solo vivo ogni interminabile giorno nel dolore per la sua morte, ma lo vivo pensando che vivo ogni giorno nel dolore.......”.(Lewis, 1990)

Cieli plumbei, crepuscoli dorati, aurore vanescenti e luci che nella loro intensità illuminavano a giorno il mio pensare.

Il grido del cuore, l’effimero innalzato, l’inutile arricchito e l’essenziale ignorato.

Il vento sulle guance, il fruscio delle foreste e, d’improvviso, il fragore del tuono dopo il fulmine.

Il mio procedere era rallentato perché sentivo che la mia guida ora progrediva non più linearmente, ma si fermava ad annusare l’aria, zigzagava a destra e a sinistra, come per dirmi che il momento di fermarmi era molto vicino. Ma non sarebbe stato certamente un fermarmi statico, ma fondamentalmente dinamico e soprattutto riflessivo e costruttivo perché per comprendere appieno l’essenza dei fatti, l’unico modo era quello di ascoltare la natura. Il segno mi sarebbe quando prima arrivato.

Mi trovavo in uno scenario quasi surreale: articolate colline sullo sfondo, un sinuoso e a tratti impetuoso fiume nelle vicinanze e, dappertutto, una grandiosa, millenaria foresta primigenia. Un ambiente che toglieva il respiro, che concedeva all’essere il più profondo senso della wilderness dei luoghi e dello spirito. Ero forse giunto al mio luogo di ASCOLTO, dove avrei probabilmente compreso il giusto esistere e avrei respirato nella mente l’aria dell’armonico vivere. Ascoltare, comprendere, riflettere........... Mi sovvenne a quel punto una riflessione che un tempo non la condividevo in pieno, ma ora forse vi scorgevo qualcosa di coinvolgente:

“La vita va vista attraverso tutte le sue sfumature come i colori di un prisma. Occorre lasciarsi penetrare dalle mille luci che la attraversano, perché poi alla fine del processo tornano a ricomporsi, basta non opporre resistenza; ci sono cose che vanno vissute con partecipazione, come il male e il bene, l'amore e la gioia. E’ necessario farsi attraversare da loro e guardarle, in modo distaccato ma presente, facendo capire a chiunque che sei tu il padrone di te stesso, della tua mente e del tuo corpo”.

Fu questa la mia prima sensazione di pensiero ora che mi toccava il compito più arduo. Ricomporre il mio dissidio con la natura attraverso la penetrazione nei più reconditi recessi del proprio cuore onde demolire poco alla volta tutto quel trascorso errato e tangibile, ma del tutto effimero di cui la mia mente, ben rappresentante di tutto il genere umano, era così fortemente incastonata. Era come dover lavorare in una miniera per rimuovere il superfluo e trovare la vena madre, la fonte di tutte le ricchezze.

Dovetti muovermi ancora per una decina di giorni, valicare numerose colline e guadare piccoli fiumi, ma alla fine mi resi conto che il mio procedere non aveva più senso. La pista della mia “guida” era infatti scomparsa. Avevo percorso un lunghissimo cammino ed ora mi accorsi che ciò che cercavo potevo scoprirlo in tutta la sua interezza. Dovevo semplicemente, per modo di dire, ripulire a fondo le incrostazioni del mio essere, togliere i tappi dalle orecchie e cominciare ad ascoltare la grande spiritualità della wilderness........


Con profonda umiltà decisi di non riprendere più il mio viaggio a ritroso dal“punto di ascolto”, solitario e silente luogo dove lo spirito rientrava nella natura. Il mio peregrinare e la mia meta, forse più mentale, surreale ed interiore che fisica, mi indusse a riflettere bene poiché ora era forte in me la piena consapevolezza dell’amaro destino cui il genere umano a grandi passi si dirigeva ormai da troppo tempo. La mia ormai completa presa di coscienza sulla “verità nascosta”, mi spinse ad argomentare e a scrivere un ultimo passo riflessivo…... 

“Il palese monito della comprensione rivolto al viaggiatore errante difficilmente verrà in sincerità compreso, soprattutto nella sua profondità. Infatti in ‘superficie’ si registrano molti segni di parziale consapevolezza, ma nel reale e nell’esecutivo i cambiamenti appaiono solo fittizi e ‘scenografici’. E’ come essere caduti nelle sabbie mobili: ci si aggrappa disperatamente  a qualcosa per uscirne fuori, ma quel qualcosa è un effimero filo d’erba che velocemente si distacca. Ed allora l’affondare sarà inevitabile!

L’ultima frontiera della wilderness sta svanendo ormai sempre più. Un crepuscolo che conclude un giorno particolare, il cui giorno rappresenta lo stadio ultimo della vita libera ed incorrotta che ora, con il sopraggiungere delle tenebre, non si sa se l’indomani nella soffusa luce potrà continuare ancora ad esistere. Anche le vie più lunghe e tortuose prima o poi giungono al termine o al limite confluiscono in altre, ma ormai anche le altre hanno già esaurito il loro tragitto. Il cui andare, quindi, non potrà più dispiegarsi verso una consueta meta al di là da venire e si giunge, nella più profonda mestizia, alla conclusione che ormai non c’è più via da percorrere. Fermi, attoniti, ci si guarda intorno e ovunque si scorgono ampie distese fumanti che oscurano la profondità dei sensi visivi ed allora gli animi, perduti nell’ignoto, non scorgono più la via che potrebbero intraprendere. Nel paradosso ci si illude, ma solo per qualche istante, che una via, da qualche parte c’è, ignari che il nostro precedente andare ci aveva progressivamente portati verso il capolinea. Ed ora che l’incedere non è più concesso, nella mente riappaiono, tutto in una rapido baluginare di eventi, gli errori compiuti e le distruzioni perpetrate quando, all’epoca, si era sicuri che la via non sarebbe finita mai. Per conservare l’abbondanza, quando essa è tale, occorre amministrarla con parsimonia e con armonia, e mai, dico mai al di sopra delle sue capacità sostenibili e autogeneranti. In questo vi sono tutte le cose che lo spirito selvaggio, in un certo senso, non ha mai espressamente ‘detto’ perché lo ha sempre esternato, ogni ora, nell’intimo e sottile legame che nell’introspezione regge e unisce ogni affinità elettiva. Noi non abbiamo voluto ascoltare sia perché il nostro procedere ce lo ha sempre impedito e sia perché il nostro agire non voleva affatto percepire l’essenza delle cose. Per tutta l’esistenza siamo stati troppo ‘occupati’ nella pratica del saccheggio di ogni qual cosa ci venisse a tiro - noi stessi inclusi – senza la pur minima parvenza di coscienza e, alla resa dei conti: a cosa servono le lacrime più amare, lacrime che sigillano con il loro potentissimo materiale collageno, le luci ormai fattesi tenebre? E, nell’immenso baratro che si apre, sarà inevitabile il precipitare senza soluzione di continuità nel più profondo degli abissi; ma, cosa ancor più grave e come atto di perfidia finale, arrecando seco ogni cosa esistente, animata e non che era apparsa in quella che fu chiamata ‘madre terra’.

Quando, dunque, il ‘vento selvaggio’, la spiritualità della wilderness ci portava da sempre il monito degli errori, non abbiamo voluto in alcun modo percepirlo. Ma ora è forse troppo tardi per risalire dal profondo fosso, anche se eravamo stati fatti - parafrasando Rousseau - abbastanza forti affinché non potessimo cadervi. Quello che non poteva prevedersi è che noi abbiamo voluto rinunciare a quella forza!!”.


“La natura deve essere rispettata e salvaguardata per il suo valore in sé. E’ l'uomo che deve adattarsi alle sue esigenze e non viceversa. Se è possibile, si deve fare in modo che il mondo selvaggio viva nella sua libera continuità e nella sua fierezza, quella libertà e quella fierezza che l'uomo, prigioniero e schiavo delle proprie convenzioni, forse inconsciamente invidia.


Dopo questa mia ultima, triste, quasi disperata constatazione, mi raccolsi profondamente nel mio io mentre osservavo, melanconicamente, le luci che filtravano tra il fitto della foresta. A quel punto sapevo che una volta che si è rientrati nello spirito dell’ultima frontiera della natura, la “saggezza” ci dice di non tornare, in nessun caso, mai indietro. E, con estrema angoscia, scrissi “Se perderemo veramente il mondo selvaggio..... - parafrasando un famoso scritto (Cassandra di C. Wolf) - il dolore si impadronirà di noi. Ma grazie ad esso, dopo, e qualora un dopo ci sarà, ci rincontreremo e se dovessimo rivivere il selvaggio creeremo forse finalmente con esso un eterno rapporto di verità, di spiritualità, di unione, d’infinito ed indissolubile rispetto.........”. 

domenica 1 marzo 2020

La Deep Ecology di Arne Næss di Mario Porro

Arne Næss


Nel 1973, il filosofo norvegese Arne Næss (1912-2009) pubblicò sulla rivista che aveva fondato, Inquiry, il saggio The Shallow and the Deep, sintesi della relazione tenuta mesi prima a Bucarest, in occasione della terza Conferenza del World Future Research. Il testo, già apparso in traduzione italiana in Etiche della Terra. Antologia di filosofia ambientale (Vita e pensiero, 1998), si può leggere nel numero 46 che la rivista “Riga” (a cura di Franco Nasi e Luca Valera, edizioni Quodlibet), ha dedicato al promotore dell’ecologia profonda. Volendo prendere distanza dall’ecologia superficiale che si limiterebbe a lottare contro l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse, con l’obiettivo di conservare la salute e la ricchezza dei paesi sviluppati, Næss sviluppa un’ontologia modellata sulla lezione della psicologia della Gestalt. La realtà non è un comporsi di entità distinte e isolabili, ma è un “campo totale” in cui tutto ciò che esiste mantiene relazioni intrinseche con altri enti che contribuiscono a costituirlo. All’immagine canonica dell’uomo nell’ambiente, Næss sostituisce una visione complessa della realtà, in cui gli organismi sono nodi della rete biosferica e formano una costellazione intrecciata d’interazioni multiple. 

Dalla non separazione fra uomo e ambiente, partecipi di una comune gestalt, Næss trae il criterio di “egualitarismo biosferico, in linea di principio”, cioè dell’eguale diritto a realizzare le potenzialità da parte di ogni forma di vita, non solo individui, ma anche fiumi, montagne, ecc. Ne derivano l’esigenza di valorizzare la produzione primaria (agricoltura su piccola scala), il vegetarianismo, in base allo slogan “vivere leggeri e senza lasciare traccia”, di promuovere tecnologie dolci, di proteggere gli ecosistemi più che le singole forme di vita che non sono comunque, in linea di principio, mai da usare come mezzi. Næss non rientra fra i cosiddetti “profeti dell’apocalisse”, ma il suo ottimismo riguarda il XXII secolo; forse dovremo sprofondare ancora più in basso per poter cominciare, costretti dall’esigenza di sopravvivere, a risalire dal 2101, non solo in termini di sostenibilità ecologica ma anche di rapporti pacifici fra gli umani e di giustizia sociale. Quando si smarrisce il senso d’intima partecipazione con l’intera natura, a pagarne il prezzo è la qualità di vita dell’uomo stesso, a cui è negata la soddisfazione profonda che si può trarre dalla simbiosi con altre specie. Quest’idea unitaria della Natura Næss la sviluppò a 17 anni quando lesse in latino l’Ethica, ordine geometrico demonstrata di Spinoza; il Deus sive Natura del panteismo spinoziano evita il dualismo cartesiano fra materia e spirito, come spiegano i saggi raccolti in Introduzione all’ecologia (a cura di L. Valera, ETS, 2015). Il filosofo olandese del Seicento ispira anche l’approccio assiomatico su cui si è innestata la lezione che Næss ha appreso dalla frequentazione, fra il ’34 e il ’36, del Circolo di Vienna, dove ha sperimentato la tensione verso la chiarezza nella cooperazione sincera della ricerca. Ma, consapevole come Wittgenstein dei limiti del linguaggio, Næss riconosce l’impossibilità di dare un’unica definizione corretta di un concetto, in quanto nessuna parola esiste isolatamente, prende vita nel gioco complesso d’interpretazioni incrociate con cui gli interlocutori cercano d’intendersi. La comunicazione – spiegava nei corsi degli anni Cinquanta di semantica empirica negli Stati Uniti – non richiede una lingua condivisa; il che spiega perché Næss utilizzi spesso termini vaghi e generici, si serva del linguaggio quotidiano, contro le astrazioni dei “filosofi di professione”. Come sapeva il Gregory Bateson di Verso un’ecologia della mente (1972), la dote umana di distinguere enti garantita dal logos, cioè la facoltà di essere precisi su qualcosa che non sia relazione, ci ha allontanati dalla consapevolezza che tutta la realtà è essere-in-relazione. 

Pur avendo insegnato Filosofia a Oslo dal ’39 al ’54, e poi negli Stati Uniti, pur avendo dedicato molti scritti ai maggiori filosofi del Novecento, Næss non ha formulato un sistema; il suo obiettivo è stato la promozione di una coscienza ecologica, una “ecosofia” che sviluppi una percezione profonda del legame che ci connette al tutto. Nell’intervista concessa a Christian Diehm nel 2001 (raccolta in “Riga” con il titolo “Qui sto”, la formula con cui Lutero rifiutò di sottostare alle richieste papali), Næss dice di aver appreso da Kierkegaard a diffidare dei sistemi filosofici che vorrebbero imporsi come universali: ogni pensare sincero è espressione di un singolo che può cercarsi le premesse della sua sofia nei pensatori o nelle religioni con cui avverte maggiore sintonia. “Ho imparato a trascurare la necessità di visitare i grandi centri di filosofia, perché preferivo stare vicino alle montagne o sulle montagne”, scrive Næss, che è stato anche un alpinista di buon livello. Nel ’95 ha dedicato un libro – Hallingskarvet: How to Have a Long Life with an Old Father – alla sua relazione privilegiata con la grande montagna norvegese, fin dall’infanzia considerata un padre saggio e generoso (quasi un sostituto del padre biologico, morto quando lui aveva un anno). Nei pressi di Hallingskarvet, Næss costruì nel 1937 una baita nella località Tvergastein (dall’iniziale del luogo è derivato il nome di Ecosofia T attribuito al suo approccio), non lontano dalla baita in cui Ludwig Wittgenstein si rifugiò nel 1913. In quella casa, a millecinquecento metri di altezza, dove si giunge dopo tre ore di salita a piedi, Næss ha vissuto per lunghi mesi anche con la prima moglie e i figli piccoli. Vivere in un luogo estremo impone semplicità volontaria, concentrazione sull’essenziale, un’esistenza frugale che apre alla ricchezza e profondità dell’esperienza. Gianfranco Marrone propone una lettura sottotraccia del primo capitolo di Siamo l’aria che respiriamo (Piano B edizioni, 2021), dove il senso di appartenenza alla Persona-Luogo – quella topophilia con cui Yi Fu Tuan indicava la dimensione affettiva del rapportarsi all’ambiente – non si traduce in una mistica immersione nella natura, ma promuove un senso di partecipazione dove si smarriscono i tradizionali confini fra uomo e ambiente. 

In uno dei saggi raccolti in “Riga”, Peder Anker accomuna l’esperienza di Næss a quella di Aldo Leopold, che negli anni Trenta del Novecento sistemò una vecchia fattoria nel Wisconsin. Il fondatore dell’Etica della Terra invitava a “pensare come una montagna”, anticipando il “pensare come pensa la natura” che sarà di Gregory Bateson. La montagna non teme i lupi ma i cervi, che possono distruggere i germogli delle piante e rendere cedevole il terreno; occorre considerare la complessa rete di relazioni che s’intreccia in un ecosistema, senza privilegiare una specie, per poterlo salvaguardare. Anche Henry D. Thoreau (1817-1862) si era costruito una capanna sulle rive del lago Walden a Concord, in Massachusetts. “Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto” (Walden, la vita nei boschi, 1854, Rizzoli). La lezione di “disobbedienza civile” di Thoreau sarà fatta propria da Gandhi, a cui Næss si richiama di continuo: l’aspirazione a un’esistenza autentica, la radicalità delle scelte umane e politiche, in nome di un attivismo militante e non violento, accomuna tre figure che hanno conosciuto l’esperienza del carcere. Næss è stato più volte arrestato dalla polizia nel corso di manifestazioni per la pace, contro il rischio nucleare, per la giustizia sociale e la responsabilità ecologica.  

Più che una visione globale, il filosofo norvegese ha cercato di testimoniare un modo di “essere al mondo”, uno stile di vita ispirato, ma non dedotto, dalla conoscenza ecologica. Pur essendo una “scienza sovversiva”, anche l’ecologia incorre nei limiti che sono propri, a suo parere, di ogni metodologia scientifica; implica separazione fra soggetto e oggetto, concentrazione su schemi astratti che frantumano le gestalt complesse, opera tagli della realtà, diceva Bergson, e questo si è tradotto nella “freddezza”, se non nella barbarie, dei comportamenti umani nei confronti della natura. C’è chi come Michel Serres ha tratto ispirazione dall’ecologia, scienza dei flussi e delle comunicazioni, per auspicare lo sviluppo di un’etica che valorizzi virtù come l’umiltà – il cui etimo rimanda all’humus –, la mitezza e la temperanza, principi in cui la lingua ripete saggiamente le componenti del clima che accentuano la biodiversità. L’approccio di Næss ha sullo sfondo l’esigenza di recuperare il “mondo della vita” quale dimenticato fondamento di senso delle scienze naturali, come proponeva l’Husserl della Crisi delle scienze europee. L’analisi che frammenta il reale non è ovviamente sterile sul piano cognitivo, ma la fonte originaria del nostro rapportarsi al mondo va cercata nei “processi spontanei”, nell’esperienza immediata di fronte alla natura. Come rileva il saggio di David Rothenberg, l’ecosofia T ha origine da “intuizioni” in cui gli aspetti emotivi, etici ed esistenziali restano originariamente indivisi. “Forse che il regno dell’esperienza, carico di valori, spontaneo ed emozionale, non è una fonte di conoscenza della realtà altrettanto autentica quanto la fisica matematica?”, scrive Næss in Ecosofia (RED, 1994). La tradizione fenomenologica, in particolare Merleau Ponty, ha insistito sul ruolo che il corpo, connesso all’ambiente, svolge in ogni forma di esperienza. Dolores LaChapelle, che ha promosso un approccio pedagogico sperimentale sulla base dell’ecologia profonda, richiama le indicazioni di James Gibson in The ecological approach to visual perception del 1979. La percezione non è riducibile al confronto fra organi di senso e oggetti, ma è una relazione fra l’organismo e un ambiente, che compongono un’unica gestalt. I nostri sensi sono sistemi esplorativi che si rapportano a significati dinamici presenti nell’ambiente, alle affordance, cioè agli inviti all’uso che emergono dal luogo e dall’atmosfera. È su queste basi che Andy Clark e David Chalmers, in un articolo comparso sulle pagine della rivista “Analysis” nel gennaio del 1998, hanno formulato la teoria della ‘mente estesa’. “La mente si estende al mondo”, la cognizione è incarnata e l’ambiente svolge un ruolo attivo nel guidare i processi cognitivi.

Uscire al tramonto per ascoltare gli alberi, sentire che anche le rocce sono dotate di vita, non significa proiettare sui fenomeni naturali le proprie emozioni, perché la realtà di un ente consiste negli infiniti modi di relazionarsi in cui sono incluse anche le prospettive del soggetto. La scienza classica distingueva fra qualità primarie e oggettive (riducibili a ordine e misura) e secondarie, come colori e odori, che implicano la percezione di un soggetto. Come suggeriscono i saggi di Giacomo Scarpelli e Gabrel Vidal Quiñones, quelle a cui Næss si rivolge non sono le prime, entia rationis, strutture astratte e scarnificate, ma quelle “terziarie”, come la tranquillità di un lago, dove l’esperire è carico di componenti emotive. È su queste basi che Næss si oppone alla separazione tra fatti e valori, all’argomentazione di matrice humiana, cara alla tradizione analitica, secondo cui non si possono trarre dalle leggi descrittive della scienza le prescrizioni dell’etica, pena la caduta nella fallacia naturalistica. Per Næss, restituire valore intrinseco agli ecosistemi è un corollario della prospettiva gestaltica dell’ecosofia, cioè di una visione globale e di per sé normativa. Quando si è operato il riorientamento gestaltico e si è modificato il nostro sguardo sul mondo fino a comprendere che “siamo gocce nel ruscello della vita”, possiamo evitare le basi atomistiche dell’etica e la difficoltà di compiere il salto dall’egoismo all’altruismo, e oggi all’ambientalismo. Roberto Bondì ricorda che, a differenza dell’anti-umanesimo di James Lovelock per il quale l’esigenza più impellente è “mantenere la Terra quale luogo adatto e confortevole per la vita”, anche a detrimento di quella “calamità” che sarebbe la nostra specie, Næss difende il valore dell’individualità, chiamata alla realizzazione del “Sé ecologico”. La norma fondamentale dell’ecosofia T mira all’espansione di sé: avendo interiorizzato le relazioni con il mondo, si giunge a promuovere un essere-insieme, un’identificazione con la natura che porta a massimizzare la varietà della vita. George Session (autore con Bill Devall di Ecologia profonda, Gruppo Abele, 1989) connette l’approccio di Næss all’ecologia trans-personale promossa da Warwick Fox, di cui il numero di “Riga” riporta un ampio saggio di rilettura in chiave psicologica dell’ecologia profonda. Il sé che si espande avverte come primari gli interessi delle altre specie, lascia che gli altri realizzino le loro potenzialità: la protezione della Natura diventa un gesto spontaneo, come la cura di sé. Per sfuggire alle pieghe e ai dualismi del pensiero dell’Occidente, a partire dalla distinzione fra l’uomo e la natura, Næss si richiama alle tradizioni dell’Oriente, al taoismo e al buddismo (su cui si sofferma il saggio di Elisa Cavazza). Ma essenziale per lui è stato l’incontro con la lezione di Gandhi già a partire dal 1931, un’influenza che si accentua nel dopoguerra quando – ricorda Giuseppe Ferrari – promuove forme di “giustizia riparativa” per tentare di sconfiggere l’odio fra collaborazionisti detenuti e parenti delle loro vittime. Il principio gandhiano dell’Ahimsa chiede di evitare di ferire i sentimenti o la dignità di qualunque essere, in nome di un senso di riverenza per la vita, di compassione (karuna), che sorge dal vedere se stessi negli altri viventi (advaita), dal realizzare sé come parte del Sé universale (Atman). 

Næss richiama la distinzione kantiana fra le azioni compiute in obbedienza all’imperativo categorico, e le belle azioni, compiute non per dovere, ma per inclinazione. Non dobbiamo ricorrere a ingiunzioni morali, ma ad inviti esperienziali, ricorda Næss con un esempio significativo: “Se sei seduto vicino a un ruscello e vedi un piccolo animale che sta per caderci dentro e fai un piccolo movimento con il dito per aiutarlo, in maniera completamente spontanea, senza pensarci affatto, direi che per un momento ti sei identificato con lui”. Forse Næss aveva presente quanto scriveva Mencio, il saggio confuciano, nel IV secolo a. C.: chiunque veda un bambino sul punto di cadere in un pozzo è colto da un violento sgomento e si precipita per salvarlo. Il sentimento d’insopportabilità di fronte al dolore dell’altro non deriva da calcolo o riflessione, la reazione è spontanea come se non fossi io il padrone della mia iniziativa; è l’esistenza stessa, attraverso di me, che insorge in favore dell’altro, il che testimonia che l’uomo inclina al bene come l’acqua tende sponte sua verso il basso. Non c’è bisogno di comandamenti o di precetti in campo morale, basta estendere la reazione d’intollerabilità al di là noi stessi, lasciare che si propaghi in cerchi sempre più larghi, fino a includervi i viventi non umani. Si tratta, in altri termini, di sviluppare le inclinazioni già implicite nella nostra natura, fino a farne un habitus, un ethos, una disposizione interiore nel senso di Aristotele.  

Il nucleo saliente del pensiero attivo di Næss è la convinzione che una compiuta maturità umana conduca inevitabilmente a un livello elevato d’identificazione positiva con tutte le forme viventi. Si tratta di consentire al nostro ‘io ecologico’ di uscire dai confini della pelle per sperimentare emozioni forti che aumentino la libertà e la potenza (conatus) con cui tutti gli esseri dispiegano la propria natura. Anche qui gioca la lezione di Spinoza, il quale concepisce la conoscenza come un insieme di atti cognitivi di comprensione e amor intellectualis: siamo grandi quanto lo sono i nostri amori, diceva Spinoza. Nell’introduzione riportata in “Riga” alle sue Selected Works (Springer, 2005), il novantaduenne Næss scriveva: “possiamo aumentare la nostra libertà e il nostro senso di connessione con il mondo attraverso il rafforzamento e l’intensificazione delle nostre emozioni positive”. Il rapporto primario con il mondo non è di conoscenza, ma di connivenza (l’etimo latino indica l’intendersi “con un cenno degli occhi”), direbbe il sinologo François Jullien: quel rapporto “infantile” che ci mantiene in tacita intesa con le cose, quando i sensi e l’intelligenza non sono dissociati, quando ovunque intorno a sé ci sono “compagni” con cui intrattenersi.