domenica 30 marzo 2025

L'AQUILA REALE

 

Wild Nahani


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L’Aquila reale


Biologia, etologia e conservazione




 


Foto: Jari Peltomäki (Finlandia)




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                                                                                                                                                                       " Oh tu, aquila macchiata che vivi nel cielo vicino 

a Ukan-Tanka, quanto sono possenti le tue ali! 

Tu sei l'Uno che si prende cura del sacro divenire 

della nostra tribù e di tutto ciò che la fa vivere. 

Possano tutti i popoli essere felici e illuminati!"


Canto Sioux



Alla libera continuità del mondo selvaggio





Sinossi


Il sovrano indiscusso dei cieli e il simbolo vivente della natura selvaggia più incontaminata: l’Aquila reale (Aquila chrysaetos). In questa monografia scientifica accurata e ricca di fascino, l’esperto naturalista Wild Nahani con oltre venti libri all'attivo e una lunga esperienza vissuta nelle terre del Grande Nord, traccia un ritratto completo, rigoroso e aggiornato di uno dei predatori più straordinari del pianeta. Attraverso un perfetto equilibrio tra rigore scientifico e sensibilità ecologica, l'opera approfondisce la biologia, le complesse dinamiche comportamentali (etologia) e le strategie di riproduzione della specie. Il testo offre una panoramica dettagliata e aggiornata sullo stato di conservazione e sui trend delle popolazioni dell'aquila in Italia, nei Paesi anglofoni (Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada) e nelle solitudini della Finlandia, analizzando con precisione i delicati equilibri tra la fauna e l’impatto delle attività umane. Un testo fondamentale per biologi, ornitologi e studenti, ma anche un'opera imperdibile per tutti gli amanti della wilderness che desiderano comprendere e difendere l'integrità del mondo selvaggio.







Nota dell’Autore

(Wild Nahani)



Questo libro vuole essere un compendio delle osservazioni e delle ricerche che ho effettuato direttamente sul campo durante il volgere di oltre un ventennio. Il lettore vi troverà la descrizione della storia naturale dell’Aquila reale, presentando gli aspetti biologici ed etologici del rapace nonché le tematiche protezionistiche sulla specie. Per motivi strettamente protezionistici tutto il testo non fa mai riferimento alle collocazioni specifiche delle aquile se non, occasionalmente, in forma del tutto generale. 


Ulteriore intento dell’opera è quello di indirizzare l’attenzione del lettore alle problematiche ambientali, giacché non ci si potrebbe occupare della biologia di specie faunistiche, com’è appunto l’Aquila reale, senza tener conto dell’intimo rapporto che intercorre tra alterazione e/o distruzione di uno specifico ambiente ed estinzione della fauna che in quell’ambiente vive. Infatti la minaccia che pesa attualmente sulla vita di molte specie animali, tra cui le aquile con gli altri rapaci, il lupo, l’orso bruno, la lince, la lontra, ecc. non deriva soltanto dalle uccisioni dirette, già di per sé cariche di gravi conseguenze, ma discende anche dal progressivo degrado del territorio in cui quelle specie vivono. 


Con il presente scritto ci si augura di riuscire a dare un contributo alla conoscenza della storia naturale dell’Aquila reale e alla sua salvaguardia oltre a quella dell'ambiente nel suo insieme. Certo, questo modesto lavoro non può adempiere che marginalmente un siffatto impegno, ma si potrebbe essere tuttavia orgogliosi se solo si fosse contribuito alla definizione della vera identità di un rapace che, nel mutuare nel suo nobile aspetto la solennità stessa dei monti, appare come l'emblema del mirabile e delicato casuale equilibrio che regge l'ecosistema. In verità, in queste pagine, l’Aquila reale non viene osservata alla stregua di un oggetto passivo, ma diviene essa stessa un soggetto, ed assume anzi il ruolo di protagonista di una storia affascinante.


I luoghi dello studio sono stati molteplici, soprattutto per un utile riscontro comparativo delle varie coppie insediate in territori completamente diversi l’uno dall’altro, ed hanno avuto il loro fulcro nel contesto europeo (Scandinavia, Scozia, Alpi francesi, svizzere, Pirenei spagnoli, Carpazi polacchi) anche se è netta la prevalenza di quello italiano (Appennino centrale e qualche distretto delle Alpi) dove, tra l’altro, ho svolto il mio lavoro di naturalista con il Corpo Forestale dello Stato. E' doveroso infine ricordare che il presente lavoro non ha la pretesa di rappresentare uno studio completo sulla vita dell'Aquila reale, ma semplicemente una tappa nel difficile cammino verso la conoscenza dei fenomeni naturali.



Introduzione



Al di là del suo grande rilievo naturalistico l'Aquila reale è universalmente considerata un simbolo di forza e di dominio, tanto che molti Paesi si sono appropriati della sua immagine per rappresentarla sulle bandiere o sugli stemmi. Onorata dai poeti, sovrana incontrastata delle più alte vette, così da meritare l’appellativo di “regina delle montagne”,  l’Aquila è nella mitologia messaggera di Zeus, e per di più custode dei suoi fulmini (gli indiani nordamericani la chiamavano "l'uccello del tuono"). Gli Jowa ponevano fine alle loro danze di guerra con il "ballo dell'Aquila", simboleggiando movimenti e versi ad imitazione del divino uccello (Baumgartner, 1988) mentre i Pueblo degli Stati Uniti sud-occidentali mantenevano l'Aquila reale, l'aquila della guerra, per raccogliere le sue penne durante la muta (Burnham, 1991). Gli stessi amuleti indiani presentavano simboli aquilini e le penne d'Aquila ornavano copricapi e diademi. Quando venne presentata l'alleanza a Mosè, l'Aquila rappresentava la protezione e la forza del Dio. Lo stesso Shakespeare nei suoi scritti ricorre molto spesso alla citazione dei rapaci in generale e dell'Aquila in particolare. Anche le immagini pubblicitarie si sono largamente appropriate della figura dell'Aquila. Gli esempi potrebbero continuare a lungo. Scrive W. Fischer riferendosi alle Aquile detenute dai falconieri (in Baumgartner, 1988) "L'Aquila è un animale dalla forte personalità che si situa su di un piano relazionale molto stretto, quasi di uguaglianza con il proprietario. Grazie ad una memoria notevole, è in grado di registrare esperienze negative trasformandole in impressioni durevoli." Riconosce il suo padrone anche dopo anni di separazione ne dimentica sgarbatezze e buoni gesti (Baumgartner, 1988). Il fascino esercitato dall’Aquila con il suo volo planato, che sembra sfuggire alle leggi della gravitazione universale, con la rapidità del suo attacco che coglie la preda con la velocità del fulmine, ha da sempre stimolato la fantasia popolare con le credenze più strane, tra cui quella che concerne il suo nido inaccessibile e misterioso (Pedrini, 1987) o quella che, in tempi non troppo lontani, narrava di un’Aquila dai poderosi artigli che rapiva i neonati dalle culle. Ma, né la connaturata fierezza del rapace, né l’alone di leggenda che lo circonda, hanno potuto preservarlo da una secolare, sistematica persecuzione che è stata sul punto di minacciarne l’esistenza stessa. Se si pensa che l’Aquila (come molti altri predatori) era in tempi non troppo lontani ancora iscritta tra le specie “nocive” da distruggere con ogni mezzo (trappole, fucilate, bocconi avvelenati, distruzione dei nidi, prelievo delle uova, ecc.), ci si rende conto del grande rischio di estinzione che la specie ha corso. Fortunatamente negli ultimi decenni, grazie alle pressioni esercitate dal mondo scientifico e dalle associazioni protezionistiche, molti Paesi hanno adottato provvedimenti per la sua salvaguardia, che è stata ovviamente estesa anche agli altri rapaci. Permangono tuttavia gravi pericoli per la sopravvivenza dell’Aquila reale, derivanti non solo dalle uccisioni di frodo, ma anche dalla manomissione del territorio montano reso sempre più accessibile (leggasi turismo); in tal modo larghe parti del territorio hanno definitivamente perso la tranquillità e la pace, requisiti essenziali per la nidificazione e per la caccia esercitata dal rapace oltre che per il resto della fauna selvatica; una realtà del genere non farà altro che insidiare gravemente la libera esistenza dell’Aquila reale e porrà a repentaglio le ultime vestigia del suo habitat. Scrive a tal proposito Paolo Pedrini (1987): “...E’ una circostanza che va considerata nella politica di gestione e fruizione degli ambienti montani, se non si vuole vanificare nel futuro quanto l’Aquila reale è riuscita a ricostruire, da sola, riparando i danni provocati da secolari persecuzioni”.

E' dunque essenziale per la tutela di specie animali o vegetali, e nel nostro caso dell'Aquila reale, proteggere attivamente gli ambienti nel loro insieme. Ma il mondo naturale potrà avere un avvenire? La risposta parrebbe essere negativa, perché l’uomo è ormai prigioniero di un modello di sviluppo che comporta irreparabili squilibri ambientali ed è, per di più, protagonista di una paurosa esplosione demografica che gli ha fatto superare ormai da tempo il limite massimo del rapporto numero individui-carico ambientale. A ciò si aggiunge che una gran parte della popolazione del pianeta conduce un tenore di vita che comporta l’uso di una quantità enorme di energia nonché il consumo di preziosi metalli che si avviano ad un progressivo impoverimento.

Il degrado ambientale è arrivato a sì alto livello ed i problemi sono a tal punto complessi che, ipotizzare una loro soluzione all’interno di un solo Paese significa consumarsi in uno sforzo velleitario, giacché il degrado è, per così dire, ecumenico e non s’arresta davvero innanzi alle barriere doganali. Infatti è necessario osservare che il degrado non è uniformemente distribuito sul pianeta, in quanto esso presenta una distribuzione che potremmo definire a “macchia di leopardo”; sarebbe comunque una fallace speranza quella che intendesse ricostituire l’equilibrio ecologico generale mediante provvedimenti che curino le “macchie” caso per caso, poiché occorre al contrario che l’influenza negativa esercitata dalle attività umane sull’equilibrio ambientale venga drasticamente ridotta dappertutto.

Occorre poi sgombrare il campo degli studi naturalistici da una pregiudiziale che è di un tale rilievo da assumere il valore di una contraddizione in termini, poiché tale è appunto la pretesa di chi si ostina a considerare il problema ambientale esclusivamente in funzione dell’uomo. L’uomo è una parte, un tassello dell’ecosistema, non è l’ombelico della natura, perciò cade in un grave errore chi subordina la salvaguardia dell’ambiente al primato dell’uomo. Cade in grave errore chi dice, ad esempio, “ se continua la distruzione delle foreste il danno si ripercuoterà sull’uomo”...” se si continua ad avvelenare i campi anche l’uomo ne resterà avvelenato”. C’è insomma il rischio che nei nostri discorsi si ripresenti ognora il nostro inveterato antropocentrismo, tutto e sempre per l’uomo. Occorre ribaltare una siffatta concezione per porre al centro di tutto gli interessi globali della vita sulla Terra (visione olistica). La regola deve tendere a salvare un bosco secolare non per l’uomo, ma per il bosco stesso; alla fine anche l’uomo se ne avvantaggerà, ma sarà un riflesso, non lo scopo di quel salvataggio. La wilderness deve essere preservata per il suo valore in sé! Scrive a tal proposito Franco Zunino: ".....L'uomo deve rispettare la natura per il suo valore in sè, e deve sapersi tirare indietro non appena la sua presenza vi incide negativamente, non trovare cavilli e rimedi provvisori per giustificare la necessità o, peggio, il 'diritto' della sua presenza".

Le nostre azioni distruttive sono molteplici e quasi mai si comprendono appieno le implicazioni connesse agli interventi che turbano l’equilibrio naturale: se ad esempio l’uccisione di un’Aquila reale da parte di un bracconiere costituisce una drammatica ferita all’ambiente, una turbativa ancora maggiore è insita in quegli atti che, nel modificare l’ambiente in sé stesso, determina, col tempo, la scomparsa di tutte le Aquile nel territorio esaminato. Queste considerazioni sull’Aquila reale ci portano a riflettere ancora sull’interconnessione dei problemi ambientali. In natura non esistono fenomeni vitali che esauriscono in sé stessi la ragione di essere; tutti i fenomeni sono concatenati tra loro, un po’ come accade per le singole scansioni musicali di una sinfonia. Tenuto fermo tale principio, è del tutto intuitivo che in un siffatto concerto naturale l’assetto territoriale eserciti un’incidenza che sovrasta gli altri fattori, a simiglianza di quanto accade col “leit-motiv” di un testo musicale. 

In natura ogni specie svolge la propria parte all’interno di un processo dialettico che tende al conseguimento di uno stato di equilibrio; questo non è ovviamente perenne, ed ha in sé stesso la capacità di assestarsi sui parametri che via via si andranno definendo. E' da notare che ogni singola specificità biologica, allorché entra nel processo evolutivo che determinerà il punto di equilibrio dell’ecosistema, assume un suo ruolo ben definito. In teoria anche l’uomo dovrebbe partecipare al processo evolutivo a parità di diritto con le altre specie, sia animali che vegetali, ma ciò in realtà non accade perché l’uomo, a causa del suo sviluppo intellettivo è, tra l’altro, in grado di modificare e stravolgere l’assetto del territorio mediante opere gigantesche, come - ad esempio - le dighe che sbarrano i fiumi, le autostrade lunghe migliaia di chilometri, il prosciugamento dei laghi, la costruzione di città; a ciò si aggiunga che, forte della sua sofisticata tecnologia, l’uomo ha la possibilità di sterminare, nel volgere di un breve arco di tempo, qualsiasi altra forma vivente. L'uomo è dunque uscito dall'armonico rapporto con le risorse naturali e, autonomamente, ha accresciuto la propria popolazione e le proprie necessià a totale scapito della natura.

Da queste considerazioni appare chiaro che, attesa la estrema gravità del degrado ambientale, occorre intervenire radicalmente, senza compromessi, ponendo la salvaguardia dell’ambiente in posizione preminente rispetto a qualsiasi altro interesse; ciò può essere conseguito solo attivando una diversa corrente di pensiero che ha alla base una volontà opposta a quella attuale: quella di conservare. Ma solo se si acquisisce nella coscienza questa nuova forma mentis, si potrà veramente proteggere la natura e quindi in fondo anche noi stessi, altrimenti nessuna legge o coercizione impositiva potrà garantire una vera e reale salvaguardia dell'ambiente. Fin quando non considereremo per esempio un bosco o qualsiasi altra risorsa naturale come qualcosa di "unito" a noi e al tutto, nessun risultato o protezione di un territorio avrà valore e sopratutto concretezza.

E' triste doverlo ammettere, ma l'impatto che l'uomo esercita sul territorio è in drammatica contrapposizione con le esigenze dell'economia naturale (che domina è sempre l’economia umana). Sarebbe auspicabile pervenire ad una sostanziale riduzione della pressione demografica, ma un tale auspicio si colora purtroppo di folle utopia. Ridurre drasticamente la pressione demografica: un grande atto di altruismo verso la natura (ma anche verso noi stessi), è questo il precetto che ognuno di noi dovrebbe imparare a memoria, ma sappiamo bene che l'invocazione ha poche possibilità di essere ascoltata. E' inutile discutere sulla riduzione dei consumi, sull'inversione delle tendenze o sul controllo dell'inquinamento: sono solo parole che vanno via con il vento. La realtà è un crudo “aut-aut”, o si ridimensiona l'uomo o la natura. E' l'uomo che deve addattarsi alle esigenze della natura e non viceversa. La natura deve essere salvata e rispettata per il suo valore in sé, non per un nostro interesse, materiale, spirituale o etico che sia.

Fin quando l'umanità persevererà nell'attuale modello di sviluppo, gli animali selvatici vedranno ridurre il proprio spazio vitale giorno dopo giorno per fare posto al "signore uomo" re del creato. “Come i venti e i tramonti, la vita selvaggia era considerata sicura finché il cosiddetto progresso non ha cominciato a portarla via. Ora ci troviamo di fronte al problema se un ancora più alto livello di vita valga il suo spaventoso costo in tutto ciò che è naturale, libero e selvaggio” (A. Leopold).

Solo la totale scomparsa dell'antropocentrismo salverà la vita sul pianeta terra! Ogni altro compromesso sarà destinato a fallire. E ancora “C’è solo una speranza di respingere la tirannica ambizione della civiltà di conquistare ogni luogo della terra. Questa speranza è l’organizzazione delle genti più sensibili ai valori dello spirito, affinché combattano per la libera continuità della natura selvaggia” (Robert Marshall).

 All’uomo risale dunque la responsabilità di provvedere alla protezione della natura (perché è l'uomo che la distrugge e quindi è lui che deve conservarla), a meno che non si voglia considerare l'uomo alla stregua di una semplice componente del materialismo dialettico, a cui sarebbe stato affidato il compito di sovvertire l'ambiente naturale tramandatoci dalla biblica "creazione": solo questo potrebbe essere in chiave ironica l'essenza della filosofia antropocentrica. John Muir giustamente asseriva che la “civiltà” non può prescindere dalla wilderness, la natura selvaggia ed incorrotta.

A commento di queste osservazioni vorremmo porre in rilievo, concludendo con l’Aquila reale, che dietro la superba fierezza e l’ammirata energia del rapace si cela in realtà una natura di insospettata fragilità, fragilità che d’altronde si ritrova nell’intero ecosistema, tutto incentrato su un equilibrio casuale estremamente sensibile a tutto ciò che turba “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.


Prima di iniziare


Per realizzare la stesura completa del libro, ho dovuto affrontare il compito più arduo: raccogliere i voluminosi appunti di campo inerenti alla vita dell’Aquila reale annotati nel corso di molti anni. Non è stato un compito facile perché, oltre a dover assemblare in forma armonica ed ottimizzata l’ampio spaziare della ricerca (un vero e proprio puzzle), ho dovuto anche sviluppare in forma cronologica e conseguenziale tutti gli eventi annotati che, negli appunti, erano presenti in forma disgiunta ed estemporanea ed in più ho dovuto consultare moltissima bibliografia esistente sull’argomento per le necessarie integrazioni e per delle importanti conferme. Ma, pur dovendo impiegare per questo lavoro oltre due anni di “tavolino”, non ho provato mai un senso di disagio o di fastidio perché, mentre scorrevano le pagine o rileggevo gli appunti, la mia mente correva nel contempo a tutti quei bellissimi momenti che ho vissuto, nei vari luoghi, ad osservare le aquile. Mi sovveniva inoltre la bellissima sensazione di star continuamente a contatto con il mondo selvaggio, non solo riferito alle aquile, ma anche, più in generale, con i luoghi bellissimi e spesso solitari in cui mi sono mosso per ottenere i dati di questo studio. Ho pensato inoltre che in fondo non si sia trattato di uno studio vero e proprio, perché tale definizione è appropriata quando ci si dedica esclusivamente a ricerche inerenti alla vita dell’uomo (storia, filosofia, ecc.), ma con più precisione ad una scoperta o meglio riscoperta del mondo naturale che non è affatto disgiunto da noi, come millenni di cultura umana lo hanno fatto intendere, ma è un unicum esistenziale, inscindibile dal vivere. Ho compreso come il dualismo antropocentrico, ovvero la natura da una parte e l’uomo con le sue opere e la sua vita da un’altra, sia profondamente erroneo, non solo dal punto di vista concettuale, ma soprattutto dal punto di vista reale, perché la scissione dei due mondi è stata la causa del declino del genere umano e con esso quello del mondo selvaggio, perché trascinato dall’insensato operato dell’uomo verso il degrado ed il ridimensionamento. Gli insanabili contrasti nel pensiero occidentale tra economia e natura o tra cultura e natura, sono vere e proprie basi minate poiché, accesa la miccia, ogni cosa viene via.

Questo mio modesto lavoro, visto dunque in una ottica unificatrice, ha dunque contribuito, sin da quando iniziai le osservazioni, a farmi maturare e soprattutto a farmi riconnettermi con l’unicum dell’esistenza. In altri termini la wilderness dei luoghi e dello spirito.

E, con queste riflessioni che man mano mi tornavano alla mente mentre lavoravo alla stesura del testo, il mio essere è riuscito a travalicare quei fenomeni di chiusura e di visione unilaterale della natura per approdare invece in un olismo, che dal particolare osserva sempre il generale.

Infatti, in un’altra mia opera ho affermato: ...... - Una nuova etica ambientale non si riconosce con i dogmi e con le rigidità scientifiche specialistiche, ma soprattutto con una maturazione dello spirito, delle sensazioni e quindi del pensiero. Hargrove (1990) risponde all’interrogativo di Darwin sulla perdita, da parte dell’evoluzionista, dei gusti estetici verso la natura, affermando che tale perdita “è una conseguenza naturale dei suoi tentativi d’essere scientifico, di trattare coi soli fatti”. Lo sviluppo della specializzazione scientifica ha portato ad una sorta di “sordità specialistica” (Boulding in Pignatti 1994), cioè l’incapacità di percepire i caratteri generali di un sistema a causa della concentrazione ossessiva dell’attenzione sui particolari (Pignatti, 1994). La nozione olistica di paesaggio (natura) tende invece a superare questa particolare “sordità” ricercando una rappresentazione globale del sistema (Pignatti, 1994). Infatti Kuhn (1978) ci ricorda che “la scienza normale è un tentativo strenuo e determinato di costringere la natura nelle caselle concettuali fornite dall’istruzione professionale”...... -

Ovviamente, come accennato, il presente lavoro non può prescindere da particolarismi tecnici inerenti alla vita delle aquile, ma sono particolarismi che io li ho sempre visti in un contesto generale.

Prima di sviluppare analiticamente le varie fasi della biologia ed etologia dell’Aquila reale, ho inserito un primo capitolo in cui brevemente riassumo la “trama” del documentario della vita del rapace, così, successivamente, pur conoscendo i tratti salienti della storia, la “proiezione” intera del “filmato” farà scoprire e approfondire tutti gli eventi di questa vicenda naturale.

Il testo, redatto in forma diretta, non è accademicamente interrotto da tabbelle o diagrammi, così che la storia può seguire un filo conduttore continuo e sostanzialmente lineare.

Buona visione.



I. La trama del “documentario”



L’Aquila reale colonizza per lo più gli ambienti montani recanti pareti rocciose poco accessibili per nidificare ed ambienti aperti dove poter esercitare la caccia. Nelle località pianeggianti (Nordeuropa, Asia, ecc.), o in ogni caso prive di pareti rocciose, l’Aquila costruisce il proprio nido su grossi alberi e caccia nelle radure circostanti. Tuttavia nidi su alberi si rinvengono anche in zone dove sono presenti pareti rocciose; quest’ultimo caso però rappresenta quasi una rarità.

E’ di estrema importanza garantire la tranquillità dei territori occupati da una coppia di Aquila reale, poiché se il disturbo antropico diretto ed indiretto supera una soglia critica, l’Aquila si vede costretta ad abbandonare la zona. In aggiunta, se l’impoverimento della fauna predabile si acuisce particolarmente, la nidificazione può essere sospesa o messa in serio pericolo.

Negli anni passati, un gran numero di territori ha visto ridurre il numero delle coppie stabilmente insediate, sia per un forte impoverimento delle prede e sia per le persecuzioni dirette di cui è stata oggetto la specie al pari degli altri rapaci. Ora, grazie ad una tutela pressoché generale accordata dalla maggior parte degli Stati, le Aquile stanno recuperando il terreno perduto anche se certe località, per una serie di motivi (scarsità delle prede, disturbo, manomissione permanente del territorio, ecc.), non registrano ancora un recupero completo degli effettivi.

Occorre evidenziare che l’Aquila reale, al pari degli altri grandi rapaci, è molto sensibile al disturbo diretto soprattutto durante la nidificazione; la lentezza dell’accrescimento della popolazione è controbilanciata in natura dalla longevità degli individui adulti, non considerando ovviamente gli interventi distruttivi dell’uomo.


Le mie osservazioni sul campo si sono svolte in numerosi territori europei, ma prevalentemente in quelli italiani (soprattutto nella zona Appenninica e in forma minore in quella alpina). 

Ogni coppia possiede un proprio territorio la cui estensione può variare da poche decine di km2 a diverse centinaia. Ciò in stretta relazione con le caratteristiche dei luoghi, della disponibilità delle prede, dell’orografia, del disturbo antropico, ecc. 


Le fasce altitudinali di presenza variano a secondo del periodo stagionale. Infatti, durante la stagione invernale, soprattutto se c’è carico di neve in quota, le altitudini si abbassano anche sostanzialmente. Al di fuori del periodo riproduttivo le Aquila pur mantenendo la loro presenza base nel cuore del loro areale, la zona dei nidi, hanno più libertà di movimento e non è raro osservarle anche a notevole distanza da dove abitualmente si fanno vedere. Il possesso dei nidi viene ribadito sin dall’autunno-inverno, tanto che con regolarità si riesce ad osservarle mentre praticano accurate opere di riordino dei nidi mediante l’apporto di rami secchi o verdeggianti. Vi è una netta preferenza verso i nidi protetti dalle intemperie, anche se ho registrato diversi casi dove i nidi erano tutt’altro che protetti. Il sito di caccia principale è preferibilmente posto al di sopra dei nidi, questo per ovvi motivi di facilitare il riporto delle prede al nido. Nelle highlands scozzesi in alcune circostanze non ho rilevato questa caratteristica, caratteristica praticamente assente nei territori pianeggianti della taiga scandinava, siberiana o canadese (solo per fare alcuni esempi geografici).

Nelle località rocciose la morfologia del territorio di nidificazione è spesso articolata e spettacolare, pur non mancando nidi localizzati in ambienti meno appariscenti su pareti rocciose di minime dimensioni. In genere è il terzo superiore della parete la parte interessata alla collocazione del nido e questo per assicurare la massima inacessibilità al sito. In merito all’orientamento è difficile dare una rilevanza particolare. Normalmente le coppie possiedono mediamente 2-4 nidi, utilizzati a rotazione con spesso la preferenza per uno o due di essi. Una coppia in particolare, pur avendo 4 nidi a disposizione, tutti in ottimo stato, ne sceglieva quasi sempre uno. Una delle coppie da me spesso seguita ha a disposizione ben 10 nidi anche se solo 3-4 sono quelli che predilige nel corso degli anni tanto che alcuni risultano praticamente abbandonati. In una occasione ho riscontrato un nido solo accennato nella costruzione e non più ultimato né tanto meno utilizzato. All’interno del suo territorio vitale le Aquile non hanno solo i territori di caccia ed i siti di nidificazione, ma anche numerosi posatoi preferenziali per il riposo, per l’alimentazione o per esercitare la caccia da appostamento. Ovviamente oltre a questi posatoi abituali vi sono in abbondanza anche quelli occasionali ed estemporanei.

Gli accoppiamenti tra le Aquile avvengono quasi sempre nei pressi del sito riproduttivo e non presentano caratteristiche particolari. Grande spettacolarità assicurano invece le parate nuziali visibili durante quasi l’intero arco dell’anno ma più frequenti nel periodo compreso tra la fine dell’autunno e l’inizio della primavera. Esse si articolano in volteggi, acrobazie aeree, planate in coppia, picchiate del maschio sulla femmina e congiunzione in volo con gli artigli; poi d’improvviso uno dei due si lascia cadere, subito seguito dal partner; sono frequenti i voli ondulati e i classici “voli a festoni” che consistono in fulminee salite a candela, seguite da picchiate ad ali chiuse o semichiuse. Il volo a festoni è effettuato dalle Aquile anche per riaffermare il possesso territoriale nei confronti di intrusi. A volte ho notato la partecipazione del giovane dell’anno precedente, senza che gli adulti abbiano mai mostrato fastidio per tale partecipazione.

Nel periodo antecedente alla deposizione l’Aquila, soprattutto la femmina, apporta di continuo materiale nuovo al nido (sterpi, rami secchi, fronde verdeggianti) senza preoccuparsi di mimetizzarsi. Quando invece incomincia la cova, si può notare come spesso l’Aquila nell’uscire, ma soprattutto nell’entrare, compie particolari evoluzioni al fine di rendere meno visibile il suo rapporto col nido (sovente rasenta le rocce per mimetizzare la propria figura). Si è osservato che più va avanti la nidificazione più la fase d’ingresso al nido si arricchisce di cautele, cautele che raggiungono il massimo quando il pullo è già nel nido. In ogni caso l'ingresso finale al nido è quasi sempre dal basso, in risalita.

L’apporto di materiale verde al nido, effettuato anche nella fase dell’allevamento, ha certamente lo scopo di rinfrescare il nido, di ammorbidire la lettiera, e difendere dal sole gli eventuali resti alimentari, ma ha altresì lo scopo di riaffermare il dominio territoriale sia nei confronti dei conspecifici, che nei confronti dei potenziali predatori. Per lo stesso motivo può accadere che l’apporto di materiale verde venga effettuato anche a favore di altri nidi a disposizione, nonostante che per quell’anno essi non siano stati prescelti per l’allevamento. Ciò lo ho notato in tutte le coppie tenute sotto la mia continua osservazione. Anche se le Aquile un anno decidono di non riprodursi  apportano ugualmente materiale legnoso ai nidi sia prima che durante la stagione riproduttiva (di solito però in misura ridotta).

L’Aquila reale veleggia spesso a grandi altezze sfruttando le correnti termiche ascensionali o planando in linea retta da una versante all’altro di una valle. Estremamente raro e del tutto occasionale è invece il volo stazionario.

I membri della coppia si distinguono dalla taglia; la femmina infatti arriva a pesare anche un paio di chili più del maschio ed ha una apertura alare maggiore di almeno 20-30 cm. Tale differenza è poco evidente all’osservatore, a meno che le Aquile non volteggino in coppia e sullo stesso piano. Differenze di colorazione e di taglia si evidenziano anche tra le varie sottospecie.

La colorazione degli individui varia con l’età. Infatti nelle Aquile giovani e subadulte il piumaggio è di un bruno scuro, quasi nero, con ampie macchie bianche sopra e sotto le ali (remiganti) e su gran parte della coda (timoniere), alla cui estremità è però ben visibile una banda scura. Questa colorazione varia gradualmente nel tempo finché, verso il quarto-quinto anno, l’Aquila presenta una colorazione marrone nel complesso più chiara con  riflessi dorati in più punti del corpo, con particolare evidenza nel capo. Le colorazioni bianche della coda e delle ali scompaiono del tutto nell’età adulta; occorre tuttavia osservare che alcuni adulti possono conservare tracce del piumaggio bianco delle timoniere e delle primarie tanto da indurre ad errate valutazioni gli osservatori (sfasatura tra colorazione del piumaggio ed età effettiva). A volte inoltre si registrano anomalie del piumaggio sin dall’età giovanile (mancanza parziale o totale delle chiazze bianche, ridottissima estensione delle stesse, ecc.). L’età adulta di 4-5 anni, cui ci siamo poc’anzi riferiti, rappresenta anche l’epoca della maturità sessuale;  nell’età giovanile o in quella di immaturo-subadulto l’Aquila non può riprodursi e se lo fa la nidificazione non andrà in porto. La muta del piumaggio si protrae in genere da aprile a settembre. In una occasione osservai un giovane dell’anno senza la parte chiara delle timoniere, mentre in un’altra circostanza un giovane di un’altra coppia era privo delle macchie alari.


Le fasi di caccia sono spettacolari ed articolate anche se assistere alla “presa” finale della preda è tutt’altro che un evento comune. Più agevole invece osservarne le fasi generali della caccia: le Aquile sorvolano il territorio a bassa quota quasi radente il suolo, costeggiando i fianchi vallivi, le creste, le praterie di altitudine lasciandosi guidare dalle ondulazioni del terreno; così facendo il rapace riesce a sorprendere la preda che è quasi sempre catturata a terra, anche se non è raro osservare l’Aquila mentre cattura in volo qualche uccello. In quest’ultimo caso essa può compiere virate e improvvisi cambiamenti di direzione che lasciano sbalorditi per l’agilità mostrata dal rapace nonostante la sua mole. Oltre a questo tipo di caccia l’Aquila reale usa catturare le proprie prede anche con la tecnica dell’appostamento. In quest’ultimo caso il rapace, posato su una roccia, cerca di individuare gli eventuali movimenti di qualche animale a terra o in aria. Quando ciò si verifica l’Aquila parte d’improvviso aiutandosi con poderosi battiti alari se necessario.

Dopo lunghe osservazioni esperite sul campo ho avuto modo di registrare in alcune coppie un leggero divario tra la percentuale di successo conseguita dalla caccia di appostamento e quella conseguita dalla caccia di rastrellamento, ma i dati raccolti sono tuttavia insufficienti per una qualsiasi valutazione "venatoria" dell'argomento. Ma ora vediamo di sviluppare alcune considerazioni sulle due tecniche di caccia.

Come abbiamo appena visto, il rapace nella caccia da appostamento resta immobile su un posatoio dominante, scrutando attentamente le zone circostanti. Se individua una probabile preda si lancia con decisione in picchiata ad ali chiuse o semichiuse a seconda della velocità che vuole raggiungere (la sua poderosa vista gli permette di scorgere una lepre anche ad un chilometro e mezzo di distanza!). Quando sta per ghermire la preda protende in avanti le zampe munite dei poderosi artigli ed allarga le ali per frenare la corsa. E' questo il momento decisivo: se riesce a catturare la preda questa non ha possibilità di scampo; se invece la preda, accortasi dell'arrivo dell'Aquila, riesce con un balzo ad eludere l'insidia, inutilmente il rapace potrà sperare in un secondo tentativo. Infatti quando è a terra l'Aquila reale è estremamente goffa ed impacciata, ed impiega un tempo notevole per riprendere il volo nel tentativo di catturare la preda ormai in fuga. Alcune volte però, soprattutto se la vittima è una lepre, il secondo tentativo riesce ad andare in porto. Quando si tratta di una volpe, ho potuto osservare che se il primo tentativo va a vuoto è estremamente difficile che l'Aquila riesca a catturare lo scaltro mammifero in seconda battuta. Infatti il comportamento della lepre e quello della volpe, divergono in modo rilevante (ciò solo in riferimento ad osservazioni particolari non generalizzabili): quando la lepre subisce l'attacco dell'Aquila fugge immediatamente a grande velocità, consentendo a volte al rapace di riprendere il volo per ghermirla poco oltre. La volpe, al contrario - specie se si trova in territorio aperto che non offre nelle vicinanze un riparo sicuro - una volta che ha subìto il tentativo di caccia da parte dell'Aquila, non fugge quasi mai al primo tentativo di predazione ma controlla la situazione a distanza ravvicinata (1-2 metri), attendendo le ulteriori mosse dell'Aquila; alcune volte la volpe, di sovente con la coda alzata, si limita a compiere qualche giro intorno al rapace per disorientarlo. Una volta che l'Aquila ormai rassegnata riprende un po' a fatica il volo, la volpe trotterellando e sempre tenendo sotto controllo la situazione, si allontana con relativa tranquillità per guadagnare il primo rifugio sicuro. In una occasione mi è invece capitato di vedere una volpe fuggire immediatamente al tentativo di caccia dell'Aquila per portarsi all'interno di un boschetto distante solo una decina di metri. Ciò è avvenuto poiché il riparo naturale era a brevissima distanza.

Con la caccia a rastrello la tecnica cambia radicalmente in quanto, come abbiamo prima visto, il rapace deve compiere una ricerca attiva sorvolando un territorio notevolmente esteso, mantenendosi a bassa quota per scrutare tutte le pieghe del terreno. Con questa tecnica l'Aquila cerca di cogliere di sorpresa la preda che, vistasi scoperta, fugge per non essere ghermita (a volte la cattura avviene senza che la preda riesca a fuggire). Spesso questo tipo di caccia è esercitata contemporaneamente da entrambi gli individui della coppia (caccia in tandem): uno dei rapaci fa bella mostra di sé per distrarre la preda e spingerla allo scoperto; l'altro rapace raccoglie i frutti dell'inganno piombando all'improvviso con volo radente sulla sciagurata vittima. La caccia in tandem affascina per la perspicacia che la distingue, significando un’importante traguardo evolutivo raggiunto dalla specie.

Le osservazioni dirette delle coppie seguite hanno confermato i dati statistici in merito al successo della predazione da parte delle Aquile, nel senso che esso come negli altri predatori è alquanto basso, poiché non va oltre il 25-40% del totale dei tentativi di predazione (sembra che il successo venatorio sia comunque maggiore dove le prede sono molto abbondanti). Infatti su numerosi tentativi di predazioni (o presunti tali) alle quali ho assistito (36) solo 8 hanno avuto buon esito e di queste 5 erano il frutto della caccia a rastrello, contro 3 da appostamento. Le osservazioni sulle attività venatorie delle Aquile seguite hanno evidenziato come la caccia da appostamento sembra venga privilegiata durante il periodo invernale periodo in cui è molto importante per l'Aquila, come d'altronde per la maggior parte degli altri animali selvatici, ridurre al minimo il dispendio di calorie. In questo periodo infatti non è raro che il rapace rimanga a digiuno anche per più di una decina di giorni, mentre per compensare le basse temperature sarebbe necessario un maggiore apporto calorico. Quanto affermato ovviamente è solo una considerazione indicativa tutt'altro che generalizzabile. Alcuni ricercatori affermano che le Aquile preferiscono esercitare la caccia all’agguato. 

Occorre altresì ricordare la grande importanza che assume l'esperienza venatoria per l'Aquila reale spinta in tal modo a conseguire un approfondita conoscenza del proprio territorio, il che è essenziale anche nei confronti dell'allevamento dei piccoli. 

In una occasione durante l'allevamento del pullo, osservai un'Aquila maschio transitare in volteggio con una lepre tra le zampe appena predata dinanzi al nido nel quale la femmina era posizionata sul bordo a protezione parziale del piccolo che aveva 20 giorni di vita. Dopo una lunga esibizione, durata circa 4 minuti, il rapace si allontanò scomparendo alla vista dietro un profilo roccioso. Trascorsi una ventina di minuti l'Aquila riapparve alla vista sempre con la lepre tra le zampe; dopo un ulteriore ampio volteggio, di circa 3 minuti, in scivolata e senza esitazione si diresse verso il nido lasciando la preda sul bordo. Andato via il maschio, la femmina, sempre posizionata sul bordo, rimase inattiva per oltre 2 ore prima di lacerare le carni della preda per alimentare il pullo.


Il regime alimentare è in stretto rapporto con le prede disponibili che sono a loro volta in correlazione con la latitudine della zona e con il variare delle stagioni. Nella coppie seguite ho riscontrato che i mammiferi rappresentano l’alimento base; seguono poi gli uccelli, i rettili e le carogne che costituiscono una buona fonte alimentare, specie se c’è scarsità di prede vive (importante incidenza invernale). Durante la stagione estiva, soprattutto nelle località meridionali (Appennino italiano, Spagna, ecc.), vengono predati un grosso numero di rettili. Occorre comunque osservare che le carogne non vengono mai date come alimento ai pulli nel nido e solo poco prima dell'involo si registrano rari casi di alimentazione con carne proveniente da carogne fresche. Sui Tatra polacchi, per esempio, raramente le Aquile riportano al nido qualche tipo di rettile, mentre, nelle località nordiche (p.e. Scandinavia), gli uccelli sono quasi sempre le prede dominanti.


Nelle zone dove non vi è una eccessiva presenza di prede, probabilmente perché in passato sterminate da una irrazionale attività venatoria e da una notevole alterazione del territorio, condiziona non poco le fasi riproduttive delle coppie di Aquila reale, riproduzione spesso disturbata dalle presenze umane favorite dall’accessibilità dei luoghi frequentati dalle Aquile. Non è un caso, che solo raramente vengono allevati due aquilotti (probabile sinergia di condizioni: scarsezza alimentare-disturbo). Vigono tuttavia le dovute eccezioni. Infatti, potetti verificare che una coppia insediata in un territorio apparentemente “insignificante”, coronava abbastanza spesso il proprio allevamento annuale con l’involo di due esemplari. Un’altra coppia invece, pur vivendo in un’area protetta e apparentemente ricca di prede, non riusciva sovente nemmeno a completare la cova! 

Negli ultimi anni molti territori risultano sempre più protetti (parchi nazionali, regionali, riserve, ecc.), la pratica venatoria vietata o fortemente regolamentata e le altre attività umane tenute sotto controllo (almeno sulla carta). Si spera in tal modo che i territori possano nel volgere di qualche anno riequilibrarsi almeno in parte. Tuttavia, le attività “ecocompatibili” sempre più diffuse all’interno delle aree protette e spesso promosse dalle stesse amministrazioni che gestiscono dette aree, nella realtà non sono compatibili affatto (leggasi turismo) determinando un gravissimo disturbo alla fauna e un addomesticamento dei territori più tranquilli e selvaggi. E’ bene riflettere attentamente prima di “favorire” in qualsiasi modo la presenza umana nel territorio montano o in quelli ugualmente delicati. 


Durante l'allevamento del pullo la femmina provvede a pulire il nido dai resti delle prede. In molte occasioni ho visto la femmina portare via gli intestini avanzati dall'alimentazione del pullo; in una occasione però un'Aquila portò nel nido, dove erano presenti due pulli di 40 giorni, gli intestini freschi di una lepre. E' questo uno dei rari casi, almeno da quanto personalmente osservato, in cui le parti interne vengono utilizzate per l'alimentazione dei nidiacei. E' pur vero che non tutto viene sempre rimosso, tanto che quando si visitò l'interno di un nido di Aquila reale tre mesi dopo la nidificazione, si rinvennero ossa, penne e pelame di mammifero. In linea generale però il nido si mantiene accettabilmente pulito tenendo conto che anche il pullo stesso si impegna, per quanto possibile, ad indirizzare le proprie deiezioni al di fuori del nido.


Come accennato in precedenza, sin dai mesi invernali le Aquile danno luogo alle consuete parate nuziali fatte di voli a festoni, agganci degli artigli, rotazioni, nonché numerosi accoppiamenti. A partire dal mese di febbraio le parate si accentuano notevolmente ed anche l’apporto di materiale ai nidi si infittisce. Il giovane di solito in alcune coppie seguite viene tollerato sino a pochi giorni prima della deposizione delle uova.

In genere tra la fine di marzo ed i primi di aprile la femmina inizia a covare il primo uovo. Come norma la cova è assicurata principalmente dalla femmina, mentre il maschio si limita a sostituirla 1-3 volte al giorno (nelle ore notturne è sempre la femmina che si occupa della cova, almeno in base alle mie esperienze dirette). Durante l'intero periodo dell'incubazione il maschio provvede quasi sempre da solo al sostentamento alimentare della femmina. Quando ha catturato una preda la porta su un posatoio dove la femmina vi si reca successivamente per alimentarsi (questa divisione del lavoro rimane anche durante la prima fase della schiusa dei piccoli, dovendo la femmina provvedere a proteggerli dalle intemperie, dal sole eccessivo o da altri fattori). In una occasione ho avuto modo di assistere ad un evento raro (almeno considerato tale in base alle mie esperienze dirette): il maschio ha portato una piccola preda (forse un mustelide) sul bordo del nido e subito si è allontanato. Dopo qualche minuto la femmina si è alzata dalla posizione di cova ed ha cominciato a mangiare energicamente la preda. L'operazione è durata 19 minuti dopo di che la femmina, ormai sazia, si è rimessa regolarmente in cova. In precedenza non avevo mai osservato la femmina mangiare sul nido durante la cova delle uova.


In genere entro la metà di maggio si schiudono le uova; a volte vengono alla luce due pulli. Nei primi giorni la femmina rimane costantemente nel nido per proteggere i nidiacei. Trascorsi alcuni giorni (a volte anche fino a 20-30), si constata la morte del secondogenito, quando è presente (in genere sopravvive solo nel 20-30% dei casi), ucciso dal 1° pullo (fenomeno denominato "cainismo") o morto per cause naturali. L'abbondanza del cibo sembra svolgere un ruolo fondamentale nella sopravvivenza del secondogenito. In una occasione verificai la morte del secondo pullo all'età di 52 giorni quando ormai sembrava che entrambi avrebbero raggiunto l’involo.

In genere alla scomparsa del secondo pullo si contrappone l’aspetto florido e pieno di vitalità del primo nato. Occorre aggiungere che a volte un uovo o entrambe le uova possono non schiudersi affatto (non fecondate, danneggiate, raffreddate, ecc.).

Lo sviluppo del pullo è abbastanza regolare in quanto l’apporto di prede al nido viene normalmente espletato con sufficiente regolarità. In 5 settimane il pullo ha un aumento ponderale di ben 32 volte.

Il pullo, dopo aver cambiato il piumino (il primo piumino viene sostituito da un secondo piumino più consistente, lanoso e voluminoso) e incominciato a mettere le penne, acquista poco alla volta la livrea consueta. A 40 giorni di età si può già osservare in posizione elevata, mentre dopo i primi 40 giorni comincia a mangiare anche da solo. In diverse occasioni è capitato di vedere la femmina imboccare il giovane, malgrado questi aveva oltre 60 giorni e riuscisse a mangiare da solo abbastanza agevolmente (constatazione del tutto atipica).

A 70-75 giorni l’aquilotto ha già messo il piumaggio di giovane ed esegue esercizi battendo le ali. Di solito per invogliare l'aquilotto ad abbandonare il nido, i genitori negli ultimi giorni diminuiscono drasticamente l'apporto di prede al nido.

Abitualmente l'involo dei giovani avviene tra la terza decade di luglio e i primi di agosto (75-80 giorni). Il primo volo è sempre molto breve coronato da un atterraggio goffo e scomposto. In questo periodo è facile localizzare il giovane in quanto emette continuamente il richiamo, specie quando vede i genitori o quando li segue in volo.

Occorreranno alcune settimane per l’apprendimento da parte dei genitori della difficile arte venatoria. Entro la stagione riproduttiva successiva (febbraio-marzo) l’aquilotto verrà allontanato dai genitori dal territorio di origine. Vagherà per nuove mete alla ricerca di un territorio libero e stabile: è questa la fase più pericolosa e difficile della sua vita. In talune circostanze ho osservato il giovane stazionare per un periodo più o meno lungo nelle zone marginali dell’home range dei genitori, ma successivamente si allontanò definitivamente.

Nei territori abitualmente seguiti ho spesso verificato la rapida ricostituzione delle coppie smembrate per varie cause. Ciò dimostrerebbe che il contingente degli esemplari erratici è tutt’altro che inconsistente.....


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....Malgrado il grosso rapace sia formalmente protetto, le insidie umane dirette ed indirette sono tutt’altro che estinte e non è raro rinvenire esemplari di Aquila reale morti per mano dell’uomo. Non è un caso che sette/otto giovani su dieci muoiono per cause non naturali prima che abbiano raggiunto la maturità sessuale (4-5 anni).


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