venerdì 27 dicembre 2019

La gestione delle aree protette

Wild Nahani




NB. Testo tratto dal libro "L'Uomo naturale".



“Per un controllo e una supervisione morale a favore della Natura sulle attività degli organismi che amministrano le aree protette; affinché i primari interessi del mondo naturale non debbano mai essere messi da parte o sminuiti per fare quelli dell’uomo.”

— Documento Programmatico dell’Associazione Italiana per la Wilderness (Punto 5)

1. L'Istituzione dell'Area Protetta: Illusione e Realtà


Molti cittadini sensibili alle sorti dell'ambiente tirano un respiro di sollievo quando apprendono l'istituzione di un nuovo Parco o di una Riserva Naturale, convinti che quel territorio sia ormai in salvo da ogni minaccia.

Purtroppo, la realtà dei fatti smentisce spesso questa speranza. Molte aree protette continuano a subire ferite profonde e alterazioni irreversibili la cui origine non deriva soltanto da pressioni esterne, ma dal modo stesso in cui gli enti preposti gestiscono il territorio. Per questo motivo, l'operato dei manager ambientali e degli organi governativi deve essere sottoposto a un controllo morale rigido, alla stregua di qualsiasi altra attività ad impatto antropico.

I fatti che giustificano queste amarissime considerazioni sono sotto gli occhi di chi vive e lavora sul campo:

  • Parchi Nazionali gestiti in funzione del flusso turistico e del profitto dell'indotto, anziché della conservazione della flora e della fauna;

  • Riserve ridotte a meri laboratori per sperimentazioni biologiche invasive o farraginosi progetti scientifici;

  • Costruzioni, ampliamenti e ristrutturazioni ingiustificate di rifugi, bivacchi e strutture ricettive in quota;

  • Aree picnic e infrastrutture ludiche realizzate in zone di altissimo ed estremo valore naturalistico;

  • Apertura o asfaltatura di strade montane e forestali, spesso giustificate col pretesto di un'ipotetica "migliore gestione" o "sorveglianza antincendio";

  • Introduzioni o reintroduzioni forzate di fauna attuate senza adeguati studi preliminari sulle cause della scomparsa originale della specie;

  • Tagli boschivi impropriamente definiti "interventi di gestione naturalistica", dettati da consuetudini empiriche o da interessi legnosi;

  • Attività di sorveglianza e controllo del territorio spesso insufficienti o ridotte al minimo da carenze d'organico o disinteresse politico.

2. Il Paradosso delle Strade Forestali e la Dittatura "del Fare"


Emblematico è il caso della viabilità montana all'interno dei Parchi. Nella migliore delle ipotesi, le strade forestali vengono chiuse da una sbarra — con una pioggia di deroghe e permessi speciali —, ma quasi mai si procede al loro smantellamento e al reale ripristino ambientale.

C'è sempre un pretesto per mantenerle in vita. Se si chiedono finanziamenti pubblici per costruire, asfaltare o aggiungere strutture umane, i fondi si trovano con estrema facilità. Se invece un naturalista proponesse un'opera di reale ripristino ecologico — come la rinaturalizzazione e l'eliminazione fisica di una rotabile per restituire la quiete alla fauna —, i finanziamenti e l'interesse istituzionale svaniscono nell'oblio. Non si concede mai un vantaggio univoco e netto alla Natura.

Sarebbe urgente un radicale cambio di forma mentis nei gestori del territorio. Essi rimangono prigionieri della febbrile politica "del fare": scavare, edificare, canalizzare, rimodellare. Non riescono a concepire che in ecologia il "non fare" — il tirarsi indietro e lasciare che la Natura autoregoli i propri equilibri come ha fatto per milioni di anni — è spesso la scelta conservazionista più alta e lungimirante.

“Molti degli obiettivi della conservazione compatibili con l’uguaglianza biocentrica sono sintetizzati nell’espressione ‘Lascia vivere il fiume’... Un’altra possibilità, in armonia con lo slogan di Arne Naess ‘semplicità di mezzi, ricchezza di fini’, è semplicemente: ‘non fare’.”

— Bill Devall & George Sessions (Deep Ecology, 1989)

3. La Sovversione delle Priorità: Quando il Riconoscimento Diventa "Sviluppo"


Secondo logica, la creazione di un'area protetta deve avere una sola priorità assoluta: la conservazione biocentrica del luogo e della vita selvatica.

Solo dopo aver garantito una tutela ferrea e intransigente, gli eventuali benefici economici o sociali per le comunità locali possono essere accolti, ma sempre e soltanto come un effetto indiretto e secondario della conservazione.

Oggi si opera esattamente al contrario. Istituire un Parco è diventato sinonimo di "sviluppo locale", "promozione turistica", "produttività ecocompatibile" e "immagine di marca". Quando infine ci si ricorda della tutela del territorio, le risorse e la volontà politica sono esauste: alla Natura rimangono solo le briciole.

I Parchi ricevono spesso ingenti finanziamenti per serie interminabili di studi scientifici. Molti di questi non sono che paraventi burocratici per "scoprire l'acqua calda", rimandando a data da destinarsi l'applicazione di misure di protezione concrete ma sgradite alla politica.

Con questa "pioggia" di risorse, quasi mai si è vista realizzare l'azione più semplice, diretta ed efficace: acquistare fisicamente i terreni di maggior pregio per sottrarli speculativamente all'uomo e vincolarli per sempre alla pura Wilderness.

4. La Paternità dell'Errore


A chi va attribuita la responsabilità di questa deriva?

Senza dubbio a una burocrazia elefantiaca, all'impreparazione tecnica, al disinteresse morale, alla spasmodica applicazione di una "scienza tecnocratica" che dissipa tempo e finanziamenti senza tutelare un solo ettaro di bosco. Ma la causa profonda rimane l'asservimento pragmatico alle regole dell'economia di mercato e la persistenza della visione antropocentrica.

La gestione esclusivamente "umana" ed utilitaristica delle aree protette è la conferma di quella miopia filosofica per cui l'uomo occidentale non riesce a concepire la Natura se non come una riserva da dominare, recintare e mettere a profitto.

“La gestione dei Parchi e delle aree protette è complessa. I motivi che portano alla loro costituzione non sono quasi mai stati la protezione dei valori naturali, ma la cosiddetta ‘valorizzazione’ dei beni ambientali... Le pressioni economiche e di sviluppo tendono a mettere gli interessi della Natura in secondo piano, proprio perché la Natura non ha la possibilità di gridare le proprie esigenze né di protestare quando le si fa torto.

Troppo spesso si è guardato non al bene della Natura, ma al bene di chi la Natura ha il compito di gestire.”

— Associazione Italiana per la Wilderness


mercoledì 27 novembre 2019

Turismo e ambiente

Wild Nahani




NB. Testo tratto dal libro "L'Uomo naturale"


Un tempo era appannaggio di pochi intellettuali, di esploratori o di arditi avventurieri. Successivamente il fenomeno ha coinvolto, a partire dal Nord America, larghi strati della popolazione, contaminando pochi decenni dopo l’intero Occidente e finanche l’Oceania (Moretti, in Gamba & Martignitti, 1995).

L’avvento della piccola borghesia e l’aumento delle disponibilità finanziarie facilita la necessità di crearsi un periodo di svago anche grazie alle ferie retribuite. Divenendo fenomeno di massa crea subito un grave impatto ambientale (diretto e indiretto con la costruzione di seconde case, residence, ecc.). Se nella fase iniziale le località prese d’assalto erano relegate in zone non molto distanti da dove si viveva, successivamente, grazie al potenziamento dei mezzi di trasporto e all’organizzazione dei viaggi, un numero crescente di persone si sposta in ogni luogo del pianeta, attratti dai richiami, culturali, naturalistici, ricreativi (Moretti, in Gamba & Martignitti, 1995). Anche le zone del Terzo Mondo subiscono l’invasione e la conseguente costruzione irrazionale e selvaggia delle strutture di ricezione. Da un fenomeno locale e relativamente ristretto, si è passato ad uno ampio e di massa per approdare ancora oltre con il turismo internazionale.

Per contrapporsi al dilagare del turismo consumistico, nasce il cosiddetto “ecoturismo”: il viaggio a misura di natura (sic!). Regole di base sono: fine educativo, non alterazione degli habitat frequentati, introito economico per le popolazioni locali in alternativa ad attività di sfruttamento della natura. Ma l’ecoturismo ha in sé il germe della distruzione ambientale: la massa. Divenuto infatti fenomeno di massa, rappresenta paradossalmente un pericolo preoccupante per gli habitat naturali. Milioni di “ecoturisti” che solcano i sentieri delle Alpi, dei parchi nazionali e delle riserve o che setacciano le foreste tropicali, le vette nepalesi o le coste australiane. Il turismo “verde”, proprio per immergersi nei luoghi più belli, prende spesso a riferimento le aree protette causando in quei luoghi un impatto estremamente negativo. L’ecoturismo allora assume, come il turismo classico, una forma devastante e incontrollabile. Scrisse J. Muir (1995) con grande profondità di spirito: “Pare strano che i turisti in visita a Yosemite siano così poco commossi da tanta inusitata grandiosità, quasi avessero gli occhi bendati e le orecchie tappate. La maggior parte di quelli che ho incontrato ieri guardavano come chi è del tutto inconsapevole di ciò che gli accade intorno, mentre le rocce stesse nella loro sublime bellezza fremevano agli accenti della vita possente congregazione di acque sonanti che scendono dai monti e qui si raccolgono con musiche che potrebbero cavare gli angeli dal paradiso”.

Allo stato attuale delle cose, il turismo di massa rappresenta una delle forme a maggior impatto ambientale (si pensi, per esempio, alla pratica dello sci). E’ una pura illusione credere di poterlo contenere entro certi limiti. Il turismo una volta esploso è inarrestabile e si comporta come un cancro. Avviene dunque la prostituzione della natura “venduta” al turismo “ecocompatibile” con la scusa che ciò è il prezzo da pagare per “tutelare” un luogo (il mercato dell’ecologia). Ma ci chiediamo: da chi lo tuteliamo se lo vendiamo ad attività che essendo di massa compatibili non sono affatto? “Solamente l’andare da soli, nel silenzio, senza bagaglio, permette di entrare davvero nella natura selvaggia. Tutti gli altri viaggi non sono che polvere, hotel, valigie e chiacchiere” (J. Muir). Queste profonde e semplici parole di J. Muir ci ricordano quali potrebbero essere le qualità di un turismo e di un turista oculato: la discrezione, la spiritualità, la semplicità, il senso del luogo, la riflessione. Se a queste qualità individuali sommiamo il non addomesticamento dei luoghi  inevitabilmente si determinerà una bassissima densità di visitatori ed una altissima qualità del “viaggio”. Tra l’altro, occorre ricordare, ciò che non è espressamente attrezzato, favorito e pubblicizzato non causa fenomeni di massa.

Aldo Leopold  comprese subito il grande pericolo del turismo di massa e dello sviluppo tecnologico quando scrisse (1949-1997) che: “Lo svago divenne un problema preciso ai tempi del primo dei Roosvelt, quando le linee ferroviarie, che avevano escluso la campagna dalla città, cominciarono a trasportare masse di cittadini nelle campagne. Ci si accorse che più gente ci andava più piccola diventava la possibilità individuale di godere di pace, solitudine, natura e bei panorami, e sempre più lungo il tragitto necessario.

L’automobile ha esteso questa spiacevole situazione, in precedenza di lieve entità e a carattere locale, fino ai limiti estremi delle strade praticabili, rendendo scarso qualcosa che prima abbondava. Ma questo qualcosa si deve comunque trovare, e allora, come ioni proiettati dal sole, i turisti della domenica si irradiano da ogni città, generando calore e attrito ogni fine settimana. L’industria del turismo fornisce vitto e alloggio per attrarre sempre più ioni, sempre più in fretta e sempre più lontano..... Le imprese costruiscono strade nell’entroterra, quindi acquistano altre terre per assorbire il flusso vacanziero, accelerato dalle strade appena costruite. L’industria dell’accessorio spiana la strada verso la natura vergine; la conoscenza dei boschi diventa l’arte di usare tutti i vari arnesi disponibili........ per chi cerca qualcosa di più, questo genere di svago all’aria aperta è diventato un processo autodistruttivo, in cui si cerca senza mai veramente trovare alcunché: una delle grandi frustrazioni della società meccanizzata”.

martedì 29 ottobre 2019

La grave minaccia del turismo

Wild Nahani


Illustrazione di Elzbieta Mielczarek


NB. Testo tratto dal libro "L'Uomo naturale"


Sappiamo che le aggressioni patite dalla natura hanno avuto le più svariate origini, tra cui quelle legate alle attività industriali, alla cementificazione, al disboscamento, alla crescita demografica.

Ma a queste forze negative s’è aggiunta in questi ultimi anni, come abbiamo appena visto, l’azione distruttiva esplicata dal turismo di massa, sia tramite le sue infrastrutture dirette che per mezzo di quelle indotte. Si tratta di una invasione senza precedenti che non ha risparmiato nessuna parte del pianeta, con punte  che si concentrano ovviamente nelle località più accessibili e spesso in quelle più ricche di fascino paesaggistico. Ma, troviamo turisti dappertutto: nell’Artico per fotografare gli orsi bianchi standosene comodamente seduti in un pullman, nelle isole del Pacifico, in Alaska, nelle riserve, nei parchi nazionali. Le coste, specie quelle italiane, sono state cementificate e assalite per far posto ad alberghi, ville, spiagge attrezzate,  cancellando in tal modo ogni traccia di ambiente  incontaminato, com’è accaduto, ad esempio, in molte località della Sardegna. Poi è arrivato il turismo montano con l’esplosione dell’escursionismo che invade anche i punti più reconditi della montagna, privandola in tal modo della tranquillità che è il suo precipuo attributo. Oltre a frequentare i sentieri segnati che conducono un po’ dappertutto, le masse degli escursionisti perlustrano ogni luogo, spesso comportandosi in maniera incivile (schiamazzi, abbandono di rifiuti, accensione di fuochi, campeggio in luoghi non consentiti). In Italia il fenomeno è talmente diffuso da far temere della sorte degli equilibri della montagna, soprattutto per quanto concerne le Alpi; basti pensare che nei mesi di punta alcune ascensioni devono essere effettuate in fila indiana (occorre ricordare che le Alpi, nella loro interezza, vengono visitate ogni anno da oltre 100 milioni di turisti a fronte di una popolazione residente di 12 milioni). Gli escursionisti, questa vasta schiera di moderni trovatori che non insegue rime di poesie provenzali, ma sogna la conquista di cime appenniniche o alpestri che immortala poi in innumerevoli foto, veri cimeli da mostrare orgogliosamente agli amici. Infatti l’aver raggiunto una cima, o una remota valle, o un lago montano è impresa che l’escursionista celebra con accenti di vittoria, quando invece il suo animo rimane spesso quasi del tutto sordo al lirismo dei paesaggi che man mano si schiudono, nè riesce a percepire la bellezza delle tenui luci del sottobosco, o del sommesso mormorio dei torrenti, o del vellutato e misterioso canto del cuculo (vigono le dovute e corpose eccezioni). Per non parlare poi del disinteresse e della non percezione verso gli aspetti negativi inflitti dall’uomo sui territori che l’attivo escursionista sta attraversando (snaturamento dei luoghi, impatto delle strutture presenti in natura, rifugi, ecc.). Anzi, se un luogo non è ben “umanizzato” (p.e. con cartelli indicatori ben evidenti, sentieri chiari e battuti, ecc.) sente il dovere di lamentarsi e di definire quell’ambiente del tutto “abbandonato” o male “gestito”.  Che dire poi dell’alpinista tutto teso alla “conquista” di una parete rocciosa? In questo caso l’ambizione non si appaga di una foto ricordo, ma mira a cose molto più alte, come possono essere la risonanza nazionale o mondiale del “record”, o una fruttuosa sponsorizzazione, o anche i diritti di autore derivanti da un’improvvisa folgorazione letteraria. Si aggiunga poi che lo stesso alpinismo ha ormai perso quella dimensione genuina che lo distingueva negli anni passati, tanto da trasformarlo, come detto, in una sorta di competizione a suon di record e di ritorno di immagine. Nascono e si sviluppano così i rifugi di montagna (legati ovviamente anche all’escursionismo), vie ferrate, palestre di roccia, ecc. Scrive Malatesta (1997): “La sublimazione della montagna, processo inevitabile e che fa parte del suo fascino, esaltando la forza perenne e il potere ritenuto indomabile della natura, ha fatto dimenticare la fragilità del suo ecosistema e di come sia abbastanza facile annientare il ‘richiamo’, al di là di una retorica a volte insopportabile. Spiega bene Carlo Alberto Pinelli, orientalista, documentarista e coordinatore internazionale di Mountain Wilderness, che la cultura della montagna non precede, ma segue la cultura della società in cui è immersa. Gli alpinisti erano romantici in epoca romantica, nazionalisti nel più acceso periodo nazionalistico e ora sono diventati consumistici. Si commuovono davanti alla bellezza della natura incontaminata, ma in realtà sono legati al mondo da cui vogliono fuggire, trascinandosi dietro i suoi vizi peggiori: una competizione eccessiva e nevrotica, l’aggressività, l’uso della montagna come pretesto per dubbie ambizioni. E l’ambiente come nemico da conquistare”.

Per non parlare poi dello sci-alpinismo che arreca per parte sua un notevolissimo disturbo alla fauna durante il delicato periodo invernale e dello sci di discesa che, enormemente facilitato dagli impianti di risalita (in Italia oltre 3.000 chilometri di funivie), nonché da tutte le strutture annesse (alberghi, punti ristoro, ecc.) sta letteralmente devastando le montagne, tanto più se si pensa che in questi ultimi tempi si è arrivato a portare gli sciatori in quota con gli elicotteri (elisky)! Notevole disturbo arreca anche lo sci-escursionismo e lo sci di fondo perché sono divenuti fenomeni di massa che concentrano un gran numero di persone nelle montagne. Altri “devastatori” della montagna sono i ciclisti muniti delle mountain-bike, divenuti in pochi anni un vero flagello. Si pensi che negli Stati Uniti, dove queste biciclette sono nate, si è arrivato al punto di  proibirne il transito in molte località  di montagna. Negli ultimi anni si va sempre più diffondendo la pratica del volo a vela con gli alianti che spesso frequentano proprio i territori vitali dei rapaci o sorvolano a bassa quota aree protette apportando gravi disturbi alla fauna. Al volo a vela va aggiunto la pratica del deltaplano e del sempre più diffuso parapendio. Analoga manomissione registrano gli ambienti costieri e tutte le zone dei laghi mortificate da impietose colate di cemento e invase da fiumane di turisti e vacanzieri. Nelle coste così devastate dove potrà più trovare rifugio l’aquila di mare o il falco pescatore? Non dimentichiamo poi lo sfruttamento degli animali per fini turistici e pubblicitari. Animali sfruttati, ridotti a macchine per gli illusori vantaggi del momento. Animali “usati” e “ammaestrati” per il dubbio divertimento dell’uomo (che poi portano solo vantaggi economici a chi pratica tali attività. Si pensi agli acquari con delfini, orche ed altro, agli animali nei circhi, agli animali negli zoo-lager, ecc.). Infine è opportuno ricordare l’attività sempre più diffusa esplicata da fotografi e cineasti "naturalisti" che spesse volte è fonte di notevole turbamento per la vita degli animali selvatici soprattutto durante il periodo riproduttivo. Con gli esempi ci fermiamo qui.

Scrive F. Zunino (1995): “Non si gridi, quindi, allo scandalo o all’oppressione delle minoranze ogni qualvolta si prendono provvedimenti a difesa della Natura ledendo quelli che sono solo supposti diritti. Non si additi sempre il danneggiatore più “grosso”, da colpire prima di loro, ripetendosi di categoria in categoria, perché per ognuno sono sempre ‘gli altri’ il vero pericolo, quelli da colpire: come gli evasori fiscali!

In Italia è permesso scalare praticamente ovunque, andare in mountain bike praticamente ovunque, sciare su neve, pascoli e ghiaioni praticamente ovunque, discendere fiumi e risalire canaloni praticamente ovunque, scalare cascate di ghiaccio praticamente ovunque: tutte nuove ‘arti’ di uso della Natura: ma è sufficiente che si metta un solo divieto a queste attività perché tutti strillino alla lesa maestà delle loro categorie; non uno che si faccia un esame di coscienza. Invece non dovremmo mai dimenticare che l’uso ricreativo della natura resta comunque quello più avulso e falso nel contesto ambientale, che più nulla ha dell’antico sano rapporto d’equilibrio. Per assurdo, in fondo, il più giusto rapporto con la natura è quello di rinunciare a viverla! E proprio perché questo assurdo non debba finire per diventare l’unica regola per salvaguardarla, dobbiamo porci dei limiti e accettare delle regole”. (N.B. Lo scritto di Zunino è stato inserito in questo paragrafo per integrare meglio il discorso fatto sulla problematica turistica, ma il significato del testo può senz’altro essere valido per tutte le altre attività dell’uomo come quelle del lavoro, del cosiddetto “sviluppo” e in genere dello stile di vita di ognuno di noi).

“E’ chiaro, e non servono ulteriori spiegazioni, che l’utilizzo di massa diminuisce in maniera diretta le possibilità di solitudine e che quando si intendono i luoghi per campeggio, i sentieri e i gabinetti come altrettanti elementi di ‘sviluppo’ delle risorse inerenti alle attività di diporto, si afferma qualcosa di falso. Queste facilitazioni per le folle, infatti, non sono assolutamente un fattore di sviluppo, nel senso di arricchimento o crescita ma, al contrario, sono solo acqua aggiunta a una minestra già insapore” (A. Leopold, 1949-1997).

Per concludere osserviamo che sarebbe necessario sensibilizzare l’opinione pubblica in ordine agli effetti devastanti esercitati dal turismo di massa, affinché si pongano allo studio ipotesi di salvaguardia dell’ambiente naturale, ma occorre purtroppo convincersi che i grandi vantaggi economici apportati dal turismo di massa rappresentano un ostacolo insormontabile. “L’andar soli offre un doppio vantaggio: il primo di essere con se stessi, il secondo di non essere con gli altri” (A. Shopenhauer).

domenica 29 settembre 2019

Il mercato dell’ecologia

Wild Nahani


Ghiottone



NB. Testo tratto dal libro "L'Uomo naturale"


“Dedica mezz’ora al giorno a pensare al contrario di come stanno pensando i tuoi colleghi” (A. Einstein).

Oggi tutto è in vendita e tutto è venduto. Il mercato, parola sacra della civiltà occidentale è il pane quotidiano di tutte le forze governanti. La mercificazione della natura, al pari di quella sociale, sta di conseguenza raggiungendo livelli spaventosi. Le tematiche ambientali sono continuamente subordinate al mercato e questo non solo per il volere degli economisti, ma anche per buona parte del mondo ambientalista che si è ormai arreso palesemente alla combinata natura-sviluppo-mercato (la produttività dei parchi ne è il più chiaro esempio). E’ un atteggiamento estremamente negativo che solo le forze ambientali più radicali, profonde e scevre dalla politica stanno combattendo, mentre “gli ecologisti” di maniera, dell’opportunità della “poltrona”, vogliono ulteriormente sviluppare. La natura “immagine” o meglio la natura “spettacolo” viene venduta quotidianamente da una operazione sagacemente pianificata. In tal senso agiscono non più i singoli operatori di settore, ma riviste altamente accreditate, quotidiani, intere Regioni, associazioni ambientaliste, forze politiche, gestori di aree protette (i direttori dei parchi sembrano più dei “manager aziendali” che operatori di questioni naturalistiche), ecc. Se prima la natura veniva venduta per i suoi “prodotti”, ora, oltre che per questi, viene venduta anche per la sua immagine.

Dicono che ormai la natura si può tutelare solo se garantisce “sviluppo”, solo se il tornaconto sia economico e di immagine (l’ecoturismo di massa ormai lo conosciamo tutti). Per il resto, la vera conservazione di un orso, di un lupo o di un paesaggio, non importa quasi più, perché è ben altro ciò che “rende”. In ogni caso un’aquila vale per l’immagine che offre, non per il suo valore in sé. Il mercato dell’ecologia è il colpo di grazia ad una natura ormai da tempo agonizzante e morente. Se da certe forze ci si aspettava almeno un piccolo contributo, ciò è venuto meno e lo sconforto non può che assalire chi ancora crede nella purezza degli intenti e nel valore in sé delle cose. E’ giunto il momento di smascherare una situazione che, se agli economisti o agli arrivisti della società occidentale capitalistica sta molto bene, non può essere accettata da chi vuole ancora sperare in un futuro non dominato da un uomo tecnologico/economico che vede solo nei propri interessi personali o di gruppo l’unica realtà di questa terra. Il silenzio, sulla questione trattata, è ormai diffuso e quasi nessuno ha il coraggio di opporsi a questo strisciante modo di pensare e di fare. Ci sono però delle eccezioni, anche autorevoli, ed è piacevole, per chi ancora crede in una natura che ha un proprio valore, nel riportare il passo che segue, scritto da un convinto e profondo ambientalista. Eccone un breve quanto significativo stralcio: “Ormai stiamo arrivando al mercato dell’ecologia. E bisogna pure che qualcuno inizi a dirlo..... In pochi anni tutta la valenza ‘rivoluzionaria’ del valore-ambiente è stata perfettamente e tranquillamente inglobata dal valore-mercato attraverso il passaggio dello ‘sviluppo sostenibile’. In altri termini, questa nostra società mediatica, strutturata per formare consumatori (e consenso) in batteria, con una sapiente e veloce operazione sociale e politica, ha ridotto l’ambiente, da valore fondamentale, a sé stante e alternativo, a semplice e innocua patina con cui rafforzare i valori dell’economia di mercato. Ormai, l’ambiente non conta più di per sé ma solo se e in quanto crea occupazione, fa crescere i consumi (e il mercato), aumenta il dio PIL: così come si conviene quando c’è un governo di ‘risanamento economico’.

Il fatto più preoccupante è che questa operazione è stata, ed è, avallata anche da una parte del mondo ambientalista, la quale, per timore di diventare ‘marginale’ in una società incentrata sul valore-mercato, ha adottato la ‘tattica’ di ‘coniugare’ e ‘contaminare’ l’ambiente con i valori economici dominanti; fatto del tutto scontato nell’ambientalismo italiano, mai affetto da fondamentalismo, e da sempre attento al binomio economia-ecologia.......

Siamo passati, insomma, ‘dallo sviluppo sostenibile’ all’ecologia di mercato e stiamo rapidamente arrivando al mercato dell’ecologia......

Ed allora, per evitare equivoci, sarà meglio premettere con chiarezza, ogni volta, che noi difendiamo e continueremo a difendere l’ambiente di per sé, e non perché è funzionale ai ‘valori’ di mercato” (Amendola, 1997).

Per quanto attiene specificatamente alle aree protette occorre ricordare (considerazione più volte espressa in questo lavoro) che purtroppo i “manager” che gestiscono le aree protette o spesso gli enti regionali e governativi, non si curano affatto, salvo sporadiche eccezioni, di attuare realmente e concretamente una seria politica ambientale che tuteli in primis le esigenze della natura in generale. Oggi nelle aree protette di molti distretti europei si parla sempre più della loro resa economica (“la produttività economica dei parchi”), della loro immagine turistica (l’ecoturismo!), delle loro potenzialità di accogliere al meglio i visitatori, ma quasi mai, in senso reale e pratico, del loro status selvaggio e dei reali interessi della fauna. Questo modo di fare, per quanto attiene a specie a rischio, sta indirettamente e definitivamente compromettendo la loro esistenza. Se l’operato di un bracconiere viene giustamente additato come fatto gravissimo e negativo, il pernicioso e subdolo operato degli enti preposti al governo dei territori protetti, passa del tutto inosservato, anzi spesse volte l’opinione pubblica ignara delle reali situazioni, plaude loro inconsapevolmente. Conclude ironicamente Zunino in un suo articolo sulla “conservazione attiva” nella logica del parco produce: “..... Sembra che oggi la natura si possa salvare e proteggere anche in questo modo nuovo e moderno di fare conservazione, affinché possa in primo luogo produrre comunque danaro sonante!”.