Wild Nahani
NB. Testo tratto dal libro "L'Uomo naturale".
“Per un controllo e una supervisione morale a favore della Natura sulle attività degli organismi che amministrano le aree protette; affinché i primari interessi del mondo naturale non debbano mai essere messi da parte o sminuiti per fare quelli dell’uomo.”— Documento Programmatico dell’Associazione Italiana per la Wilderness (Punto 5)
1. L'Istituzione dell'Area Protetta: Illusione e Realtà
Molti cittadini sensibili alle sorti dell'ambiente tirano un respiro di sollievo quando apprendono l'istituzione di un nuovo Parco o di una Riserva Naturale, convinti che quel territorio sia ormai in salvo da ogni minaccia.
Purtroppo, la realtà dei fatti smentisce spesso questa speranza. Molte aree protette continuano a subire ferite profonde e alterazioni irreversibili la cui origine non deriva soltanto da pressioni esterne, ma dal modo stesso in cui gli enti preposti gestiscono il territorio. Per questo motivo, l'operato dei manager ambientali e degli organi governativi deve essere sottoposto a un controllo morale rigido, alla stregua di qualsiasi altra attività ad impatto antropico.
I fatti che giustificano queste amarissime considerazioni sono sotto gli occhi di chi vive e lavora sul campo:
- Parchi Nazionali gestiti in funzione del flusso turistico e del profitto dell'indotto, anziché della conservazione della flora e della fauna;
- Riserve ridotte a meri laboratori per sperimentazioni biologiche invasive o farraginosi progetti scientifici;
- Costruzioni, ampliamenti e ristrutturazioni ingiustificate di rifugi, bivacchi e strutture ricettive in quota;
- Aree picnic e infrastrutture ludiche realizzate in zone di altissimo ed estremo valore naturalistico;
- Apertura o asfaltatura di strade montane e forestali, spesso giustificate col pretesto di un'ipotetica "migliore gestione" o "sorveglianza antincendio";
- Introduzioni o reintroduzioni forzate di fauna attuate senza adeguati studi preliminari sulle cause della scomparsa originale della specie;
- Tagli boschivi impropriamente definiti "interventi di gestione naturalistica", dettati da consuetudini empiriche o da interessi legnosi;
- Attività di sorveglianza e controllo del territorio spesso insufficienti o ridotte al minimo da carenze d'organico o disinteresse politico.
2. Il Paradosso delle Strade Forestali e la Dittatura "del Fare"
Emblematico è il caso della viabilità montana all'interno dei Parchi. Nella migliore delle ipotesi, le strade forestali vengono chiuse da una sbarra — con una pioggia di deroghe e permessi speciali —, ma quasi mai si procede al loro smantellamento e al reale ripristino ambientale.
C'è sempre un pretesto per mantenerle in vita. Se si chiedono finanziamenti pubblici per costruire, asfaltare o aggiungere strutture umane, i fondi si trovano con estrema facilità. Se invece un naturalista proponesse un'opera di reale ripristino ecologico — come la rinaturalizzazione e l'eliminazione fisica di una rotabile per restituire la quiete alla fauna —, i finanziamenti e l'interesse istituzionale svaniscono nell'oblio. Non si concede mai un vantaggio univoco e netto alla Natura.
Sarebbe urgente un radicale cambio di forma mentis nei gestori del territorio. Essi rimangono prigionieri della febbrile politica "del fare": scavare, edificare, canalizzare, rimodellare. Non riescono a concepire che in ecologia il "non fare" — il tirarsi indietro e lasciare che la Natura autoregoli i propri equilibri come ha fatto per milioni di anni — è spesso la scelta conservazionista più alta e lungimirante.
“Molti degli obiettivi della conservazione compatibili con l’uguaglianza biocentrica sono sintetizzati nell’espressione ‘Lascia vivere il fiume’... Un’altra possibilità, in armonia con lo slogan di Arne Naess ‘semplicità di mezzi, ricchezza di fini’, è semplicemente: ‘non fare’.”— Bill Devall & George Sessions (Deep Ecology, 1989)
3. La Sovversione delle Priorità: Quando il Riconoscimento Diventa "Sviluppo"
Secondo logica, la creazione di un'area protetta deve avere una sola priorità assoluta: la conservazione biocentrica del luogo e della vita selvatica.
Solo dopo aver garantito una tutela ferrea e intransigente, gli eventuali benefici economici o sociali per le comunità locali possono essere accolti, ma sempre e soltanto come un effetto indiretto e secondario della conservazione.
Oggi si opera esattamente al contrario. Istituire un Parco è diventato sinonimo di "sviluppo locale", "promozione turistica", "produttività ecocompatibile" e "immagine di marca". Quando infine ci si ricorda della tutela del territorio, le risorse e la volontà politica sono esauste: alla Natura rimangono solo le briciole.
I Parchi ricevono spesso ingenti finanziamenti per serie interminabili di studi scientifici. Molti di questi non sono che paraventi burocratici per "scoprire l'acqua calda", rimandando a data da destinarsi l'applicazione di misure di protezione concrete ma sgradite alla politica.
Con questa "pioggia" di risorse, quasi mai si è vista realizzare l'azione più semplice, diretta ed efficace: acquistare fisicamente i terreni di maggior pregio per sottrarli speculativamente all'uomo e vincolarli per sempre alla pura Wilderness.
4. La Paternità dell'Errore
A chi va attribuita la responsabilità di questa deriva?
Senza dubbio a una burocrazia elefantiaca, all'impreparazione tecnica, al disinteresse morale, alla spasmodica applicazione di una "scienza tecnocratica" che dissipa tempo e finanziamenti senza tutelare un solo ettaro di bosco. Ma la causa profonda rimane l'asservimento pragmatico alle regole dell'economia di mercato e la persistenza della visione antropocentrica.
La gestione esclusivamente "umana" ed utilitaristica delle aree protette è la conferma di quella miopia filosofica per cui l'uomo occidentale non riesce a concepire la Natura se non come una riserva da dominare, recintare e mettere a profitto.
“La gestione dei Parchi e delle aree protette è complessa. I motivi che portano alla loro costituzione non sono quasi mai stati la protezione dei valori naturali, ma la cosiddetta ‘valorizzazione’ dei beni ambientali... Le pressioni economiche e di sviluppo tendono a mettere gli interessi della Natura in secondo piano, proprio perché la Natura non ha la possibilità di gridare le proprie esigenze né di protestare quando le si fa torto.Troppo spesso si è guardato non al bene della Natura, ma al bene di chi la Natura ha il compito di gestire.”— Associazione Italiana per la Wilderness