lunedì 27 settembre 2021

La filosofia della conservazione della natura

Wild Nahani


Illustrazione di Elzbieta Mielczarek


“Quando avrete inquinato l'ultimo fiume, catturato l'ultimo pesce, tagliato l'ultimo albero, capirete, solo allora, che non potrete mangiare il vostro denaro.”


— Profezia Cree


1. Oltre la Scienza: La Conservazione come Disciplina Filosofica


La conservazione della Natura può essere definita una vera e propria scienza filosofica, intrinsecamente legata all'ecologia. Sarebbe tuttavia un grave errore concettuale considerare la tutela degli ecosistemi come un'esigenza confinata alla sola sfera scientifica o accademica: essa possiede una portata ben più vasta, che spazia dall'etica alla sociologia, fino alla visione politica globale.


La scienza ecologica fornisce le basi analitiche, ma la conservazione deve poi percorrere una propria strada, spesso irta di ostacoli sistemici. Entrando in evitabile conflitto con la brama di profitto e lo sfruttamento economico, la protezione del mondo naturale incontra un'opposizione tenace, cieca e totalizzante.


Dinanzi alla devastazione ambientale, persino il naturalista rischia talvolta di rimanere sopraffatto, faticando a mantenere il rigore analitico necessario ad affrontare la crisi. Ma quando ha la sorte di addentrarsi nei luoghi non ancora profanati dal degrado, il dialogo incessante della Natura torna a rivelarsi in tutta la sua maestà.


“Una foresta ininterrotta si stende da tutte le parti della capanna in cui scrivo, fluisce innanzi, in un cupo fiotto ondeggiante, verso settentrione, fino all’Oceano Artico... Nessuna ferrovia la traversa per bruciare e distruggere, nessun colonizzatore la rovina con il fuoco e con l’ascia. Da ogni eminenza si possono contemplare leghe innumerevoli di Foresta, che non nutrirà mai le fauci affamate del commercio.


Tutti i sogni sono diventati veri. È scomparsa la paura assillante di una mano vandalica. La vita selvatica, in tutte le sue numerose varietà, ci passa ora quasi a portata di mano... La Natura vive, procede e fluisce tutto intorno nel suo assetto armonioso e metodico. Il ciclo continua...”


— Wa-Sha-Quon-Asin (Gufo Grigio), 1940


2. Il Limite dello Sviluppo e il Dramma dell'Impatto Antropico


Di fronte al collasso globale, la domanda s'impone: la nostra civiltà può avere un futuro?


La risposta rischia di essere drammaticamente negativa se l'umanità rimarrà prigioniera di un modello di sviluppo basato sulla crescita illimitata, sulla sovrappopolazione e sul consumo frenetico di energia e risorse finite.


L'impatto delle attività umane si esercita ormai su ogni matrice ambientale: acqua, aria, suolo, flora e fauna. Ciò che in passato era biologicamente riassorbibile o sostenibile a livello locale, con la tecnologia moderna e l'Iper-antropizzazione è diventato devastante. Se una singola persona raccoglie un fiore in un prato, il prato non ne risente; ma se quell'azione viene moltiplicata per milioni di individui, l'ecosistema viene annientato.


È la parabola del turismo di massa e della pressione antropica sugli ultimi santuari naturali: la pretesa di rendere fruibili ovunque i luoghi selvaggi — come gli ultimi habitat dell'orso bruno o dei grandi predatori — significa decretarne la scomparsa definitiva.


“La visione dell’uomo ‘signore del creato’, in pieno diritto di distruggere o alterare tutto, è dura a morire. Certe culture, più di altre, hanno manifestato una profonda ostilità verso qualsiasi cosa naturale: questo spiega perché in alcuni paesi industrializzati la degradazione sia immensamente maggiore.”


— L. Storer et al. (1984)


3. La Trappola dell'Antropocentrismo e il Valore in Sé


I problemi ambientali sono ecumenici e non si arrestano di fronte ai confini politici. È del tutto velleitario pensare di ricomporre l'equilibrio della Biosfera curando singole "macchie" slegate da una visione globale (Dorst, 1990).


Occorre però fugare il più grave equivoco del pensiero contemporaneo: la pretesa di tutelare l'ambiente in funzione dell'essere umano.


L'uomo non è l'ombelico della Natura, ma un semplice tassello dell'ecosistema. Subordinare la conservazione della Terra al primato umano ("non inquinare altrimenti ci ammaliamo", "salviamo la foresta perché produce il nostro ossigeno") significa ricadere nel medesimo atteggiamento utilitaristico che ha causato il disastro.


L'Ecocentrismo impone l'inversione della prospettiva:


Un bosco vetusto o una valle selvaggia non vanno salvati per l'uomo, ma per il bosco e la valle in sé stessi. Il benessere umano sarà solo un riflesso indiretto, mai lo scopo primario dell'azione conservazionista.


“Sono andato alla fine della terra, sono andato alla fine delle acque, sono andato alla fine del cielo, sono andato alla fine delle montagne: non ho trovato nessuno che non fosse mio amico.”


— Canto Navajo


Mentre l'egocentrismo degli altri esseri viventi risponde a dinamiche istintive che mantengono l'equilibrio complessivo della Biosfera, l'egocentrismo umano è consapevole, premeditato e distruttivo.


“Un californiano mi diceva che se i filosofi vivessero tra i suoi monti, i loro sistemi sarebbero diversi da quelli che la tradizione europea ci ha tramandato da Socrate in poi. Quei sistemi erano antropocentrici, ispirati dalla fatua nozione che l’uomo o l’umana ragione siano il centro dell’universo. Questo è ciò che i monti e le foreste dovrebbero farvi vergognare di asserire.”


— George Santayana (Discorso a Berkeley, 1911)


4. La Centralità del Territorio e l'Unità dell'Ecosistema

Come evidenzia Franco Zunino (fondatore dell'Associazione Italiana per la Wilderness), l'uomo deve imparare a tirarsi indietro non appena la sua presenza incide negativamente sulla Natura, senza cercare cavilli per giustificare il "diritto" alla propria ingerenza.


Se l'uccisione di un singolo animale da parte di un bracconiere è una ferita, la distruzione del suo habitat è una condanna a morte per l'intera specie. In Natura tutti i fenomeni sono concatenati come i movimenti di una sinfonia (Thoreau, 1854): conservare un territorio (una valle, una costa, un bosco) significa tutelare in un unico atto il paesaggio, la flora, la fauna e i processi evolutivi.


“Un fiore senza giardino è condannato a morte, anche se sopravvive nel limitato spazio di un vaso grazie alla semina artificiale.”


— Franco Zunino


5. La Crisi Filosofica dell'Occidente e la Riconnessione Ecologica


Il profondo distacco dalla Natura si è consumato in Occidente quando l'uomo è passato dal cosmocentrismo all'antropocentrismo, trasformandosi in un tiranno che esercita violenza sulla matrice da cui proviene (Galiano & Marchino, 1990). La filosofia occidentale ha storicamente fallito nel fornire una solida etica ambientale (Hargrove, 1990), riducendo la Terra a una mera risorsa economica o a un oggetto di possesso.


“Noi violentiamo la terra perché la consideriamo un articolo che ci appartiene. Solo quando la vedremo come una casa comune a cui apparteniamo, potremo cominciare a servircene con amore e rispetto.”


— Aldo Leopold (A Sand County Almanac, 1949)


Come sottolinea Fritjof Capra (1997), la percezione dell'interdipendenza ecologica richiede una vera e propria eco-etica, specialmente all'interno della ricerca scientifica e della tecnologia, che troppo spesso operano per dominare la materia anziché proteggere la vita.


Il filosofo Vittorio Hösle (1992) ricorda che di fronte alla prospettiva della catastrofe ecologica, la filosofia non può cedere al cinismo o alla rassegnazione: il suo compito storico è mostrare la via d'uscita, superando il dualismo divisore che separa l'Io dal Sé, dall'Altro, dal Mondo e dal Divino (Kaiser, 1992).


6. Verso una Nuova Consapevolezza


La società moderna continua a nutrirsi dell'illusione di un progresso infinito e di un'obiettività scientifica isolata dal contesto naturale (Snyder, 1992). Una vera filosofia della conservazione deve invece ispirarsi a una visione unificante e olistica:


“L’esame delle parti non porta mai alla comprensione del Tutto.”


— Masanobu Fukuoka


La tutela degli ultimi spazi selvaggi del pianeta non è soltanto un dovere scientifico o biologico, ma la massima battaglia spirituale ed etica della nostra epoca.


“C’è solo una speranza di respingere la tirannica ambizione della civiltà di conquistare ogni luogo della terra: l’organizzazione delle genti più sensibili ai valori dello spirito, affinché combattino per la libera continuità della natura selvaggia.”


— Robert Marshall


“Non facendo nulla, non c’è nulla che non venga fatto.”


— Lao-Tze (Tao Te Ching)


domenica 29 agosto 2021

L'Ecologia

Wild Nahani


Illustrazione di Elzbieta Mielczarek

NB. Testo tratto dal libo "L'uomo naturale"


“Siamo diventati una specie che non è più in equilibrio coevoluto con il proprio ambiente” (Chapman & Reiss, 1994). I gravi squilibri ambientali connessi allo straordinario sviluppo demografico del  nostro pianeta hanno posto in primo piano lo studio dell’ecologia, una scienza che si occupa appunto della relazione intercorrente tra l’ambiente e la somma degli organismi viventi, sia sotto specie animale che vegetale. Si sa che la natura, quando non viene turbata, provvede da sé stessa a mantenere in equilibrio il rapporto tra essere viventi e ambiente circostante (ecosistema), un equilibrio in continuo mutamento che si basa essenzialmente sulla catena alimentare che vede le piante al primo livello, gli erbivori al secondo, i carnivori al terzo; il passaggio dal primo al terzo livello può essere descritto graficamente come una “piramide” energetica. E’ da notare altresì che le spoglie vegetali e animali vengono decomposte dai degradatori, o microconsumatori (batteri, funghi) in sostanze inorganiche, e  rimesse in circolo.

“Stupisce che la stessa ecologia, una delle discipline contemporanee più organiche, abbia un modo di pensare così poco organico. Mi riferisco al bisogno di derivare dall’interno le differenze, una cosa dall’altra: ciò che è maturo da ciò che è in embrione, le cose più complesse da quelle più semplici. Insomma, mi riferisco a un modo di pensare biologicamente, non deducendo semplicemente le conclusioni dalle ipotesi, come si usa in matematica, o limitandosi a registrare e classificare dei fatti. Ecologisti o ragionieri, poco importa: tutti tendiamo a condividere il modo di ragionare che oggi prevale, e che è soprattutto analitico e classificatorio, piuttosto che processuale , evolutivo. I modi di ragionare analitici, classificatori e deduttivi funzionano perfettamente, quando si deve smontare o rimontare il motore di un’auto, o costruire una casa, ma sono del tutto inadeguati, se si vogliono individuare le fasi che costituiscono un processo, ciascuna concepita nella sua integrità, ma anche come parte di un continuum in perenne evoluzione.... “. (M. Bookchin, in AA.VV., 1987).

Appare perciò evidente che il nostro pianeta è governato dal principio dell’equilibrio dinamico evolutivo (meccanismi a volte non lineari, a volte caotici oppure stazionari o ciclici - R. May, in Bologna 1997) per cui qualsiasi turbamento arrecato a quella naturale “relativa armonia” è apportatore di gravi, spesso irreparabili conseguenze. Muovendo da una siffatta constatazione è facile comprendere quale può essere l’ampiezza della devastazione causata dall’attività dell’uomo che a ragione è stato definito “il più catastrofico agente antiecologico che mai sia comparso sulla Terra” (Mainardi, 1973). Infatti l’uomo interferisce in mille modi sull’ambiente, alterandolo sia direttamente, come accade quando distrugge un bosco o saccheggia il letto di un fiume, sia indirettamente, come avviene quando libera nell’atmosfera enormi quantità di sostanze chimiche, quali vapori di mercurio e di piombo, idrocarburi, amianto, co2, DDT, sostanze solforose e azotate, o quando scarica nei fiumi tonnellate di detergenti, di rifiuti di ogni tipo, o di prodotti tossici che defluendo in mare modificano o distruggono la flora e la fauna marina. “.....Costruiamo dighe ed oleodotti ostacolando il libero spostamento degli animali; pavimentiamo la terra e costruiamo bacini, alterando l’equilibrio idrico....; diboschiamo inconsultamente favorendo le inondazioni e l’impoverimento degli ecosistemi; rischiamo di modificare in modo irreversibile i cicli naturali......; invadiamo l’ambiente con i contaminanti radioattivi......” (Mainardi, 1973).

Si può dunque ben dire che il pianeta è alle soglie di una vera e propria mutazione ambientale, quasi che l’umanità non valutasse con la dovuta attenzione il pericolo di autodistruzione. Non ci sembra che ceda ad un gratuito catastrofismo chi  prevede che un futuro carico di incognite si presenterà innanzi alle generazioni venture ove non vengano adottate a livello mondiale nuove regole di stile di vita e di economia basate su un equilibrio stazionario ed armonico anche se in continuo mutamento. Quando la dominanza assoluta di un’unica specie sul pianeta Terra non viene controbilanciata da una serie di forze “uguali e contrarie”, si determina inevitabilmente  lo strapotere e l’arroganza del dominatore (l’Homo sapiens appunto) che in breve conduce se stesso e la natura tutta verso la totale annientazione. L’uomo in fondo è una sorta di “mostro” che, preso il sopravvento sull’intero pianeta, ne determina la totale sottomissione e distruzione. Nietzsche (in Hosle 1992) ricorda che: “gli esseri razionali che commettono l’errore di interpretare se stessi come soggettività sovrane devono necessariamente autodistruggersi”.

Scrivono Chapman & Reiss (1994): “La constatazione che con il nostro comportamento irresponsabile stiamo distruggendo le specie, gli habitat e forse persino il sistema di sostentamento della vita del pianeta è un pensiero deprimente. Però, abbiamo le conoscenze necessarie per renderci conto di ciò che stiamo facendo e per capire ciò che dovremmo fare per arrestare il declino e porre rimedio alla situazione. Ecco dove l’ecologia entra nel quadro”.

A proposito delle basi di una educazione ecologica annota Capra (1997): “Ricongiungersi alla trama della vita significa edificare e mantenere comunità sostenibili, in cui possiamo soddisfare i nostri bisogni e le nostre aspirazioni senza ridurre le opportunità per le generazioni future. A questo scopo possiamo apprendere lezioni preziose dallo studio degli ecosistemi, che sono società sostenibili di piante, animali e microrganismi. Per capire queste lezioni, dobbiamo apprendere i principi di base dell’ecologia. Dobbiamo diventare, per così dire, ecologiocamente istruiti. Essere ecologicamente istruiti, o “ecocompetenti”, significa comprendere i principi di organizzazione delle comunità ecologiche (ecosistemi) e usare quei principi per creare comunità umane sostenibili. Dobbiamo dare nuovo vigore alle nostre comunità - comprese le comunità educative, economiche e politiche - così che i principi dell’ecologia si manifestino in esse come principi di educazione, amministrazione e politica ......

Mentre il nostro secolo sta ormai per concludersi e andiamo verso l’inizio di un nuovo millennio, la sopravvivenza dell’umanità dipenderà dal nostro grado di competenza ecologica, dalla nostra capacità di comprendere i principi dell’ecologia e di vivere in conformità con essi”.

Purtroppo il nostro distacco dalla natura, venuto progressivamente alla luce forse anche a causa dello sviluppo del pensiero astratto, del linguaggio, della “cultura”, ci ha indotto ad operare in maniera del tutto irresponsabile, creando una struttura sociale e vitale completamente disgiunta dalla realtà naturale (dualismo) che è il contenuto del nostro esistere. Di qui la necessità, proprio utilizzando quel pensiero che ci ha portato al “baratro”, di riapprendere intellettivamente i principi della vita e degli ecosistemi. Principi che erano spontaneamente nostri quando vivevamo coevoluti con il respiro della natura, principi che le “semplici” piante o i tanto “sottosviluppati” e vituperati animali hanno nel loro essere vitale. Noi ora, con sforzo e forse con paradosso, dobbiamo metterci a “studiare” per riconquistare ciò che abbiamo perduto, nella speranza di rendere sostenibile una realtà sociale che non ha nulla di sostenibile con la natura e quindi con il futuro. Il principio di questo studio è valido, ma avrà un vero e reale riscontro nella realtà? Il distacco dalla natura delle categorie politiche, religiose ed economiche è ancora troppo grande, e l’alienazione dell’antropocentrismo non fa certamente parte del pensiero quotidiano. Forse gli ecosistemi naturali non sono in grado di attendere i nostri “passi di comprensione”, la fine del tutto avverrà purtroppo molto tempo prima!

Aldo Leopold  sul finire degli anni quaranta poco prima di morire “aveva terminato il suo famoso saggio The Land Ethic che, più di qualsiasi altro saggio, segnò l’inizio dell’Era ecologica e che veniva considerato come la descrizione più concisa della nuova filosofia ambientale; esso univa un approccio scientifico alla natura, un alto livello di raffinatezza ecologica e un’etica comunitaria biocentrica che sfidava l’atteggiamento economico dominante nei confronti dello sfruttamento del territorio” (Worster, 1994). Sempre Worster (1994), a proposito di Leopold scrive che “Uno dei saggi di Sand Conty Almanc dal titolo Storia naturale - La scienza dimenticata, rappresenta un appello al ritorno all’educazione all’aperto, olistica, ad uno stile scientifico aperto ai dilettanti e agli amanti saggi della natura, più sensibile al ‘piacere di essere immerso in una natura selvaggia’. Nei laboratori e nelle università si insegnava che ‘la scienza è al servizio del progresso’; essa faceva lega con la mentalità tecnologica che regimentava il mondo inseguendo il progresso materiale e doveva quindi essere trasformata insieme alla tendenza manageriale........ Nella prefazione del Sand County Almanac aveva scritto: ‘La conservazione ambientale non sta approdando da nessuna parte poiché è incompatibile con il nostro concetto abramico della terra. Sfruttiamo la terra perché la consideriamo come un bene di consumo che ci appartiene. Quando la considereremo come una comunità alla quale apparteniamo inizieremo a sfruttarla con amore e rispetto’ ”.

Malgrado l’impegno non è possibile, citando il grande E. Goldsmith (1997), concludere con una nota positiva: “L’uomo moderno sta rapidamente distruggendo il mondo naturale dal quale dipende la sua sopravvivenza. Ovunque, nel nostro pianeta, il quadro è lo stesso: foreste che vengono tagliate, paludi prosciugate, barriere coralline estirpate, terreni agricoli erosi, salinizzati, desertificati, o semplicemente coperti di cemento o d’asfalto. L’inquinamento è ora generalizzato: ne sono colpite le falde acquifere, i torrenti, i fiumi, gli estuari, i mari e gli oceani, l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo......

Distruggendo in tal modo il mondo naturale, stiamo progressivamente rendendo meno abitabile il nostro pianeta. Se le tendenze attuali persisteranno, può darsi che in non più di pochi decenni esso non sarà più capace di sostenere forme complesse di vita. Questo può suonare esagerato; purtroppo, è fin troppo realistico”. 

giovedì 29 luglio 2021

L’estetica ambientale

Wild Nahani

Illustrazione di Elzbieta Mielczarek


NB. Testo tratto dal libo "L'uomo naturale"


“Inquinamento, contaminazione, desolazione, sono parole che non sarebbero mai state create se l’uomo fosse vissuto secondo natura. Uccelli, insetti, orsi muoiono e si disfano in modo pulito e bello. (...) I boschi sono pieni di alberi morti e morenti, eppure la loro bellezza era necessaria per completare la bellezza della vita. (...) Ogni morte è bella!” (J. Muir, John of the Mountains, 1938 - tratto da Devall & Sessions, 1989). Mentre in passato le bellezze naturali erano viste solo come fenomeni estetici privi di contenuto, le concezioni della moderna estetica ambientale, oltre a valutare e riconoscere i vari aspetti della bellezza, premono preminentemente sulla protezione e conservazione della natura (D’Angelo, in Gamba & Martignitti, 1995). Ciò che viene maggiormente sentito è dunque il corretto rapporto tra uomo e ambiente e la vera tutela della natura. Al limite, le bellezze naturali vengono utilizzate per riaffermare argomenti a favore della loro conservazione (D’Angelo, in Gamba & Martignitti, 1995). E anche in questo caso possiamo sviluppare questo concetto sia in chiave egocentrica, cioè bellezze naturali valevoli solo se legate alla percezione sensoriale dell’uomo, e sia in chiave ecocentrica ovvero bellezze naturali dal proprio valore intrinseco. Hargrove (1990) scrive in proposito: “La bellezza è un carattere intrinseco e oggettivo dell’ente naturale (il quale quindi è bello per il solo fatto di esistere), dunque essa è svincolata dalla percezione da parte di un soggetto”.

La natura è considerata, a detta della scienza, come una specie di contenitore nel quale razionalmente è possibile discernere i vari elementi quantificandoli e ordinandoli secondo rigidi principi matematici e mentali (leggasi razionalismo cartesiano). Ne esce fuori una natura parcellizzata, controllata, asettica, dove ogni cosa è come deve essere. “La natura è un perpetuo caleidoscopio di mutamenti fecondi che si rifiuta ad ogni categorizzazione rigida. La mente può cogliere l’essenza di questo movimento, ma mai tutti i suoi dettagli” (Bookchin, 1995). 

Una visione olistica del mondo invece ci fa capire che la natura non è la somma di tutti i singoli elementi che la compongono né la somma delle relazioni tra i membri, ma certamente qualcosa di più. Theodore Roszak dice infatti che occorre essere consapevoli che il tutto è maggiore della somma delle parti. Il mondo naturale, allora, potrà essere visto con altrettanta validità e sicuramente con superiore spirito, anche attraverso le sensazioni, i profumi, le emozioni. Ne consegue che l’estetica ambientale invita ad un comportamento alternativo alla rigidità “professionale” della moderna scienza naturale. Un essere selvaggio conosce molto bene il proprio ambiente e riceve continue emozioni nel rapporto con esso: questa è la conoscenza naturale delle cose. Sviluppare dunque questo aspetto, cioè una conoscenza pratica fatta di esperienze e di sensazioni, è il migliore rapporto che possa istaurarsi per riconnettersi con la natura. Sentire il profumo del sottobosco dopo la pioggia, individuare la pista di un animale, osservare la dinamica dei processi geologici, saper pregustare l’imminenza di un temporale, saper accendere un fuoco con semplici mezzi o sapersela cavare in un ambiente selvaggio: questa è la principale conoscenza della storia naturale. Un lupo vive spontaneamente in unità profonda con il suo ambiente, ne conosce i “segreti”, e da esso percepisce continue sensazioni semplici. Probabilmente saranno diverse dalle nostre, come lo saranno da quelle di un orso o di un’aquila, ma in comune ci sono gli stessi due elementi: la conoscenza diretta e pratica del territorio e le sensazioni (paura, dolore, odore, smarrimento, gioia, ecc.).

La moderna scienza, prodotta dal pensiero umano, ha invece assunto un atteggiamento invadente, dominatore e aggressivo nei confronti della natura, riducendo quest’ultima a puro laboratorio esterno di asservimento e di distruzione (D’Angelo, in Gamba & Martignitti, 1995). Si riafferma il concetto dualistico (uomo, centro del mondo - natura, esterna e subordinata) e si postulano principi e corollari prevaricatori. A tale concezione si contrappone l’esperienza estetica. Scrive D’Angelo (in Gamba & Martignitti, 1995): “Di contro a questi atteggiamenti prevaricatori, l’esperienza estetica della natura offre un modello del rapporto non semplificatore e non invasivo, sia perché ci insegna a tenere conto di tutta la complessità della nostra interazione con l’ambiente, rivalutando la componente sensoriale della nostra esperienza, sia perché l’atteggiamento contemplativo proprio dell’esperienza estetica rappresenta l’antitesi della sottomissione violenta della natura compiuta dalla tecnica”.

Dinanzi all’attuale distruzione e invasione della natura, è impensabile proporre un’etica ambientale ricca di considerazioni utilitaristiche per l’uomo. Occorre invece definire un’etica che lo responsabilizzi e lo conduca verso una visione monistica e globale della vita per consentirgli la riconnessione con l’uno naturale. Per poter riconoscere i limiti e le dimensioni ridotte dell’uomo, essere paritario agli altri elementi del mondo naturale, è però necessario rinegoziare il valore delle cose. Ma, ad essere sinceri, un’etica così incisa di elementi non utilitaristici, troverà non pochi antagonisti nel corso della sua proposizione. Hargrove nella sua opera Fondamenti di etica ambientale (1990) annota: “Passiamo ora al problema finale, cioè all’affermazione che il bello naturale è inferiore al bello artistico, in quanto troppo estraneo per conformarsi ai criteri e ai gusti estetici dell’uomo. Questa posizione è stata sostenuta in ‘La nostra responsabilità per la natura’, dove Passmore afferma che la natura addomesticata è preferibile alla natura selvaggia, alla selvaticità, perché, dal punto di vista dell’uomo, è più gradevole e più intellegibile. L’uomo capisce la natura addomesticata perché ‘ha contribuito a crearla’. Per contro, continua Passmore, ‘l’uomo è in qualche modo alienato dalla natura selvaggia; essa è qualcosa di esterno a lui’.....

Questa concezione della natura ha elementi comuni, ad esempio, con la teoria di Locke della proprietà, per la quale la natura viene valorizzata dal lavoro dell’uomo. La natura così trasformata diventa proprietà, in quanto qualcosa di umano, il lavoro, è entrato a far parte della natura grezza e si è permanentemente unito a essa. Questa concezione della natura come qualcosa di incompleto e pressoché senza valore, che attende che l’uomo vi riversi struttura, ordine e valore, affiora anche negli scritti filosofici di Hegel, quando egli afferma che, poiché la natura non ha volontà propria, l’uomo ha diritto di usare la sua volontà d’impadronirsi di ogni e tutti gli oggetti naturali, facendoli suoi”. Ogni commento a queste disarmoniche argomentazioni sarebbe superfluo. Hargrove infatti nel paragrafo successivo ricorda che: “Dato che i nostri criteri estetici derivano dalla natura, è assurdo affermare che i criteri della natura sono troppo estranei per essere accettabili e intellegibili dall’uomo”. Integra il discorso Leopold (1949-1997): “Il turista a caccia di trofei ‘naturali’ ha delle peculiarità che contribuiscono in modo sottile al suo comportamento. Per soddisfarsi deve possedere, invadere, appropriarsi. Di conseguenza, i luoghi selvaggi che non può vedere personalmente non hanno per lui alcun valore. Da ciò deriva l’opinione comune che una terra inutilizzata non renda alcun servizio alla società. Per chi è privo di immaginazione un vuoto sulla carta geografica è un inutile spreco, per altri è la parte più preziosa”.

E poi ancora Hargrove (1990): “Secondo l’estetica positiva, la natura, nella misura in cui è naturale (cioè, non alterata dall’uomo), è bella e non ha qualità estetiche negative. Tale concezione ha trovato la sua espressione più famosa nella frase, continuamente citata nel diciannovesimo secolo, di John Constable, che affermò, ‘Non ho mai visto una cosa brutta in vita mia’. Secondo tale concezione, chiunque trovi il brutto in natura semplicemente non l’ha saputa percepire in modo giusto, non ha saputo trovare criteri appropriati in base ai quali giudicarla e apprezzarla esteticamente. L’estetica positiva è strettamente associata a un tipo specifico di argomento preservazionista, che sostiene il diritto della natura di esistere. Secondo quest’argomento, che generalmente è espresso in modo affatto inadeguato, tutto ciò che esiste ha diritto d’esistere semplicemente perché esiste…..”.

Scrive infine Franco Zunino (1980): “La natura selvaggia è un bisogno spirituale che ognuno di noi si porta dentro e che va dal semplice amore per il bello al preponderante bisogno di solitudine che sentono alcuni. E’ il senso di fastidio che proviamo in natura di fronte all’opera dell’uomo, anche quando quest’opera è minima o ha fini di conservazione o di studio. La natura selvaggia è acqua libera di scorrere, di erodere, di gonfiarsi e straripare; è la libertà di volare e di correre degli animali; sono gli orizzonti intatti di montagne o di piatte paludi; è l’immensità del cielo su un panorama d’erba; è il silenzio della natura e lo scrosciare d’acque nelle valli montane; l’urlo del temporale nella foresta; il sibilo della bufera e il boato pauroso della valanga; il lento volo dell’aquila che annulla lo spazio tra le montagne; è il gioco delle onde sulle scogliera. La natura selvaggia è girare attorno lo sguardo e non vedere segno d’uomo; è ascoltare e non udire rumori d’uomo”. 

martedì 29 giugno 2021

Lo “sviluppo” tecnologico e scientifico. Un mondo in antitesi alla natura.

 Wild Nahani


Illustrazione di Elzbieta Mielzarek

NB. Testo tratto dal libo "L'uomo naturale"


“Come i venti e i tramonti, la vita selvaggia era considerata sicura finché il cosiddetto progresso non ha cominciato a portarla via. Ora ci troviamo di fronte al problema se un ancora più alto livello di vita valga il suo spaventoso costo in tutto ciò che è naturale, libero e selvaggio” (A. Leopold).

Nell’era dei personal computer, e del tutto elettronico, appare quasi anacronistico scrivere una lettera a mano, o leggere un libro di sera, senza guardare la televisione. La vita tecnologica condiziona ormai il modo di vivere e, quel che più preoccupa, la condizionerà maggiormente nell'avvenire, fino a trasformare l’uomo in una sorta di robot, non più mosso dai sentimenti ma soltanto da impulsi elettrici. Alcuni scienziati e sociologi affermano con convinzione che proprio la tecnologia consentirà di salvare il pianeta terra dall’autodistruzione, giacché l’affinamento della ricerca si tradurrà nella realizzazione di macchine poco inquinanti, di basso consumo e più efficienti. Ora, è inutile sottolineare l’inattendibilità di un’affermazione del genere, poiché se può essere vero che l’avanzare della tecnologia porta al miglioramento della qualità, è pur vero che, sotto la spinta della pressione demografica, è inevitabile che non si tenga conto del grado di pericolosità delle nuove scoperte, non osteggiate dall'autorità politica a causa delle rilevanti implicazioni sociali che il problema comporta. Anche la scoperta dell’energia nucleare sembrava  immune da effetti nocivi, invece poi - come sappiamo - quella innocua scoperta ha partorito la bomba atomica e il disastroso “effetto Chernobyl”. Alla stessa stregua si asseriva che le ricerche genetiche non avrebbero dato luogo a degenerazioni di sorta, poi da quelle sperimentazioni sono nati mostri che gli apprendisti stregoni non sanno esorcizzare. Qualche cosa di simile accadde nel XVIIIº e XIXº secolo, quando dalle ricerche condotte per puro spirito di conoscenza da Lavoisier, Gay Lussac, Boyle, Mariotte e Avogadro, si arrivò man mano alle applicazioni dei nostri giorni, quando l'abnorme crescita dei consumi collettivi, ha prodotto un grado di inquinamento chimico che, in modo diretto, o mediato, rischia di estinguere la vita sul pianeta terra. E. Goldsmith (1997) ci ricorda che “il progresso è antievolutivo e anti-Via che serve a sconvolgere l’ordine cruciale dell’ecosfera e a ridurne la stabilità”, mentre T. Roszak asserisce che “noi non siamo caduti tra le braccia di Gog e Magog: vi siamo progrediti”. J. Dorst (1990) a proposito dello sviluppo della scienza ci ricorda che “Di questa immensa e ingenua fiducia si è crudelmente abusato. La scienza non ha impedito le guerre, le violenze, le ingiustizie: le ha anzi rese più acute. I vantaggi da essa procurati sembrano controbilanciati dagli inconvenienti. Ogni progresso sembra farsi ripagare, talvolta dispendiosamente, con svantaggi ancora maggiori. La fisica delle particelle ci ha istruito sulla struttura della materia: noi ne abbiamo approfittato per creare l’arma nucleare. La chimica ha permesso di sintetizzare sostanze fino ad allora sconosciute e di proteggere le coltivazioni dagli attacchi dei predatori: ma noi abbiamo inquinato le terre, i mari e i fiumi riversando prodotti indistruttibili, generatori di problemi....”. Basta fare un’altra semplice riflessione: la grande foresta nordica, la Taiga, una volta al riparo dell’azione distruttrice dell’uomo grazie al suo isolamento geografico e ai rigori del suo clima, sta incominciando a vedere la caduta massiccia al suolo dei suoi giganti, al pari di quelli dell’Amazzonia, giacché la dilagante tecnologia produce macchine capaci di lavorare in quelle zone, con quel clima. Esordisce Kaczynskj nel suo manifesto (1997): “La rivoluzione industriale e le sue conseguenze sono state un disastro per la razza umana. Esse hanno incrementato a dismisura l’aspettativa della vita di coloro che vivono in paesi ‘sviluppati’ ma hanno destabilizzato la società, reso la vita insignificante, assoggettato gli esseri umani a trattamenti indegni, diffuso sofferenze psicologiche, inflitto danni notevoli al mondo naturale..... “. Scrive Dalla Casa (1996): “Il concetto di progresso è invenzione dell’Occidente per distruggere le altre culture umane e restare l’unica cultura del Pianeta: ha senso solo se si prende a riferimento una particolare scala di valori, che è sempre relativa ed arbitraria.

Il termine ‘sviluppo’ significa in realtà il grado di sopraffazione della nostra specie sulle altre specie e della civiltà industriale sulle altre culture umane”. Incalza Charles Russel (in Devall & Sessions, 1989): “Un pionere è un uomo che giunge in una terra vergine, cattura con le trappole tutte le bestie da pellicccia, uccide tutta la selvaggina, estirpa le radici (...). Un pioniere distrugge le cose e chiama questo civiltà”.

Konrad Lorenz (1984) asseriva che l’evoluzione non è di necessità finalizzata a un concetto di “meglio”, i meccanismi di adattamento non si identificano nelle idealizzazioni dell’uomo. L’attuale spinta evolutiva verso la tecnocrazia è una corsa verso il declino. “La società tecnologica estrania gli uomini non solo dal resto della natura, ma anche da se stessi e dagli altri; genera necessariamente finalità e valori distruttivi capaci spesso di compromettere l’interazione fra collettività salde e vitali e il mondo naturale.

La visione tecnologica del mondo ha come immagine ultima la totale conquista e il dominio della natura e dei processi naturali spontanei - l’immagine di un ‘ambiente totalmente artificiale’ rimodellato in base a norme umane e gestito dall’uomo per l’uomo” (Devall & Sessions, 1989).

E’ bene riflettere su quanto scrive Dalla Casa (1996): ” Il quadro concettuale dominante nella cultura europea fino al Seicento aveva tutte le premesse per iniziare una sistematica distruzione della Natura, ma mancava ancora qualcosa: il potere tecnico.

La spinta decisiva per entrare in possesso di tale potere è venuta dalla diffusione del pensiero di Cartesio, Bacone, Locke ed alcuni altri e dalla sistemazione delle scienze fisiche ad opera di Newton. La causa principale sono state le idee di Cartesio.

Quando le concezioni del pensatore francese, forse anche sull’onda di alcune felici intuizioni matematiche, si sono fatte strada nelle menti dell’Occidente, ecco formarsi il più espansivo e distruttivo modello culturale mai apparso sul Pianeta: la civiltà industriale.

E con essa è scoppiato il dramma ecologico”.

L’aberrante visione antropocentrica di Cartesio prende le mosse dalla sua netta distinzione tra “spirito” e “materia”. Solo l’uomo ha “il possesso” dello spirito, quindi tutto il resto, materia inerte, è a sua completa disposizione, forte anche dell’idea biblica “di separazione fra la nostra specie, protagonista, e il mondo, palcoscenico fatto per noi” (Dalla Casa, 1996). Tutto il mondo naturale vivente o non vivente è una sorta di grande macchina che si muove solamente sotto impulsi meccanici e metodici (gli animali per esempio sono solo degli automi che non provano alcuna sensazione o dolore). Al pensiero di Cartesio si associa quello di Locke, proteso, senza alcun rimorso, alla manipolazione, al controllo ed alla distruzione del mondo naturale. Completa il quadro Bacone che vede nel dominio della natura l’unica vera “missione” dell’uomo. Altri autori di rilievo ebbero invece una visione ben diversa delle cose (p. e. Leibniz), ma le loro filosofie non riuscirono ad imporsi come quella di Cartesio che invece divenne la colonna portante di tutto “lo sviluppo” occidentale (Dalla Casa, 1996). Sulla neutralità della scienza dinanzi alle concezioni metafisiche annota con acutezza Dalla Casa (1996): “La scienza ufficiale ricorre spesso a vere acrobazie intellettuali pur di non uscire dal paradigma cartesiano, che considera ‘ovvio’ ed ‘acquisito’. Così si trova in vie senza uscita, ed a volte è costretta a negare o a non considerare i fatti non inquadrabili in quello schema concettuale, pur di non mettere in discussione le premesse: e allora deve far sparire intere categorie di fenomeni di interferenza mascroscopica, o non-distinguibilità, fra spirito e materia, con la scusa che non sarebbero ‘ripetibili’”.

Scrive ancora Della Casa (1996): “Così l’umanità, la sola ad essere anche spirito, poteva fare ciò che voleva della natura, che sarebbe stata materia: questa idea ha aggravato il preesistente ‘diritto divino’. Con il materialismo, ultimo figlio dell’Occidente, cambia ben poco: materia contro materia, vince il più forte, che a suo piacimento può conservare pezzi di ‘natura originaria’ per allietarsi la vita: questa è l’ecologia di superficie”.

A proposito dell’intervento della tecnologia per il superamento dei problemi ambientali scrivono Devall & Sessions (1989): “Chi pratica la resistenza ecologica non accetta che esistano solo soluzioni puramente tecniche a problemi sociali in modo riduttivo (come l’inquinamento atmosferico). Questi problemi non sono altro che sintomi di questioni più ampie. Le soluzioni tecnocratiche presentano tre grandi pericoli. Il primo sta nel credere che far ricorso all’ideologia dominante e alla tecnologia sia l’unica soluzione accettabile. Il secondo pericolo è l’impressione che si stia facendo qualcosa mentre di fatto il problema reale continua a sussistere: aggiustare alla meglio distoglie dal ‘vero lavoro’. Infine c’è il pericolo di credere che nuovi esperti - come gli ecologi professionisti - possano trovare la soluzione al problema, mentre c’è il rischio che diventino gli addetti alle pubbliche relazioni di imprese ed enti con l’unico obiettivo di ottenere potere e profitto”.

Integra il discorso R. Galli (in Gamba & Martignitti, 1995): “Tra i prodotti dell’intelligenza e dell’attività umana la tecnologia è sicuramente quello che più di ogni altro è considerato responsabile del progressivo deterioramento del rapporto tra uomo e ambiente. All’impiego diffuso e persuasivo della tecnologia si attribuiscono infatti, in primo luogo,  i grandi mutamenti che l’uomo ha prodotto nel mondo naturale; non a caso per indicare il nuovo ambiente che ne è risultato è stato coniato il termine di tecnosfera. La storia della costruzione della tecnosfera si confonde con la storia dello sviluppo tecnologico ed entrambe con quella dell’emergere della questione ambientale......”.

La società contemporanea non è impostata sulla sobrietà e sull’equilibrio stazionario, ma sul consumo e sullo spreco delle risorse, in netta antitesi con la dinamica degli elementi naturali. Anche l’ex presidente degli Stati Uniti d’America (Clinton), simbolo dell’opulenza, dell’occidentalismo e del consumismo (gli americani sono il 5% della popolazione mondiale e consumano come il 35% - Storer et al., 1984), il 27 giugno 1997 in una dichiarazione alle Nazioni Unite ha asserito che la terra è in allarme rosso, sull’orlo di una crisi ambientale irreversibile. Ma poiché le questioni ambientali sono solo “formali” e non sostanziali, da simili discorsi non segue mai nulla di concreto e di esecutivo ma solo promesse di cambiamenti, parametri ipotetici da rispettare e così via (si veda anche la totale apatia e disattenzione verso i vari protocolli volti a ridurre l’impatto inquinante dell’uomo). Nessun intervento radicale e rivoluzionario viene sostenuto anche se siamo in allarme rosso: “l’Occidente è una nave che sta colando a picco, la cui falla è ignorata da tutti. Ma tutti si danno da fare per rendere il viaggio più confortevole” (E. Severino). Gary Snyder (1992) ci ricorda che “Se cercassimo davvero di insegnare loro i valori della civiltà occidentale.....non faremmo che vendere l’ideologia dell’individualismo, dell’unicità umana, della speciale dignità umana, dell’illimitato potenziale dell’Uomo, della gloria che arride al successo...... Dopo il protestantesimo, il capitalismo e la conquista del mondo, tutto sommato è forse questo il punto di arrivo della cultura occidentale”. Doug Peacock (da Snyder, 1992) riassume la cultura occidentale con tre assunti “Introversione ebraica, narcisismo greco, dominio cristiano”. Kaczynskj nel suo manifesto ci ricorda (1997): “Solo con la rivoluzione industriale l’effetto della società umana sulla natura divenne veramente devastante. Per alleviare la pressione sulla natura non è necessario creare un tipo particolare di sistema sociale; occorre solo liberarsi della società industriale. Ma anche quando questo principio fosse accettato esso non risolverebbe tutti i problemi. La società industriale ha recato inoltre un tremendo danno alla natura e passerà molto tempo prima di poterne curare le ferite. Persino le società preindustriali possono arrecare danni significativi alla natura. Nondimeno, liberarsi della società industriale realizzerà un grande progetto. Alleggerirà, nei suoi aspetti più devastanti, la pressione sulla natura così da poter rimarginare le sue ferite. Toglierà alle società organizzate la capacità di aumentare il loro controllo sulla natura (inclusa quella umana). Qualunque tipo di società possa esistere dopo il decesso del sistema industriale è certo che la maggior parte delle persone vivrà vicino alla natura, perché in assenza di tecnologia avanzata non vi è altro modo in cui la gente possa sopravvivere. Per alimentarsi dovranno tornare a essere contadini, pastori, pescatori, cacciatori, ecc. E, in generale, l’autonomia locale dovrà tornare a svolgere un ruolo significativo perché la mancanza di una tecnologia avanzata e di comunicazioni rapide limiteranno la capacità dei governi o delle altre grandi organizzazioni di controllare le comunità locali”.

Anche J. Dorst che è certamente un uomo di scienza e uno strenue difensore della ricerca scientifica sente la necessità di allarmare il mondo, attraverso le sue opere, per il profondo impatto ecologico che l’uomo riversa sull’intero pianeta. Scrive infatti (1990): “La civiltà industriale, spinta fino all’assurdo, sembra così portare in sé i germi della propria distruzione. La sua accelerazione prodigiosa fino al parossismo costituisce un esempio tipico di un fenomeno ben conosciuto dai biologi che studiano l’evoluzione delle stirpi animali. Una caratteristica apparsa con modestia si sviluppa progressivamente favorendo sempre più l’animale; la sua ulteriore esagerazione le fa presto superare i limiti della nocività: essa diventa allora contraria agli interessi stessi della specie, non avendo più alcun valore di adattamento. Molte specie sono sparite, nel corso delle ere geologiche, in seguito allo sviluppo mostruoso di una dello loro caratteristiche. Ciò che è vero per un animale lo è altrettanto per civiltà che hanno creduto per un momento che la loro crescita irragionevole fosse sinonimo di potenza e che sono sparite bruscamente, vittime del loro gigantismo........ Non si pensi dunque con distacco  alle culture che sono crollate con il passare dei secoli: la salute della nostra civiltà, così complessa e per questo stesso motivo così fragile, è una pura apparenza. I sintomi, il cui elenco si allunga continuamente, ce lo ripetono con insistenza”.

E’ fuori dubbio che alcune scoperte della scienza ci hanno portato dei vantaggi e del “benessere”, almeno per lo stile di vita contemporaneo (si pensi al campo medico, farmacologico, meccanico o ingegneristico), nè si può obiettare alcunché alla lunga lista di  “utilità” che, almeno in apparenza, la scienza ci offre (almeno per coloro che ci credono!). Questo però non dà la licenza ad una fede cieca ed acritica nei riguardi della ricerca scientifica e dell’operato degli addetti ai lavori. Non può certamente farsi di tutta un’erba un fascio ma occorre uscire fuori dagli schemi della mente contemporanea che par muoversi solo sotto gli impulsi del razionalismo e del meccanicismo. Scrive Bates (1970): “Mi sembra inutile, arrivati a questo punto, tentare di compilare una lista dei vantaggi specifici venuti alla civiltà da queste applicazioni della scienza, dato che i vantaggi, la “utilità della scienza” sono stati adeguatamente messi in risalto da tutti coloro che si sono presi il compito di “divulgare” la scienza..........

I vantaggi sono reali, ma mi domando se sono così grandi come i nostri divulgatori ci vorrebbero far credere....... L’intero concetto di progresso è qualche cosa che si è insinuato nella nostra mente con l’avvento e lo sviluppo della scienza, cosicché diviene difficile per gli scienziati sfuggire completamente al compito e alla responsabilità di determinarne la direzione e la velocità......

Soprattutto negli ultimi secoli siamo sfuggiti ai meccanismi che mantengono l’equilibrio e i rapporti nella comunità biotica. Siamo andati a briglia sciolta, come un’erbaccia introdotta in un nuovo continente. Abbiamo conservato il tasso di natalità a cui si era adattata la specie nella sua evoluzione attraverso la vita selvaggia del Pleistocene, e contemporaneamente abbiamo alterato radicalmente la natura e l’incidenza dei fattori che provocano la morte. Il risultato è una densità di popolazione che va al di là di ogni ragione, di qualsiasi possibilità di sostentamento, e non si vede ancora la fine”.

Sulla responsabilità morale della scienza moderna Hosle (1992) evidenzia che “Se paragoniamo il sapere biologico del nostro tempo con quello di Aristotele, il progresso è incommensurabile; ma se paragoniamo la sua consapevolezza della necessità dell’integrazione degli esseri viventi nella totalità dell’essere con il rifiuto da parte della moderna scienza della natura di riflettere sulle premesse filosofiche del proprio operato, allora ci assale il dubbio se questa evoluzione possa essere definita sotto tutti i rispetti come progresso; e per concludere, verrebbe voglia di parlare di decadenza se si paragonasse il senso di responsabilità morale proprio della scienza antica con il rifiuto, anzi con l’incapacità dello scienziato moderno di rispondere sul piano morale delle vaste conseguenze del proprio operato......

Son ben lontano da voler idealizzare il passato......; ma l’uomo non aveva il potere che oggi è nelle sue mani. E’ la sproporzione tra potere e saggezza che dà motivo di preoccupazione; e dal punto di vista storico questa sproporzione non può che coincidere con uno sviluppo del potere dell’uomo sulla natura quale soltanto la società industriale può consentire”.

Tornando ancora al manifesto di Kaczynskj (1997): “Immaginiamo un alcolizzato di fronte a una botte di vino. Immaginiamo che egli cominci col dire a sé stesso: ‘Il vino non ti fa danno se usato con moderazione. Perché, dicono, le piccole dosi di vino ti fanno persino bene! Non mi farà alcun male sorseggiarne un po’’. Sappiamo bene come va a finire. Non dimenticare che la razza umana rispetto alla tecnologia è un alcolizzato di fronte a una botte di vino”.

Concludiamo il paragrafo con una profonda riflessione di Fukuoka (2001): “L’uomo si vanta di essere l’unica creatura con la capacità di pensare. Pretende di conoscere se stesso e il mondo naturale, e crede di poter usare la natura a proprio piacimento. E’anche convinto che intelligenza sia sinonimo di forza e che qualsiasi cosa lui desideri sia alla sua portata.

L’umanità, evolvendosi, compiendo progressi nella scienza e ampliando smisuratamente la sua cultura materialistica, si è via via allontanata dalla natura ed è finita per costruirsi una civiltà propria, come un bambino capriccioso che si ribella alla madre. Tuttavia queste frenetiche attività, queste città gigantesche, hanno portato l’uomo verso gioie vuote e disumanizzate, verso la distruzione del proprio ambiente, mediante lo sfruttamento indiscriminato della natura. La dura punizione per esserci allontanati dalla natura e averla depredata delle sue ricchezze, si è manifestata con l’impoverimento delle risorse naturali e alimentari, gettando un’ombra oscura sul futuro del genere umano. Dopo aver aperto gli occhi sulla gravità della situazione, l’uomo ha finalmente cominciato a considerare il da farsi, ma, a meno che non sia disposto a un serio esame di coscienza, non potrà fare a meno di seguitare sulla via della totale rovina.

Estraniatosi dalla natura, l’esistenza umana diventa vana, la sorgente vitale e la crescita spirituale si inaridiscono. L’uomo si ammala e si indebolisce sempre di più a causa della sua strana civiltà che altro non è se non una inutile lotta per un frammento di tempo e di spazio”.

Il concetto che i processi mentali siano superiori nell’ambito umano è un’argomentazione del tutto pretestuosa, spocchiosa e che sa tanto di un ennesimo accentramento antropocentrico. Goldsmith (1997) ci chiarisce bene il concetto: “L’idea che i processi mentali dell’uomo siano categoricamente distinti da quelli di altri animali è un’assunzione gratuita che non si basa su nessuna conoscenza valida di alcun tipo. In particolare, è gratuito sostenere, come fa attualmente la scienza ufficiale, che solo gli esseri umani siano ‘intelligenti’ - tanto più che il termine non è mai stato definito in modo soddisfacente. Dichiaratamente, abbiamo dei test d’intelligenza, ma, come osserva Herrick, ‘non sappiamo esattamente che cosa misurino’. Alcuni autori, tra i quali Ashis Nandy, sostengono che l’intelligenza è poco più che ‘ciò che è misurato dai test d’intelligenza’”.

sabato 29 maggio 2021

La zootecnia/agricoltura e il veganesimo

Wild Nahani


Illustrazione di Elzbieta Mielczarek

NB. Testo tratto dal libo "L'uomo naturale"


La trasformazione di prodotti vegetali in prodotti animali ha un rendimento medio di circa il 10% causando quindi uno spreco energetico del 90%. L’alimentazione vegana, che con la dieta carnea sta in rapporto di 10 : 1, è dunque una pratica che la società moderna deve obbligatoriamente intraprendere. Secondo accurati studi è emerso che circa i quattro quinti della parte coltivata del pianeta è usata per alimentare gli animali e per produrre un chilo di proteine animali occorrono sette chili di quelle vegetali con un dispendio energetico, come abbiamo poc’ànzi visto, del 90%. Inoltre, l’allevamento intensivo del bestiame, determina gravi danni all’ambiente (inquinamento e consumo di enormi quantità di acqua, disboscamento, ecc.), un enorme crudeltà verso gli animali e  profondi squilibri. Se invece si coltivassero le terre solo per l’alimentazione diretta dell’uomo, l’attuale superficie agricola basterebbe a sfamare una popolazione molto più consistente dell’attuale fornendo un nutrimento più rapido ed economico (meno animali, meno degrado, più cibo per gli uomini - Battaglia, in Gamba & Martignitti, 1995).

A rafforzare poi l’idea del veganesimo, non è solo la positiva valenza ecologica che tale pratica possiede, ma anche l’assurda struttura che ha assunto la zootecnia nei Paesi industrializzati. Vitelli ingrassati forzatamente costretti a vivere legati ad una cortissima catena e privati di importanti nutritivi (ferro) per favorire la produzione di un certo tipo di carne; suini tenuti a migliaia in pochi centinaia di metri quadrati soggetti a intensissimo stress; migliaia di polli stipati come sardine in gabbie metalliche; oche alimentate forzatamente per favorire lo sviluppo abnorme del proprio fegato; ecc. In questa situazione allucinante, per far fronte ad un precario stato sanitario che inevitabilmente viene a crearsi e per stimolare la “produttività” degli animali, si impiegano massiccie dosi di sostanze chimiche altamente destabilizzanti (antibiotici, ormoni, additivi, ecc.). Negli ultimi anni, nel colmo del paradosso produttivistico, si è arrivato a somministrare mangimi con proteine animali ai bovini, notoriamente “vegetariani” (con il conseguente fenomeno della BSE)! A monte di tutto giace la logica del profitto e del disprezzo degli altri esseri viventi. La scelta vegana allora, avrà una duplice veste: ecologica ed etica. Ma se la seconda, cioè quella etica, sarà motivo di scelta solo dei più sensibili al drammatico stato del bestiame allevato, la prima, quella ecologica, dovrà essere un’obbligo della società dell’immediato futuro. Ma poiché i governi mondiali cercheranno di allungare i tempi per una tale decisione, starà al singolo cittadino intraprendere una tale scelta, anche graduale, poiché una sensibile riduzione dell’alimentazione carnea darà certamente i suoi effetti positivi sull’ambiente e sulla stessa salute del consumatore. “Anche le moderne industrie zootecniche e ittiche presentano delle gravi pecche. Tutti sono d’accordo nell’affermare che allevando polli, bestiame e pesci il nostro modo di alimentarci migliora, ma nessuno sospetta minimamente che la produzione di carne potrebbe danneggiare la terra e l’allevamento ittico potrebbe inquinare i mari. In termini di produzione e consumo calorico, qualcuno dovrà lavorare il doppio se vuole nutrirsi di uova e latte, piuttosto che di cereali e ortaggi. Se vuole mangiare della carne, dovrà lavorare sette volte di più. A causa della scarsa resa energetica, l’allevamento moderno non può essere considerato ‘produzione’ in senso letterale. Infatti, l’effettivo rendimento energetico si è ridotto a tal punto, e lavoro e fatica umani sono arrivati a un tale livello, che l’uomo sta perfino considerando la possibilità di incrementare l’efficienza della produzione zootecnica mediante l’allevamento di razze geneticamente migliorate” (Fukuoka, 2001).

L’uomo all’origine era carnivoro solo occasionalmente, dando prevalenza ad una alimentazione sostanzialmente frugivora. L’analisi del suo aspetto fisico ne conferma il fatto: dentatura priva dei grossi canini, mancanza di unghie offensive e un lungo intestino. Il carnivoro, di converso, ha un intestino molto corto (per non assorbire le tossine della carne), grossi ed acuminati canini per lacerare la carne ed unghia per ferire. La struttura dell’intestino umano consente, vista la sua lunghezza, l’assorbimento di tutte le sostanze tossiche della carne, e causa, per chi ne fa un uso eccessivo, l’insorgere di numerose malattie degenerative tra cui il cancro.

Non dimentichiamoci poi, solo per fare un breve cenno, alle gravissime manipolazioni genetiche che si vogliono, o meglio già si stanno già attuando, sia sugli animali che sui prodotti agricoli (i cosiddetti OGM, ovvero organismi geneticamente modificati) con la scusa che daranno il cibo per tutti gli esseri umani (si creeranno per esempio animali con crescite ultra-rapide e di dimensioni superiori) e saranno immuni da particolari parassitosi e così via. Questo senza pensare che un’agricoltura geneticamente manipolata porterà incalcolabili effetti devastanti anche sul mondo selvatico con contaminazioni che non si riescono nemmeno ad immaginare. Una semplice recente dato, per citarne solo uno, riferisce che 60 pesci OGM sono sufficienti a far estinguere un branco di 60 mila “normali” (Mochi C., 2001). Non parliamo ovviamente cosa accadrà alle persone che si alimenteranno di questi prodotti (agricoli o di origine animali) e non è una visione pessimista se si afferma che prima o poi tutti si alimenteranno di questi “nuovi” prodotti”. Situazioni similari del passato, anche di altri settori, ci forniscono fin troppe certezze.

Un solo breve passaggio è poi utile riportare per rendersi ancor più conto delle follie che l’uomo moderno ha partorito. Con l’avvento dell’agricoltura chimica che massivamente ha inquinato insieme all’industria il pianeta terra, i prodotti del suolo sono diventati sempre più dei prodotti per così dire simili a sostanze di “sintesi chimica” sempre meno ricchi di elementi nutritivi ed organolettici e sempre più opulenti di veleni e alterazioni profonde. Poi una delle scene “più comiche” viene dall’improvviso risveglio dell’uomo che, un po’ consapevole della via intrapresa, cerca di correggere il tiro per produrre alimenti agricoli cosiddetti “biologici”. Cioè quello che si è fatto per migliaia di anni in agricoltura e poi spazzato via dalla chimica ora si cerca di farlo ritornare sul piatto. Una semplice seduta psicanalitica farebbe dire al medico che il paziente soffre di una vera e propria mancanza di memoria, di una totale dimenticanza dal sano ragionare. Aveva dimenticato ciò che sapeva fare molto bene e che aveva sperimentato per centinaia di generazioni. Poi, ed ecco lo smemoramento, improvvisamente ha preferito praticare la via dell’avvelenamento, in netto contrasto con ciò che di buono poteva offrire la madre terra. Ma la troppa intossicazione forse ha risvegliato un po’ il paziente ed ha ricominciato a riprendere a piccolissimi passi una parte della via maestra anche perché tra l’altro vuole pure disintossicarsi. Fuori della metafora si può dire che il futuro ci darà qualche risposta in tal senso anche se nel concreto le prospettive non sembrano affatto buone.  

“Nella società odierna, l’uomo è avulso dalla natura e la conoscenza umana è arbitraria. Per fare un esempio, supponiamo che uno scienziato voglia comprendere la natura. Potrebbe iniziare con lo studio di una foglia, ma poi le sue ricerche proseguirebbero inevitabilmente nell’analisi delle molecole, degli atomi e delle particelle subatomiche, perdendo di vista la foglia originaria.

Gli studi sulla fissione e sulla fusione nucleari sono oggi il campo di ricerca più dinamico e all’avanguardia e, con lo sviluppo dell’ingegneria genetica, l’uomo ha acquistato la capacità di modificare la vita a proprio piacimento: autonominatosi sostituto di Dio, egli si è impadronito di una sorta di terribile bacchetta magica.

E cosa potrebbe voler sperimentare l’uomo nel campo dell’agricoltura? Probabilmente intende cominciare con la creazione di curiose piante ottenute mediante la ricombinazione genetica interspecifica. Non dovrebbe essere difficile realizzare gigantesche varietà di riso. Gli alberi verranno incrociati con il bambù e le melanzane cresceranno sulle piante dei cetrioli. Sarà persino possibile far maturare i pomodori sugli alberi. Trapiantando poi geni delle piante leguminose nei pomodori o nel riso, gli scienziati produrranno pomodori contenenti rizobio, batterio che fissa l’azoto presente nell’aria. I pomodori e il riso così ottenuti non avranno più bisogno di fertilizzanti azotati: non c’è dubbio che i contadini prenderebbero al volo una simile occasione. L’ingegneria genetica verrà sicuramente applicata anche agli insetti. Se verranno creati ibridi come mosche-api o farfalle-libellule, non saranno più in grado di distinguere gli insetti benefici da quelli nocivi. Proprio come la formica regina non produce altro che formiche operaie, anche l’uomo cercherà di creare qualsiasi insetto o animale possa tornargli utile. Alla fine le cose potrebbero arrivare al punto di creare ibridi di volpi e procioni da mostrare allo zoo e potremmo vedere addirittura umani-vegetali o umani-macchina creati solo per lavorare. Le creature più ridicole, se realizzate in nome del progresso della medicina, diciamo, riceveranno il consenso e il plauso generale…..” (Fukuoka, 2001).

Questi ultimi esempi dimostrano per l’ennesima volta ciò che è l’uomo: un essere semplicemente spregevole (per usare una terminologia ”diplomatica”) che mostra ancora una volta la sua vera immagine senza la maschera della propria falsa moralità ed etica. Ed egli ci apparirà finalmente così com’è: senza volto!

Riportiamo ancora qualche passo molto acuto di Fukuoka (2001) che ci illuminerà ancor meglio sull’agricoltura “scientifica” contemporanea e sul declino dell’uomo per aver intrapreso una via sbagliata. “Spesso parliamo di ‘produrre cibo’, ma i contadini non producono il cibo della vita. Soltanto la natura ha la capacità di creare qualcosa dal nulla e gli agricoltori possono esclusivamente farle da assistenti. L’agricoltura moderna è solo un’industria di trasformazione che impiega energia derivata dal petrolio sotto forma di fertilizzanti, pesticidi e macchinari per fabbricare prodotti alimentari sintetici che non sono altro che imitazioni scadenti del cibo naturale.

L’agricoltore oggi è diventato un mercenario della società industrializzata. Egli cerca, senza successo, di arricchirsi coltivando con l’ausilio di sostanze chimiche, un’impresa che metterebbe a dura prova anche la Dea della Misericordia dalle Mille Mani. L’agricoltura naturale, autentica e originale forma di coltivazione, rappresenta il metodo ‘senza metodo’ della natura, la strada immutabile di Bodidarma. Sebbene possa sembrare fragile e vulnerabile, è in realtà un metodo molto potente perché porta alla vittoria senza aver combattuto; è un metodo buddhista di coltivazione che si rivela molto fruttuoso senza danneggiare il terreno, le piante e gli insetti……… L’obiettivo dell’agricoltura naturale e la non-azione e il ritorno alla natura. E’ un movimento centripeto e convergente. Al contrario, l’agricoltura scientifica si allontana dalla natura seguendo i capricci e i desideri dell’uomo, con un movimento centrifugo e divergente. Dato che questo movimento di espansione verso l’esterno non può essere fermato, l’agricoltura scientifica è condannata all’estinzione…… L’umanità ha abbandonato la natura e solo di recente ha cominciato a rendersi conto, con crescente inquietudine, della sua pietosa condizione di orfana dell’universo. Eppure, anche quando l’uomo si sforza di tornare alla natura, scopre di non sapere più cosa essa sia e che, per di più, egli ha distrutto e perso per sempre la natura cui tenta invano di tornare…….. Per raggiungere un’umanità e una società fondata sulla ‘non-azione’, l’uomo deve rivedere tutto ciò che ha fatto in passato e liberarsi via via di tutti i falsi concetti di cui sono imbevuti lui e la sua società. Questo è il momento della ‘non-azione’. L’agricoltura naturale può essere considerata un settore di questo movimento. La conoscenza e le fatiche umane si espandono diventando inutili e complesse. Dobbiamo arrestare questa espansione, convertire, semplificare e ridurre i nostri sforzi e la nostra conoscenza per mantenerci in armonia con le leggi della natura. L’agricoltura naturale è più di una semplice innovazione nell’ambito delle tecniche agricole; è l’elemento base pratico di un movimento spirituale, di una rivoluzione tesa a cambiare il modo di vivere umano”. A proposito della distruzione e della deleteria contaminazione degli ambienti a causa dell’impiego dei pesticidi vorremmo concludere il paragrafo con le indimenticabili, ammonitrici e realmente tristi parole di Rachel Carson (1963):“C’era una strana quiete. Gli uccelli, ad esempio, dove erano andati ? ... Fu una primavera senza voci. Il mattino che all’alba vibrava del coro di tordi, uccelli gatto, colombi, ghiandaie, scriccioli e di tutta una serie di altre voci, adesso non riecheggiava di alcun suono; sui campi, sui boschi e sulle paludi aleggiava solo il silenzio”.

 

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- La FAO dopo una specifica ricerca ha pubblicato uno studio in cui sostiene che se tutti fossero vegani non ci sarebbe più il grave problema della fame nel mondo!!


- E' scientificamente dimostrato che la dieta vegana (vedi capitolo seguente) riduce l'impatto ambientale di oltre il 50%!


- L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che il superamento dei vegetariani/vegani sugli onnivori avverrà nel 2050 in funzione della massa critica!!


- Si ricorda che nel mondo ci sono oltre 800 milioni di vegetariani/vegani (il 90% concentrati nei paesi orientali, influenzati dalla scelta anche dalle varie religioni che non consentono l'utilizzo di animali per l'alimentazione). Nei paesi occidentali, Italia compresa, il fenomeno è in forte crescita tanto da interessare molti milioni di persone.