venerdì 27 dicembre 2019

La gestione delle aree protette

Wild Nahani




NB. Testo tratto dal libro "L'Uomo naturale".



“Per un controllo e una supervisione morale a favore della Natura sulle attività degli organismi che amministrano le aree protette; affinché i primari interessi del mondo naturale non debbano mai essere messi da parte o sminuiti per fare quelli dell’uomo.”

— Documento Programmatico dell’Associazione Italiana per la Wilderness (Punto 5)

1. L'Istituzione dell'Area Protetta: Illusione e Realtà


Molti cittadini sensibili alle sorti dell'ambiente tirano un respiro di sollievo quando apprendono l'istituzione di un nuovo Parco o di una Riserva Naturale, convinti che quel territorio sia ormai in salvo da ogni minaccia.

Purtroppo, la realtà dei fatti smentisce spesso questa speranza. Molte aree protette continuano a subire ferite profonde e alterazioni irreversibili la cui origine non deriva soltanto da pressioni esterne, ma dal modo stesso in cui gli enti preposti gestiscono il territorio. Per questo motivo, l'operato dei manager ambientali e degli organi governativi deve essere sottoposto a un controllo morale rigido, alla stregua di qualsiasi altra attività ad impatto antropico.

I fatti che giustificano queste amarissime considerazioni sono sotto gli occhi di chi vive e lavora sul campo:

  • Parchi Nazionali gestiti in funzione del flusso turistico e del profitto dell'indotto, anziché della conservazione della flora e della fauna;

  • Riserve ridotte a meri laboratori per sperimentazioni biologiche invasive o farraginosi progetti scientifici;

  • Costruzioni, ampliamenti e ristrutturazioni ingiustificate di rifugi, bivacchi e strutture ricettive in quota;

  • Aree picnic e infrastrutture ludiche realizzate in zone di altissimo ed estremo valore naturalistico;

  • Apertura o asfaltatura di strade montane e forestali, spesso giustificate col pretesto di un'ipotetica "migliore gestione" o "sorveglianza antincendio";

  • Introduzioni o reintroduzioni forzate di fauna attuate senza adeguati studi preliminari sulle cause della scomparsa originale della specie;

  • Tagli boschivi impropriamente definiti "interventi di gestione naturalistica", dettati da consuetudini empiriche o da interessi legnosi;

  • Attività di sorveglianza e controllo del territorio spesso insufficienti o ridotte al minimo da carenze d'organico o disinteresse politico.

2. Il Paradosso delle Strade Forestali e la Dittatura "del Fare"


Emblematico è il caso della viabilità montana all'interno dei Parchi. Nella migliore delle ipotesi, le strade forestali vengono chiuse da una sbarra — con una pioggia di deroghe e permessi speciali —, ma quasi mai si procede al loro smantellamento e al reale ripristino ambientale.

C'è sempre un pretesto per mantenerle in vita. Se si chiedono finanziamenti pubblici per costruire, asfaltare o aggiungere strutture umane, i fondi si trovano con estrema facilità. Se invece un naturalista proponesse un'opera di reale ripristino ecologico — come la rinaturalizzazione e l'eliminazione fisica di una rotabile per restituire la quiete alla fauna —, i finanziamenti e l'interesse istituzionale svaniscono nell'oblio. Non si concede mai un vantaggio univoco e netto alla Natura.

Sarebbe urgente un radicale cambio di forma mentis nei gestori del territorio. Essi rimangono prigionieri della febbrile politica "del fare": scavare, edificare, canalizzare, rimodellare. Non riescono a concepire che in ecologia il "non fare" — il tirarsi indietro e lasciare che la Natura autoregoli i propri equilibri come ha fatto per milioni di anni — è spesso la scelta conservazionista più alta e lungimirante.

“Molti degli obiettivi della conservazione compatibili con l’uguaglianza biocentrica sono sintetizzati nell’espressione ‘Lascia vivere il fiume’... Un’altra possibilità, in armonia con lo slogan di Arne Naess ‘semplicità di mezzi, ricchezza di fini’, è semplicemente: ‘non fare’.”

— Bill Devall & George Sessions (Deep Ecology, 1989)

3. La Sovversione delle Priorità: Quando il Riconoscimento Diventa "Sviluppo"


Secondo logica, la creazione di un'area protetta deve avere una sola priorità assoluta: la conservazione biocentrica del luogo e della vita selvatica.

Solo dopo aver garantito una tutela ferrea e intransigente, gli eventuali benefici economici o sociali per le comunità locali possono essere accolti, ma sempre e soltanto come un effetto indiretto e secondario della conservazione.

Oggi si opera esattamente al contrario. Istituire un Parco è diventato sinonimo di "sviluppo locale", "promozione turistica", "produttività ecocompatibile" e "immagine di marca". Quando infine ci si ricorda della tutela del territorio, le risorse e la volontà politica sono esauste: alla Natura rimangono solo le briciole.

I Parchi ricevono spesso ingenti finanziamenti per serie interminabili di studi scientifici. Molti di questi non sono che paraventi burocratici per "scoprire l'acqua calda", rimandando a data da destinarsi l'applicazione di misure di protezione concrete ma sgradite alla politica.

Con questa "pioggia" di risorse, quasi mai si è vista realizzare l'azione più semplice, diretta ed efficace: acquistare fisicamente i terreni di maggior pregio per sottrarli speculativamente all'uomo e vincolarli per sempre alla pura Wilderness.

4. La Paternità dell'Errore


A chi va attribuita la responsabilità di questa deriva?

Senza dubbio a una burocrazia elefantiaca, all'impreparazione tecnica, al disinteresse morale, alla spasmodica applicazione di una "scienza tecnocratica" che dissipa tempo e finanziamenti senza tutelare un solo ettaro di bosco. Ma la causa profonda rimane l'asservimento pragmatico alle regole dell'economia di mercato e la persistenza della visione antropocentrica.

La gestione esclusivamente "umana" ed utilitaristica delle aree protette è la conferma di quella miopia filosofica per cui l'uomo occidentale non riesce a concepire la Natura se non come una riserva da dominare, recintare e mettere a profitto.

“La gestione dei Parchi e delle aree protette è complessa. I motivi che portano alla loro costituzione non sono quasi mai stati la protezione dei valori naturali, ma la cosiddetta ‘valorizzazione’ dei beni ambientali... Le pressioni economiche e di sviluppo tendono a mettere gli interessi della Natura in secondo piano, proprio perché la Natura non ha la possibilità di gridare le proprie esigenze né di protestare quando le si fa torto.

Troppo spesso si è guardato non al bene della Natura, ma al bene di chi la Natura ha il compito di gestire.”

— Associazione Italiana per la Wilderness


mercoledì 27 novembre 2019

Turismo e ambiente

Wild Nahani




NB. Testo tratto dal libro "L'Uomo naturale"


Un tempo era appannaggio di pochi intellettuali, di esploratori o di arditi avventurieri. Successivamente il fenomeno ha coinvolto, a partire dal Nord America, larghi strati della popolazione, contaminando pochi decenni dopo l’intero Occidente e finanche l’Oceania (Moretti, in Gamba & Martignitti, 1995).

L’avvento della piccola borghesia e l’aumento delle disponibilità finanziarie facilita la necessità di crearsi un periodo di svago anche grazie alle ferie retribuite. Divenendo fenomeno di massa crea subito un grave impatto ambientale (diretto e indiretto con la costruzione di seconde case, residence, ecc.). Se nella fase iniziale le località prese d’assalto erano relegate in zone non molto distanti da dove si viveva, successivamente, grazie al potenziamento dei mezzi di trasporto e all’organizzazione dei viaggi, un numero crescente di persone si sposta in ogni luogo del pianeta, attratti dai richiami, culturali, naturalistici, ricreativi (Moretti, in Gamba & Martignitti, 1995). Anche le zone del Terzo Mondo subiscono l’invasione e la conseguente costruzione irrazionale e selvaggia delle strutture di ricezione. Da un fenomeno locale e relativamente ristretto, si è passato ad uno ampio e di massa per approdare ancora oltre con il turismo internazionale.

Per contrapporsi al dilagare del turismo consumistico, nasce il cosiddetto “ecoturismo”: il viaggio a misura di natura (sic!). Regole di base sono: fine educativo, non alterazione degli habitat frequentati, introito economico per le popolazioni locali in alternativa ad attività di sfruttamento della natura. Ma l’ecoturismo ha in sé il germe della distruzione ambientale: la massa. Divenuto infatti fenomeno di massa, rappresenta paradossalmente un pericolo preoccupante per gli habitat naturali. Milioni di “ecoturisti” che solcano i sentieri delle Alpi, dei parchi nazionali e delle riserve o che setacciano le foreste tropicali, le vette nepalesi o le coste australiane. Il turismo “verde”, proprio per immergersi nei luoghi più belli, prende spesso a riferimento le aree protette causando in quei luoghi un impatto estremamente negativo. L’ecoturismo allora assume, come il turismo classico, una forma devastante e incontrollabile. Scrisse J. Muir (1995) con grande profondità di spirito: “Pare strano che i turisti in visita a Yosemite siano così poco commossi da tanta inusitata grandiosità, quasi avessero gli occhi bendati e le orecchie tappate. La maggior parte di quelli che ho incontrato ieri guardavano come chi è del tutto inconsapevole di ciò che gli accade intorno, mentre le rocce stesse nella loro sublime bellezza fremevano agli accenti della vita possente congregazione di acque sonanti che scendono dai monti e qui si raccolgono con musiche che potrebbero cavare gli angeli dal paradiso”.

Allo stato attuale delle cose, il turismo di massa rappresenta una delle forme a maggior impatto ambientale (si pensi, per esempio, alla pratica dello sci). E’ una pura illusione credere di poterlo contenere entro certi limiti. Il turismo una volta esploso è inarrestabile e si comporta come un cancro. Avviene dunque la prostituzione della natura “venduta” al turismo “ecocompatibile” con la scusa che ciò è il prezzo da pagare per “tutelare” un luogo (il mercato dell’ecologia). Ma ci chiediamo: da chi lo tuteliamo se lo vendiamo ad attività che essendo di massa compatibili non sono affatto? “Solamente l’andare da soli, nel silenzio, senza bagaglio, permette di entrare davvero nella natura selvaggia. Tutti gli altri viaggi non sono che polvere, hotel, valigie e chiacchiere” (J. Muir). Queste profonde e semplici parole di J. Muir ci ricordano quali potrebbero essere le qualità di un turismo e di un turista oculato: la discrezione, la spiritualità, la semplicità, il senso del luogo, la riflessione. Se a queste qualità individuali sommiamo il non addomesticamento dei luoghi  inevitabilmente si determinerà una bassissima densità di visitatori ed una altissima qualità del “viaggio”. Tra l’altro, occorre ricordare, ciò che non è espressamente attrezzato, favorito e pubblicizzato non causa fenomeni di massa.

Aldo Leopold  comprese subito il grande pericolo del turismo di massa e dello sviluppo tecnologico quando scrisse (1949-1997) che: “Lo svago divenne un problema preciso ai tempi del primo dei Roosvelt, quando le linee ferroviarie, che avevano escluso la campagna dalla città, cominciarono a trasportare masse di cittadini nelle campagne. Ci si accorse che più gente ci andava più piccola diventava la possibilità individuale di godere di pace, solitudine, natura e bei panorami, e sempre più lungo il tragitto necessario.

L’automobile ha esteso questa spiacevole situazione, in precedenza di lieve entità e a carattere locale, fino ai limiti estremi delle strade praticabili, rendendo scarso qualcosa che prima abbondava. Ma questo qualcosa si deve comunque trovare, e allora, come ioni proiettati dal sole, i turisti della domenica si irradiano da ogni città, generando calore e attrito ogni fine settimana. L’industria del turismo fornisce vitto e alloggio per attrarre sempre più ioni, sempre più in fretta e sempre più lontano..... Le imprese costruiscono strade nell’entroterra, quindi acquistano altre terre per assorbire il flusso vacanziero, accelerato dalle strade appena costruite. L’industria dell’accessorio spiana la strada verso la natura vergine; la conoscenza dei boschi diventa l’arte di usare tutti i vari arnesi disponibili........ per chi cerca qualcosa di più, questo genere di svago all’aria aperta è diventato un processo autodistruttivo, in cui si cerca senza mai veramente trovare alcunché: una delle grandi frustrazioni della società meccanizzata”.