venerdì 29 ottobre 2021

La religiore

Wild Nahani


Illustrazione di Elzbieta Mielczaek



“L’uomo ha sempre saputo; ha sempre saputo che la vita è fondamentalmente buona, che l’universo, le stelle nel cielo, gli animali, le piante, i minerali, gli elementi della terra non sono malevoli, ma cosmicamente impregnati del proposito ordinatore.

Il proposito è la sacralità inerente, l’ordine dell’universo in se stesso. Finché l’uomo ha rispettato questa sacralità, finché ne ha ordito il modello nel suo cuore attraverso l’umiltà e l’interiore sintonia spirituale, il modello della società umana ha anch’esso riflesso la sacralità e l’ordine di cui tutte le cose sono dotate” (J. Arguelles , in J. Levey, 1988).


A questo punto occorre occuparsi, sia pure con un rapido “excursus”, dell’influenza esercitata dal pensiero religioso nei confronti del rapporto che, nel corso dei millenni, l’uomo ha intrattenuto con l’ambiente, osservando preliminarmente che, ove si escluda il Taoismo e il Buddismo (almeno in parte), e non considerando la filosofia di vita di buona parte degli indiani d’America e di pochi altri popoli “nativi”, carattere comune a quasi tutte le religioni è l’antropocentrismo nel quale l'uomo è il "signore del creato".

Tutto è a disposizione del genere umano e nulla ha valore al di fuori della cerchia antropica. La diffusione delle religioni antropocentriche ha avuto un effetto devastante sulla natura tanto che quest'ultima, soggiogata e asservita alle cieche necessità umane, è stata sempre considerata una fonte inesauribile da dove attingere a piene mani senza limiti e senza rispetto. All'apice dell'uomo sta un "essere superiore" (leggasi Dio) che si preoccupa solamente di lui, lo illumina, lo guida, lo protegge e lo esalta nella vita eterna. Dinanzi ad uno scenario così accentrato quale spazio e significato potrà avere il verde di una foresta, lo sguardo di un lupo, il volo di una uccello o la corsa di un ghepardo? Nessuno, sono solo esseri di contorno che l'uomo religioso vede intorno a lui, ma che considera solo alla stregua dei suoi bisogni e della sue necessità. Questo modo di pensare e di agire, unitamente ad altri fattori storico/filosofici, ha determinato il distruttivo dualismo tra l'uomo da una parte e la natura dall'altra, esterna ed indipendente creata esclusivamente per il "signore del creato". La nascita di questo dualismo è all'origine di tutte le concezioni "violente" dell'uomo verso la natura, distaccato da una realtà che all’inizio lo vedeva integrato. Murray Bookchin scrive (AA.VV., 1987): “Per superare il problema del conflitto tra necessità e libertà, fondamentalmente, tra la natura e la società, dobbiamo fare di più che costruire semplicemente ponti tra l’una e l’altra, come avviene nei sistemi di valori fondati su atteggiamenti puramente utilitaristici nei confronti del mondo naturale. La denuncia dell’abuso che l’uomo fa della natura, compromettendo le condizioni materiali della sua stessa sopravvivenza, è indubbiamente fondata, ma del tutto strumentale. Essa presuppone infatti che il nostro interesse per la natura si basi sull’interesse personale, piuttosto che su una sensibilità verso la comunità vivente di cui siamo parte, seppure in modo assolutamente unico e peculiare. Da tale punto di vista, il nostro rapporto con la natura si riduce alla possibilità di saccheggiare il mondo naturale senza arrecare danno a noi stessi, purché riusciamo a trovare sostituti fattibili o adeguati (per quanto sintetici, semplici o meccanici che siano) delle forme di vita esistenti e dei rapporti ecologici. Il tempo ha dimostrato che proprio questa concezione ha giocato un ruolo preminente nell’attuale crisi ecologica, una crisi che non è soltanto la conseguenza di una distruzione fisica, ma anche di un serio sconvolgimento delle nostre sensibilità etiche e biotiche”. L'uomo, nella maggior parte dei credi religiosi, non si è più curato dell'unità della propria vita con quella dell’”esterno da sé" e, conseguenza della radicale scissione, si è sentito al centro del motore dell'universo e conseguentemente ha governato da despota un potere mai dato ma rubato o meglio inventato. Purtroppo i contenuti spirituali della maggior parte delle religioni non hanno proiettato l'uomo in una dimensione universale della vita, ma lo hanno condotto verso una cieca visione egoistica ed accentratrice. E' questo il "peccato mortale" di molte “fedi”, che, scevre da quella visione unitaria e globale, hanno "imposto" all'uomo il senso del dualismo creando un dissidio inconscio verso ciò che è esterno da lui. 

“Il pensiero occidentale è dominato per secoli dalla filosofia aristotelica, ma a partire dal sedicesimo secolo si assiste a un mutamento radicale che segna il passaggio dall’antica concezione di un universo organico e vivente a quella di un mondo-macchina. Questa rivoluzione avviene in seguito alle scoperte di Cartesio, Galileo e Newton in campo matematico, fisico e astronomico. Cartesio separa la res extensa dalla res cogitans cioè lo spirito dalla materia. L’Uomo è l’unico essere dotato di entrambe: ha un corpo il cui funzionamento è descrivibile in termini meccanici ma possiede anche una mente ragionevole, sede del pensiero. Questo lo rende diverso e superiore a tutto il resto della Natura la quale è costituita esclusivamente da elementi materiali, è una grande macchina governata da precise leggi matematiche che l’Uomo può conoscere e dominare.” (Guarraci, 2004). 

Ma elementi destabilizzanti che rendono l’uomo ostile a se stesso e alla natura tutta si rilevano fortemente nella concezione biblica/cristiana del mondo. In quest’ultima, citando Kaiser (1992) ricordiamo che “si crea un abisso tra il mondo, fonte di pericoli e minacce, e i credenti, e si predica ostilità nei confronti della terra....Nella Genesi dell’Antico Testamento l’uomo, considerato soprattutto sotto un profilo spirituale in quanto simile a Dio, viene chiamato di conseguenza a dominare sul resto della natura.......Così il racconto della Creazione non solo ha gettato le basi del dualismo tra Dio e il mondo, ma anche di quello tra l’uomo e il resto del creato, la natura: vale a dire tra l’uomo e il suo mondo. “ Forse”, come scrive Frank Water, “proprio in questa concezione dualistica, che divide l’uomo dalla natura, sta la radice della tragedia umana dell’Occidente””. Scrisse B. Russel (1959): “La religione si basa, ritengo, prima di tutto e soprattutto sulla paura. E’ in parte il terrore dell’ignoto, e in parte il desiderio di sapere che abbiamo una specie di fratello maggiore accanto a noi in tutti i guai e le dispute. La paura è il fondamento di tutto: paura del misterioso, paura della sconfitta, paura della morte”.

Quanto sarebbe più nobile vivere una spiritualità universale, non disgiunta, nella quale l'uomo, elemento di un’ampio infinito sistema, svolga la propria parte al pari di una pietra, di un fiore, di una montagna o di un lupo. Ciò non esclude nessun pensiero che consideri importante l'uomo per l'uomo senza però giungere a sentire l'universo come elemento di appendice alla sua vita. Se l'uomo occidentale è riuscito a sviluppare una si' ampia e distorta spiritualità ha perso la grande opportunità di elevarsi al di sopra della mediocrità antropocentrica dove l'uomo e soltanto l'uomo inteso sia come specie che come singolo individuo, ha valore. Ma è bene ricordarsi che nella convivenza sociale una spiritualità così accentratrice non potrà che portare a continue scissioni, dissidi, intolleranze e incomprensioni. 

Prendiamo a paragone di esempio il Cristianesimo. Esso, pur esprimendo alle sue origini il culto della mitezza e della non violenza, non ha saputo coerentemente trasferire quei principi al rapporto che l’uomo ha con la natura, in quanto rimase condizionato, come abbiamo visto, dalla radice storico-teologica espressa dal Vecchio Testamento. Si legge infatti nella Bibbia (Genesi 1,26): “Facciamo l’uomo che sia la nostra immagine, conforme la nostra somiglianza, ed abbia dominio sui pesci del mare, sui volatili del cielo, sul bestiame e su tutte le fiere della terra, e anche su tutti i rettili che strisciano sulla terra” e poi fatto l’uomo Dio disse (Genesi 1, 28): “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela e abbiate dominio sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame, e su tutte le fiere che strisciano sulla terra”. 

Parole che pesano come macigni, parole che portano al trionfo dell’antropocentrismo. “...Dio, conferendo una legittimazione divina alle mire di dominio cosmico dell’uomo, gli comanda di sottomettere a sé la terra” (Kaiser, 1992) . Solo il Buddismo, tra le più grandi concezioni religiose, ha saputo cogliere, almeno in buona parte, come abbiamo prima sottolineato, il carattere unitario uomo-natura anche se ovviamente è sempre l'uomo che recita la parte principale; tra i fondamentali principi del Buddismo ve n’è uno che recita: ”ogni uomo è portato a tenere un costante amore verso un suo fratello e verso gli animali”, oppure un altro: "......Poiché colui che si rende conto appieno dell'intima unione tra la sua vita ed ogni altra forma di vita, troverà che la sua coscienza si espande, e via via che comprende, ama: fino a che il palpito del suo cuore, s'identifica col palpito dell'universo e la sua coscienza coincide con tutto quanto ha vita. L'amore, naturalmente, ha altrettante forme quanti sono gli esseri che lo racchiudono, tuttavia, in definitiva, ciò che è meramente personale deve cedere il passo all'impersonale, ciò che è egoistico deve recedere dinanzi a quanto è altruistico........".

Quando, muovendo da sì sconsolate meditazioni, si ripercorre secolo dopo secolo la vicenda umana, fino ad arrivare, tra scenari di genocidi e di immani rovine, alla storia del XIIº secolo, ci si trova all’improvviso al cospetto della figura di Francesco di Assisi; quale indescrivibile illuminazione, quale vivido raggio di luce va a posarsi allora sulla storia della Chiesa cattolica! Quale vero e proprio atto rivoluzionario è il “Cantico delle Creature”! E quel Canto appare ancora più sublime se al ripetitivo “sii lodato mio Signore” non si fa seguire il “propter” latino che può tradursi “a causa di”, ma si fa invece seguire il “par” francese, che suona “da parte di”, sicché è un coro di mille e mille voci quello che si innalza dalle creature in lode del Signore. “Già nel tredicesimo secolo San Francesco d’Assisi cercò di distogliere il cristianesimo dalla tesi antropocentrista prevalente in favore di una posizione biocentrica più animista e più antica ‘proponendo una democrazia di tutte le creature di Dio’” (Devall & Sessions, 1989).

Scrive C. G. Jung “Nulla riusciva a convincermi che il ‘fatto a immagine di Dio’ dovesse riferirsi solo all’uomo. In realtà credevo che gli alti monti, i fiumi, i laghi, gli alberi, i fiori e gli animali manifestassero l’essenza di Dio assai meglio degli uomini, con i loro ridicoli vestiti, le loro meschinità, la vanità, la menzogna, l’odioso egotismo...”.

Gli indiani Nordamericani, salvo eccezioni, sono il più vivido esempio di una visione unitaria della vita e della pratica spirituale. Vi è un abisso tra il loro modo di pensare e di agire e il nostro in quanto “....il pensiero fondamentalmente globale, olistico degli indiani americani e di altri popoli nativi, si contrappone al pensiero dualistico occidentale” (Kaiser, 1992). Un artista pueblo disse “Solo dopo essermi liberata dal cristianesimo riacquistai la sensazione di essere integra, di aver raggiunto il mio equilibrio, di essere indiana” (Kaiser, 1992). Scrive ancora Kaiser (1992): “Tutti gli sforzi per vincere la crisi attuale della nostra concezione del mondo sono tesi ogni volta a superare il dualismo di impronta occidentale e a ritrovare la strada che porta al mondo globale, perduta più di duemila anni fa.

Un aspetto centrale di questo dramma concettuale è rappresentato dalla questione della sacralità o meno del mondo. Prima che il mondo unitario e globale fosse scisso in due sfere dell’essere, esso era inteso come spirituale e materiale allo stesso tempo, divino e terreno, trascendente ed immanente....... Questo mondo tutto ripieno di spirito divino era considerato intero e quindi sacro. Solo dopo la differenziazione tra sacro e non sacro, e dopo lo scioglimento dello stretto intreccio tra divino e mondano si arrivò gradualmente a concentrare tutta la sacralità nel Dio trascendente e, di conseguenza, alla dedivinizzazione o sconsacrazione del mondo della materia.....

A tutto ciò si contrappone la visione globale del mondo degli abitanti dell’America prima dell’arrivo degli europei: praticamente tutte le popolazioni native americane condividevano la concezione mitica di un mondo in cui le sfere dello spirito e della materia, del sacro e del profano non erano rigorosamente distinte, ma formavano un’unica globalità....”.

Integra il discorso Dalla Casa (1996): “Nelle concezioni orientali le altre specie viventi sono composte di esseri che vivono in modi diversi la nostra stessa avventura, con pieno diritto ad una vita libera ed autonoma. Invece, nel nostro mondo, i cosiddetti ‘movimenti per la vita’ ritengono ovvio occuparsi solo della vita umana, senza neanche il bisogno di precisarlo. Dell’equilibrio e dello stato di salute della Vita, cioè del Complesso dei Viventi, non si preoccupano affatto”. Un classico atteggiamento del genere è evidenziato chiaramente da molti credenti che si preoccupano esclusivamente ed egoisticamente della vita umana! Hosle (1992) annota saggiamente che: “Le Chiese dovranno modificare radicalmente la loro maniera di predicare: al giorno di oggi colui che opera in modo ecologicamente consapevole può affermare di seguire lo spirito dell’etica cristiana con maggior diritto di chi tramanda credenze che possono anche essere degne di rispetto per la loro vetustà, ma che danno uno scarso contributo alla soluzione dei problemi riguardanti l’esistenza del genere umano. E’ palese che in questo contesto andrebbe rivista anche la formazione dei teologi: mi sembra che per un maestro di morale (perché anche questo dovrebbe essere il sacerdote) alcune nozioni fondamentali in materia di ecologia siano più importanti di uno studio dettagliato della scienza liturgica”.

A proposito di tutte le speculazioni umane sul significato e sugli scopi della nostra vita, speculazioni che hanno coinvolto una fila interminabile di filosofi, teologi e quanti altri, Watts (1978) ci ricorda magistralmente: “Forse cominciamo a comprendere perché quasi tutti gli uomini hanno la tendenza a cercare conforto tra gli alberi e le piante, i monti e le acque.......forse la ragione di questo amore per la natura non umana è che la comunione con il mondo naturale ci riporta a un livello della natura umana nel quale siamo ancora sani, liberi dalle sciocchezze e dalle ansiose domande sul significato e lo scopo della nostra vita. Infatti quella che chiamiamo ‘natura’, è un mondo libero da un certo tipo di presunzione e di scaltrezza. Gli uccelli e le bestie si impegnano a cercare il cibo e a generare con la massima devozione, ma non cercano giustificazioni, non pretendono che le loro azioni siano al servizio di fini superiori o che contribuiscano in modo rilevante al progresso del mondo”.

John Muir con la sua infinita acutezza di pensiero scrisse (in Devall e Sessions 1989): “Supponete che un cacciatore cristiano vada dal Signore dei boschi e uccida le sue bestie migliori o gli indiani selvaggi e non ci sarà niente da ridire. Ma immaginate che una di queste vittime predestinate, un po’ più intraprendente delle altre, vada nelle case e nei campi e uccida il più insignificante appartenente a questi assassini su due zampe fatti a immagine di Dio e questo sarà assolutamente poco ortodosso e, se l’assassino è un indiano, un atroce delitto. Beh, provo scarsissima simpatia per l’egoistica proprietà dell’uomo civilizzato, e se scoppiasse una guerra fra gli animali selvaggi e il Signore Uomo, sarei tentato di simpatizzare per gli orsi...

Ci è stato detto che il mondo è stato creato per l’uomo. E’ una supposizione completamente smentita dai fatti. Sono in molti a stupirsi quando nell’universo di Dio trovano qualcosa, vivo o morto, che non è commestibile o non è, come si dice, utile per l’uomo. Non contenti di prendere tutto dalla natura, pretendono anche lo spazio divino come fossero le uniche creature per le quali è stato progettato questo insondabile impero...

E’ molto più probabile che la natura abbia creato gli animali e le piante per la loro stessa felicità piuttosto che per la felicità di uno solo dei suoi elementi. Perché l’uomo dovrebbe reputarsi più importante di una entità infinitamente piccola che compone la grande unità della creazione?.....”.

Per completare la breve dissertazione non vi è passo più appropriato di quello di Gregory Bateson (1976): “Se mettete Dio all’esterno e lo ponete di fronte alla sua creazione, e avete l’idea di essere stati creati a sua immagine, voi vi vedrete logicamente e naturalmente come fuori e contro le cose che vi circondano. E nel momento in cui vi arrogherete tutta la mente, tutto il mondo circostante vi apparirà senza mente e quindi senza diritto a considerazione morale o etica. L’ambiente vi sembrerà da sfruttare a vostro vantaggio. La vostra unità di sopravvivenza sarete voi e la vostra gente o gli individui della vostra specie in antitesi con l’ambiente formato da altre unità sociali, da altre razze, dagli altri animali e dalle piante.

Se questa è l’opinione che avete del vostro rapporto con la natura e ‘se possedete una tecnica progredita’, la probabilità che avete di sopravvivere sarà quella di una palla di neve all’inferno. Voi morrete a causa dei sottoprodotti tossici del vostro stesso odio o, semplicemente, per il sovrappopolamento e l’esagerato sfruttamento delle risorse”. 


“Non credete a ciò che avete udito; non credete alle tradizioni solo perché sono state tramandate per generazioni; non credete in qualcosa perché ne è corsa voce o molti ne hanno parlato; non credete semplicemente perché vi viene citata un’affermazione scritta di un qualche antico saggio; non credete nelle congetture; non credete in ciò che considerate vero perchè vi ci siete attaccati per abitudine. Non credete semplicemente all’autorità dei vostri maestri e degli anziani.

Dopo osservazioni e analisi, quando la verità che avete trovato da voi stessi si accorda con la ragione e contribuisce al bene e al miglioramento di ognuno, allora accettatela, praticatela e vivete secondo essa” (Il Buddha - in J. Levey, 1988).

“Credo nel Dio di Spinoza, che si manifesta nell’armonia di tutte le cose, non in un Dio che si interessa del destino e delle azioni degli uomini” (A. Einstein).

“Nel mondo indiano non esiste la concezione secondo cui l’essere sarebbe distribuito lungo una scala verticale, con la terra e gli alberi collocati sui gradini più bassi, gli animali un po’ più in alto e l’uomo, soprattutto quello civilizzato, in cima. Tutte le cose sono considerate piuttosto come sorelle o parenti; tutte sono figlie del Grande Mistero e della Madre Terra, e membri necessari di una globalità ordinata, equilibrata e vitale” (Paula Gunn Allen, in Kaiser, 1992). 

lunedì 27 settembre 2021

La filosofia della conservazione della natura

Wild Nahani


Illustrazione di Elzbieta Mielczarek


“Quando avrete inquinato l'ultimo fiume, catturato l'ultimo pesce, tagliato l'ultimo albero, capirete, solo allora, che non potrete mangiare il vostro denaro.”


— Profezia Cree


1. Oltre la Scienza: La Conservazione come Disciplina Filosofica


La conservazione della Natura può essere definita una vera e propria scienza filosofica, intrinsecamente legata all'ecologia. Sarebbe tuttavia un grave errore concettuale considerare la tutela degli ecosistemi come un'esigenza confinata alla sola sfera scientifica o accademica: essa possiede una portata ben più vasta, che spazia dall'etica alla sociologia, fino alla visione politica globale.


La scienza ecologica fornisce le basi analitiche, ma la conservazione deve poi percorrere una propria strada, spesso irta di ostacoli sistemici. Entrando in evitabile conflitto con la brama di profitto e lo sfruttamento economico, la protezione del mondo naturale incontra un'opposizione tenace, cieca e totalizzante.


Dinanzi alla devastazione ambientale, persino il naturalista rischia talvolta di rimanere sopraffatto, faticando a mantenere il rigore analitico necessario ad affrontare la crisi. Ma quando ha la sorte di addentrarsi nei luoghi non ancora profanati dal degrado, il dialogo incessante della Natura torna a rivelarsi in tutta la sua maestà.


“Una foresta ininterrotta si stende da tutte le parti della capanna in cui scrivo, fluisce innanzi, in un cupo fiotto ondeggiante, verso settentrione, fino all’Oceano Artico... Nessuna ferrovia la traversa per bruciare e distruggere, nessun colonizzatore la rovina con il fuoco e con l’ascia. Da ogni eminenza si possono contemplare leghe innumerevoli di Foresta, che non nutrirà mai le fauci affamate del commercio.


Tutti i sogni sono diventati veri. È scomparsa la paura assillante di una mano vandalica. La vita selvatica, in tutte le sue numerose varietà, ci passa ora quasi a portata di mano... La Natura vive, procede e fluisce tutto intorno nel suo assetto armonioso e metodico. Il ciclo continua...”


— Wa-Sha-Quon-Asin (Gufo Grigio), 1940


2. Il Limite dello Sviluppo e il Dramma dell'Impatto Antropico


Di fronte al collasso globale, la domanda s'impone: la nostra civiltà può avere un futuro?


La risposta rischia di essere drammaticamente negativa se l'umanità rimarrà prigioniera di un modello di sviluppo basato sulla crescita illimitata, sulla sovrappopolazione e sul consumo frenetico di energia e risorse finite.


L'impatto delle attività umane si esercita ormai su ogni matrice ambientale: acqua, aria, suolo, flora e fauna. Ciò che in passato era biologicamente riassorbibile o sostenibile a livello locale, con la tecnologia moderna e l'Iper-antropizzazione è diventato devastante. Se una singola persona raccoglie un fiore in un prato, il prato non ne risente; ma se quell'azione viene moltiplicata per milioni di individui, l'ecosistema viene annientato.


È la parabola del turismo di massa e della pressione antropica sugli ultimi santuari naturali: la pretesa di rendere fruibili ovunque i luoghi selvaggi — come gli ultimi habitat dell'orso bruno o dei grandi predatori — significa decretarne la scomparsa definitiva.


“La visione dell’uomo ‘signore del creato’, in pieno diritto di distruggere o alterare tutto, è dura a morire. Certe culture, più di altre, hanno manifestato una profonda ostilità verso qualsiasi cosa naturale: questo spiega perché in alcuni paesi industrializzati la degradazione sia immensamente maggiore.”


— L. Storer et al. (1984)


3. La Trappola dell'Antropocentrismo e il Valore in Sé


I problemi ambientali sono ecumenici e non si arrestano di fronte ai confini politici. È del tutto velleitario pensare di ricomporre l'equilibrio della Biosfera curando singole "macchie" slegate da una visione globale (Dorst, 1990).


Occorre però fugare il più grave equivoco del pensiero contemporaneo: la pretesa di tutelare l'ambiente in funzione dell'essere umano.


L'uomo non è l'ombelico della Natura, ma un semplice tassello dell'ecosistema. Subordinare la conservazione della Terra al primato umano ("non inquinare altrimenti ci ammaliamo", "salviamo la foresta perché produce il nostro ossigeno") significa ricadere nel medesimo atteggiamento utilitaristico che ha causato il disastro.


L'Ecocentrismo impone l'inversione della prospettiva:


Un bosco vetusto o una valle selvaggia non vanno salvati per l'uomo, ma per il bosco e la valle in sé stessi. Il benessere umano sarà solo un riflesso indiretto, mai lo scopo primario dell'azione conservazionista.


“Sono andato alla fine della terra, sono andato alla fine delle acque, sono andato alla fine del cielo, sono andato alla fine delle montagne: non ho trovato nessuno che non fosse mio amico.”


— Canto Navajo


Mentre l'egocentrismo degli altri esseri viventi risponde a dinamiche istintive che mantengono l'equilibrio complessivo della Biosfera, l'egocentrismo umano è consapevole, premeditato e distruttivo.


“Un californiano mi diceva che se i filosofi vivessero tra i suoi monti, i loro sistemi sarebbero diversi da quelli che la tradizione europea ci ha tramandato da Socrate in poi. Quei sistemi erano antropocentrici, ispirati dalla fatua nozione che l’uomo o l’umana ragione siano il centro dell’universo. Questo è ciò che i monti e le foreste dovrebbero farvi vergognare di asserire.”


— George Santayana (Discorso a Berkeley, 1911)


4. La Centralità del Territorio e l'Unità dell'Ecosistema

Come evidenzia Franco Zunino (fondatore dell'Associazione Italiana per la Wilderness), l'uomo deve imparare a tirarsi indietro non appena la sua presenza incide negativamente sulla Natura, senza cercare cavilli per giustificare il "diritto" alla propria ingerenza.


Se l'uccisione di un singolo animale da parte di un bracconiere è una ferita, la distruzione del suo habitat è una condanna a morte per l'intera specie. In Natura tutti i fenomeni sono concatenati come i movimenti di una sinfonia (Thoreau, 1854): conservare un territorio (una valle, una costa, un bosco) significa tutelare in un unico atto il paesaggio, la flora, la fauna e i processi evolutivi.


“Un fiore senza giardino è condannato a morte, anche se sopravvive nel limitato spazio di un vaso grazie alla semina artificiale.”


— Franco Zunino


5. La Crisi Filosofica dell'Occidente e la Riconnessione Ecologica


Il profondo distacco dalla Natura si è consumato in Occidente quando l'uomo è passato dal cosmocentrismo all'antropocentrismo, trasformandosi in un tiranno che esercita violenza sulla matrice da cui proviene (Galiano & Marchino, 1990). La filosofia occidentale ha storicamente fallito nel fornire una solida etica ambientale (Hargrove, 1990), riducendo la Terra a una mera risorsa economica o a un oggetto di possesso.


“Noi violentiamo la terra perché la consideriamo un articolo che ci appartiene. Solo quando la vedremo come una casa comune a cui apparteniamo, potremo cominciare a servircene con amore e rispetto.”


— Aldo Leopold (A Sand County Almanac, 1949)


Come sottolinea Fritjof Capra (1997), la percezione dell'interdipendenza ecologica richiede una vera e propria eco-etica, specialmente all'interno della ricerca scientifica e della tecnologia, che troppo spesso operano per dominare la materia anziché proteggere la vita.


Il filosofo Vittorio Hösle (1992) ricorda che di fronte alla prospettiva della catastrofe ecologica, la filosofia non può cedere al cinismo o alla rassegnazione: il suo compito storico è mostrare la via d'uscita, superando il dualismo divisore che separa l'Io dal Sé, dall'Altro, dal Mondo e dal Divino (Kaiser, 1992).


6. Verso una Nuova Consapevolezza


La società moderna continua a nutrirsi dell'illusione di un progresso infinito e di un'obiettività scientifica isolata dal contesto naturale (Snyder, 1992). Una vera filosofia della conservazione deve invece ispirarsi a una visione unificante e olistica:


“L’esame delle parti non porta mai alla comprensione del Tutto.”


— Masanobu Fukuoka


La tutela degli ultimi spazi selvaggi del pianeta non è soltanto un dovere scientifico o biologico, ma la massima battaglia spirituale ed etica della nostra epoca.


“C’è solo una speranza di respingere la tirannica ambizione della civiltà di conquistare ogni luogo della terra: l’organizzazione delle genti più sensibili ai valori dello spirito, affinché combattino per la libera continuità della natura selvaggia.”


— Robert Marshall


“Non facendo nulla, non c’è nulla che non venga fatto.”


— Lao-Tze (Tao Te Ching)


domenica 29 agosto 2021

L'Ecologia

Wild Nahani


Illustrazione di Elzbieta Mielczarek

NB. Testo tratto dal libo "L'uomo naturale"


“Siamo diventati una specie che non è più in equilibrio coevoluto con il proprio ambiente” (Chapman & Reiss, 1994). I gravi squilibri ambientali connessi allo straordinario sviluppo demografico del  nostro pianeta hanno posto in primo piano lo studio dell’ecologia, una scienza che si occupa appunto della relazione intercorrente tra l’ambiente e la somma degli organismi viventi, sia sotto specie animale che vegetale. Si sa che la natura, quando non viene turbata, provvede da sé stessa a mantenere in equilibrio il rapporto tra essere viventi e ambiente circostante (ecosistema), un equilibrio in continuo mutamento che si basa essenzialmente sulla catena alimentare che vede le piante al primo livello, gli erbivori al secondo, i carnivori al terzo; il passaggio dal primo al terzo livello può essere descritto graficamente come una “piramide” energetica. E’ da notare altresì che le spoglie vegetali e animali vengono decomposte dai degradatori, o microconsumatori (batteri, funghi) in sostanze inorganiche, e  rimesse in circolo.

“Stupisce che la stessa ecologia, una delle discipline contemporanee più organiche, abbia un modo di pensare così poco organico. Mi riferisco al bisogno di derivare dall’interno le differenze, una cosa dall’altra: ciò che è maturo da ciò che è in embrione, le cose più complesse da quelle più semplici. Insomma, mi riferisco a un modo di pensare biologicamente, non deducendo semplicemente le conclusioni dalle ipotesi, come si usa in matematica, o limitandosi a registrare e classificare dei fatti. Ecologisti o ragionieri, poco importa: tutti tendiamo a condividere il modo di ragionare che oggi prevale, e che è soprattutto analitico e classificatorio, piuttosto che processuale , evolutivo. I modi di ragionare analitici, classificatori e deduttivi funzionano perfettamente, quando si deve smontare o rimontare il motore di un’auto, o costruire una casa, ma sono del tutto inadeguati, se si vogliono individuare le fasi che costituiscono un processo, ciascuna concepita nella sua integrità, ma anche come parte di un continuum in perenne evoluzione.... “. (M. Bookchin, in AA.VV., 1987).

Appare perciò evidente che il nostro pianeta è governato dal principio dell’equilibrio dinamico evolutivo (meccanismi a volte non lineari, a volte caotici oppure stazionari o ciclici - R. May, in Bologna 1997) per cui qualsiasi turbamento arrecato a quella naturale “relativa armonia” è apportatore di gravi, spesso irreparabili conseguenze. Muovendo da una siffatta constatazione è facile comprendere quale può essere l’ampiezza della devastazione causata dall’attività dell’uomo che a ragione è stato definito “il più catastrofico agente antiecologico che mai sia comparso sulla Terra” (Mainardi, 1973). Infatti l’uomo interferisce in mille modi sull’ambiente, alterandolo sia direttamente, come accade quando distrugge un bosco o saccheggia il letto di un fiume, sia indirettamente, come avviene quando libera nell’atmosfera enormi quantità di sostanze chimiche, quali vapori di mercurio e di piombo, idrocarburi, amianto, co2, DDT, sostanze solforose e azotate, o quando scarica nei fiumi tonnellate di detergenti, di rifiuti di ogni tipo, o di prodotti tossici che defluendo in mare modificano o distruggono la flora e la fauna marina. “.....Costruiamo dighe ed oleodotti ostacolando il libero spostamento degli animali; pavimentiamo la terra e costruiamo bacini, alterando l’equilibrio idrico....; diboschiamo inconsultamente favorendo le inondazioni e l’impoverimento degli ecosistemi; rischiamo di modificare in modo irreversibile i cicli naturali......; invadiamo l’ambiente con i contaminanti radioattivi......” (Mainardi, 1973).

Si può dunque ben dire che il pianeta è alle soglie di una vera e propria mutazione ambientale, quasi che l’umanità non valutasse con la dovuta attenzione il pericolo di autodistruzione. Non ci sembra che ceda ad un gratuito catastrofismo chi  prevede che un futuro carico di incognite si presenterà innanzi alle generazioni venture ove non vengano adottate a livello mondiale nuove regole di stile di vita e di economia basate su un equilibrio stazionario ed armonico anche se in continuo mutamento. Quando la dominanza assoluta di un’unica specie sul pianeta Terra non viene controbilanciata da una serie di forze “uguali e contrarie”, si determina inevitabilmente  lo strapotere e l’arroganza del dominatore (l’Homo sapiens appunto) che in breve conduce se stesso e la natura tutta verso la totale annientazione. L’uomo in fondo è una sorta di “mostro” che, preso il sopravvento sull’intero pianeta, ne determina la totale sottomissione e distruzione. Nietzsche (in Hosle 1992) ricorda che: “gli esseri razionali che commettono l’errore di interpretare se stessi come soggettività sovrane devono necessariamente autodistruggersi”.

Scrivono Chapman & Reiss (1994): “La constatazione che con il nostro comportamento irresponsabile stiamo distruggendo le specie, gli habitat e forse persino il sistema di sostentamento della vita del pianeta è un pensiero deprimente. Però, abbiamo le conoscenze necessarie per renderci conto di ciò che stiamo facendo e per capire ciò che dovremmo fare per arrestare il declino e porre rimedio alla situazione. Ecco dove l’ecologia entra nel quadro”.

A proposito delle basi di una educazione ecologica annota Capra (1997): “Ricongiungersi alla trama della vita significa edificare e mantenere comunità sostenibili, in cui possiamo soddisfare i nostri bisogni e le nostre aspirazioni senza ridurre le opportunità per le generazioni future. A questo scopo possiamo apprendere lezioni preziose dallo studio degli ecosistemi, che sono società sostenibili di piante, animali e microrganismi. Per capire queste lezioni, dobbiamo apprendere i principi di base dell’ecologia. Dobbiamo diventare, per così dire, ecologiocamente istruiti. Essere ecologicamente istruiti, o “ecocompetenti”, significa comprendere i principi di organizzazione delle comunità ecologiche (ecosistemi) e usare quei principi per creare comunità umane sostenibili. Dobbiamo dare nuovo vigore alle nostre comunità - comprese le comunità educative, economiche e politiche - così che i principi dell’ecologia si manifestino in esse come principi di educazione, amministrazione e politica ......

Mentre il nostro secolo sta ormai per concludersi e andiamo verso l’inizio di un nuovo millennio, la sopravvivenza dell’umanità dipenderà dal nostro grado di competenza ecologica, dalla nostra capacità di comprendere i principi dell’ecologia e di vivere in conformità con essi”.

Purtroppo il nostro distacco dalla natura, venuto progressivamente alla luce forse anche a causa dello sviluppo del pensiero astratto, del linguaggio, della “cultura”, ci ha indotto ad operare in maniera del tutto irresponsabile, creando una struttura sociale e vitale completamente disgiunta dalla realtà naturale (dualismo) che è il contenuto del nostro esistere. Di qui la necessità, proprio utilizzando quel pensiero che ci ha portato al “baratro”, di riapprendere intellettivamente i principi della vita e degli ecosistemi. Principi che erano spontaneamente nostri quando vivevamo coevoluti con il respiro della natura, principi che le “semplici” piante o i tanto “sottosviluppati” e vituperati animali hanno nel loro essere vitale. Noi ora, con sforzo e forse con paradosso, dobbiamo metterci a “studiare” per riconquistare ciò che abbiamo perduto, nella speranza di rendere sostenibile una realtà sociale che non ha nulla di sostenibile con la natura e quindi con il futuro. Il principio di questo studio è valido, ma avrà un vero e reale riscontro nella realtà? Il distacco dalla natura delle categorie politiche, religiose ed economiche è ancora troppo grande, e l’alienazione dell’antropocentrismo non fa certamente parte del pensiero quotidiano. Forse gli ecosistemi naturali non sono in grado di attendere i nostri “passi di comprensione”, la fine del tutto avverrà purtroppo molto tempo prima!

Aldo Leopold  sul finire degli anni quaranta poco prima di morire “aveva terminato il suo famoso saggio The Land Ethic che, più di qualsiasi altro saggio, segnò l’inizio dell’Era ecologica e che veniva considerato come la descrizione più concisa della nuova filosofia ambientale; esso univa un approccio scientifico alla natura, un alto livello di raffinatezza ecologica e un’etica comunitaria biocentrica che sfidava l’atteggiamento economico dominante nei confronti dello sfruttamento del territorio” (Worster, 1994). Sempre Worster (1994), a proposito di Leopold scrive che “Uno dei saggi di Sand Conty Almanc dal titolo Storia naturale - La scienza dimenticata, rappresenta un appello al ritorno all’educazione all’aperto, olistica, ad uno stile scientifico aperto ai dilettanti e agli amanti saggi della natura, più sensibile al ‘piacere di essere immerso in una natura selvaggia’. Nei laboratori e nelle università si insegnava che ‘la scienza è al servizio del progresso’; essa faceva lega con la mentalità tecnologica che regimentava il mondo inseguendo il progresso materiale e doveva quindi essere trasformata insieme alla tendenza manageriale........ Nella prefazione del Sand County Almanac aveva scritto: ‘La conservazione ambientale non sta approdando da nessuna parte poiché è incompatibile con il nostro concetto abramico della terra. Sfruttiamo la terra perché la consideriamo come un bene di consumo che ci appartiene. Quando la considereremo come una comunità alla quale apparteniamo inizieremo a sfruttarla con amore e rispetto’ ”.

Malgrado l’impegno non è possibile, citando il grande E. Goldsmith (1997), concludere con una nota positiva: “L’uomo moderno sta rapidamente distruggendo il mondo naturale dal quale dipende la sua sopravvivenza. Ovunque, nel nostro pianeta, il quadro è lo stesso: foreste che vengono tagliate, paludi prosciugate, barriere coralline estirpate, terreni agricoli erosi, salinizzati, desertificati, o semplicemente coperti di cemento o d’asfalto. L’inquinamento è ora generalizzato: ne sono colpite le falde acquifere, i torrenti, i fiumi, gli estuari, i mari e gli oceani, l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo......

Distruggendo in tal modo il mondo naturale, stiamo progressivamente rendendo meno abitabile il nostro pianeta. Se le tendenze attuali persisteranno, può darsi che in non più di pochi decenni esso non sarà più capace di sostenere forme complesse di vita. Questo può suonare esagerato; purtroppo, è fin troppo realistico”. 

giovedì 29 luglio 2021

L’estetica ambientale

Wild Nahani

Illustrazione di Elzbieta Mielczarek


NB. Testo tratto dal libo "L'uomo naturale"


“Inquinamento, contaminazione, desolazione, sono parole che non sarebbero mai state create se l’uomo fosse vissuto secondo natura. Uccelli, insetti, orsi muoiono e si disfano in modo pulito e bello. (...) I boschi sono pieni di alberi morti e morenti, eppure la loro bellezza era necessaria per completare la bellezza della vita. (...) Ogni morte è bella!” (J. Muir, John of the Mountains, 1938 - tratto da Devall & Sessions, 1989). Mentre in passato le bellezze naturali erano viste solo come fenomeni estetici privi di contenuto, le concezioni della moderna estetica ambientale, oltre a valutare e riconoscere i vari aspetti della bellezza, premono preminentemente sulla protezione e conservazione della natura (D’Angelo, in Gamba & Martignitti, 1995). Ciò che viene maggiormente sentito è dunque il corretto rapporto tra uomo e ambiente e la vera tutela della natura. Al limite, le bellezze naturali vengono utilizzate per riaffermare argomenti a favore della loro conservazione (D’Angelo, in Gamba & Martignitti, 1995). E anche in questo caso possiamo sviluppare questo concetto sia in chiave egocentrica, cioè bellezze naturali valevoli solo se legate alla percezione sensoriale dell’uomo, e sia in chiave ecocentrica ovvero bellezze naturali dal proprio valore intrinseco. Hargrove (1990) scrive in proposito: “La bellezza è un carattere intrinseco e oggettivo dell’ente naturale (il quale quindi è bello per il solo fatto di esistere), dunque essa è svincolata dalla percezione da parte di un soggetto”.

La natura è considerata, a detta della scienza, come una specie di contenitore nel quale razionalmente è possibile discernere i vari elementi quantificandoli e ordinandoli secondo rigidi principi matematici e mentali (leggasi razionalismo cartesiano). Ne esce fuori una natura parcellizzata, controllata, asettica, dove ogni cosa è come deve essere. “La natura è un perpetuo caleidoscopio di mutamenti fecondi che si rifiuta ad ogni categorizzazione rigida. La mente può cogliere l’essenza di questo movimento, ma mai tutti i suoi dettagli” (Bookchin, 1995). 

Una visione olistica del mondo invece ci fa capire che la natura non è la somma di tutti i singoli elementi che la compongono né la somma delle relazioni tra i membri, ma certamente qualcosa di più. Theodore Roszak dice infatti che occorre essere consapevoli che il tutto è maggiore della somma delle parti. Il mondo naturale, allora, potrà essere visto con altrettanta validità e sicuramente con superiore spirito, anche attraverso le sensazioni, i profumi, le emozioni. Ne consegue che l’estetica ambientale invita ad un comportamento alternativo alla rigidità “professionale” della moderna scienza naturale. Un essere selvaggio conosce molto bene il proprio ambiente e riceve continue emozioni nel rapporto con esso: questa è la conoscenza naturale delle cose. Sviluppare dunque questo aspetto, cioè una conoscenza pratica fatta di esperienze e di sensazioni, è il migliore rapporto che possa istaurarsi per riconnettersi con la natura. Sentire il profumo del sottobosco dopo la pioggia, individuare la pista di un animale, osservare la dinamica dei processi geologici, saper pregustare l’imminenza di un temporale, saper accendere un fuoco con semplici mezzi o sapersela cavare in un ambiente selvaggio: questa è la principale conoscenza della storia naturale. Un lupo vive spontaneamente in unità profonda con il suo ambiente, ne conosce i “segreti”, e da esso percepisce continue sensazioni semplici. Probabilmente saranno diverse dalle nostre, come lo saranno da quelle di un orso o di un’aquila, ma in comune ci sono gli stessi due elementi: la conoscenza diretta e pratica del territorio e le sensazioni (paura, dolore, odore, smarrimento, gioia, ecc.).

La moderna scienza, prodotta dal pensiero umano, ha invece assunto un atteggiamento invadente, dominatore e aggressivo nei confronti della natura, riducendo quest’ultima a puro laboratorio esterno di asservimento e di distruzione (D’Angelo, in Gamba & Martignitti, 1995). Si riafferma il concetto dualistico (uomo, centro del mondo - natura, esterna e subordinata) e si postulano principi e corollari prevaricatori. A tale concezione si contrappone l’esperienza estetica. Scrive D’Angelo (in Gamba & Martignitti, 1995): “Di contro a questi atteggiamenti prevaricatori, l’esperienza estetica della natura offre un modello del rapporto non semplificatore e non invasivo, sia perché ci insegna a tenere conto di tutta la complessità della nostra interazione con l’ambiente, rivalutando la componente sensoriale della nostra esperienza, sia perché l’atteggiamento contemplativo proprio dell’esperienza estetica rappresenta l’antitesi della sottomissione violenta della natura compiuta dalla tecnica”.

Dinanzi all’attuale distruzione e invasione della natura, è impensabile proporre un’etica ambientale ricca di considerazioni utilitaristiche per l’uomo. Occorre invece definire un’etica che lo responsabilizzi e lo conduca verso una visione monistica e globale della vita per consentirgli la riconnessione con l’uno naturale. Per poter riconoscere i limiti e le dimensioni ridotte dell’uomo, essere paritario agli altri elementi del mondo naturale, è però necessario rinegoziare il valore delle cose. Ma, ad essere sinceri, un’etica così incisa di elementi non utilitaristici, troverà non pochi antagonisti nel corso della sua proposizione. Hargrove nella sua opera Fondamenti di etica ambientale (1990) annota: “Passiamo ora al problema finale, cioè all’affermazione che il bello naturale è inferiore al bello artistico, in quanto troppo estraneo per conformarsi ai criteri e ai gusti estetici dell’uomo. Questa posizione è stata sostenuta in ‘La nostra responsabilità per la natura’, dove Passmore afferma che la natura addomesticata è preferibile alla natura selvaggia, alla selvaticità, perché, dal punto di vista dell’uomo, è più gradevole e più intellegibile. L’uomo capisce la natura addomesticata perché ‘ha contribuito a crearla’. Per contro, continua Passmore, ‘l’uomo è in qualche modo alienato dalla natura selvaggia; essa è qualcosa di esterno a lui’.....

Questa concezione della natura ha elementi comuni, ad esempio, con la teoria di Locke della proprietà, per la quale la natura viene valorizzata dal lavoro dell’uomo. La natura così trasformata diventa proprietà, in quanto qualcosa di umano, il lavoro, è entrato a far parte della natura grezza e si è permanentemente unito a essa. Questa concezione della natura come qualcosa di incompleto e pressoché senza valore, che attende che l’uomo vi riversi struttura, ordine e valore, affiora anche negli scritti filosofici di Hegel, quando egli afferma che, poiché la natura non ha volontà propria, l’uomo ha diritto di usare la sua volontà d’impadronirsi di ogni e tutti gli oggetti naturali, facendoli suoi”. Ogni commento a queste disarmoniche argomentazioni sarebbe superfluo. Hargrove infatti nel paragrafo successivo ricorda che: “Dato che i nostri criteri estetici derivano dalla natura, è assurdo affermare che i criteri della natura sono troppo estranei per essere accettabili e intellegibili dall’uomo”. Integra il discorso Leopold (1949-1997): “Il turista a caccia di trofei ‘naturali’ ha delle peculiarità che contribuiscono in modo sottile al suo comportamento. Per soddisfarsi deve possedere, invadere, appropriarsi. Di conseguenza, i luoghi selvaggi che non può vedere personalmente non hanno per lui alcun valore. Da ciò deriva l’opinione comune che una terra inutilizzata non renda alcun servizio alla società. Per chi è privo di immaginazione un vuoto sulla carta geografica è un inutile spreco, per altri è la parte più preziosa”.

E poi ancora Hargrove (1990): “Secondo l’estetica positiva, la natura, nella misura in cui è naturale (cioè, non alterata dall’uomo), è bella e non ha qualità estetiche negative. Tale concezione ha trovato la sua espressione più famosa nella frase, continuamente citata nel diciannovesimo secolo, di John Constable, che affermò, ‘Non ho mai visto una cosa brutta in vita mia’. Secondo tale concezione, chiunque trovi il brutto in natura semplicemente non l’ha saputa percepire in modo giusto, non ha saputo trovare criteri appropriati in base ai quali giudicarla e apprezzarla esteticamente. L’estetica positiva è strettamente associata a un tipo specifico di argomento preservazionista, che sostiene il diritto della natura di esistere. Secondo quest’argomento, che generalmente è espresso in modo affatto inadeguato, tutto ciò che esiste ha diritto d’esistere semplicemente perché esiste…..”.

Scrive infine Franco Zunino (1980): “La natura selvaggia è un bisogno spirituale che ognuno di noi si porta dentro e che va dal semplice amore per il bello al preponderante bisogno di solitudine che sentono alcuni. E’ il senso di fastidio che proviamo in natura di fronte all’opera dell’uomo, anche quando quest’opera è minima o ha fini di conservazione o di studio. La natura selvaggia è acqua libera di scorrere, di erodere, di gonfiarsi e straripare; è la libertà di volare e di correre degli animali; sono gli orizzonti intatti di montagne o di piatte paludi; è l’immensità del cielo su un panorama d’erba; è il silenzio della natura e lo scrosciare d’acque nelle valli montane; l’urlo del temporale nella foresta; il sibilo della bufera e il boato pauroso della valanga; il lento volo dell’aquila che annulla lo spazio tra le montagne; è il gioco delle onde sulle scogliera. La natura selvaggia è girare attorno lo sguardo e non vedere segno d’uomo; è ascoltare e non udire rumori d’uomo”.