giovedì 30 gennaio 2020

Ecologia Profonda di Gaia Camilla Belvedere (Ecopedagogia)



Negli anni settanta il filosofo norvegese Arne Naess coniò il termine “ecologia profonda” per indicare una consapevolezza che riconosce la fondamentale interdipendenza di tutti i fenomeni e il fatto che gli esseri umani, esseri al contempo individuali e sociali, incidano sui e dipendano dai processi della Natura.  Nel 1973 usciva in stampa l’articolo The Shallow and the Deep Long- Range Ecology Movement. A Summary, nel quale Arne Naess definiva i caratteri del movimento dell’ecologia profonda, in contrapposizione al pensiero ecologico riformista. Nel suo articolo il filosofo norvegese traccia una classificazione dei diversi approcci allo studio dei problemi ambientali, introducendo per la prima volta le due categorie “ecologia profonda” (deep ecology) ed “ecologia superficiale” (shallow ecology). L’ecologia superficiale viene definita come il “movimento che lotta contro l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse”, il cui obiettivo centrale guarda alla “salute e alla ricchezza delle popolazioni dei paesi sviluppati”. Viceversa l’ecologia profonda si distingue per un rovesciamento di approccio. I principi che caratterizzano quest’ultimo vengono esposti in sette punti:

1. Rifiuto dell’immagine “uomo nell’ambiente” a favore di un’immagine di campo relazionale totale. Con questa espressione Naess introduce il principio della relazione intrinseca, che dissolve ogni idea di oggetto separato posto in un ambiente, nonché quello che diverrà uno dei concetti chiave della sua ontologia ecologica.

2. Egualitarismo biosferico di principio. Senza fingere che non esistano conflitti tra specie e tra individui, prassi di uccisione e sfruttamento inevitabili (non solo animali), tutti gli esseri hanno uguale diritto a vivere e a realizzarsi. La restrizione di questo diritto alla sola specie umana è un antropocentrismo ingiustificato che si ritorce contro l’uomo stesso in quanto causa di alienazione.

3. Principio di diversità e simbiosi. Principi fondamentali della scienza ecologica, essi aumentano le possibilità di sopravvivenza e la ricchezza delle forme di vita.

4. Posizione anticlassista. Va applicata alla considerazione di ogni conflitto tra gruppi ed è necessaria per le potenzialità di realizzazione di ogni individuo.

5. Lotta all’inquinamento e all’esaurimento delle risorse. Spesso si ritiene che quest’obiettivo sia sufficiente a fronteggiare la crisi, mentre si possono causare ulteriori danni, quali l’accrescimento delle differenze di classe (ad es. tra paesi ricchi e paesi poveri) o la distruzione parziale degli ecosistemi dovuta all’inseguimento di misure tecnologiche per la riduzione dell’inquinamento. In generale questa norma o principio è l’unica ad aver finora avuto sostegno politico, ma di per sé non intacca alcuna delle cause profonde della crisi.

6. Complessità, non complicazione. Ulteriore principio della scienza ecologica. La distinzione tra complessità e complicazione è la stessa che tra un insieme dotato di una forma “gestaltica”, un sistema o organismo, ed una giustapposizione di enti, complicata e priva di principio.

7. Autonomia locale e decentralizzazione. La vulnerabilità di una forma di vita è proporzionale alla dipendenza da influenze distanti ed esterne rispetto alla regione nella quale essa ha raggiunto un equilibrio ecologico. Ridurre queste influenze significa rafforzare l’autosufficienza, ridurre i consumi di energia e risorse.

Secondo Naess l’ecologia profonda costituisce il contributo più significativo all’etica ecologica. Egli sostiene che i nostri “valori, stili di vita, i nostri comportamenti, sono radicati in una visione del mondo che rimane implicita, influenzando tutto ciò che facciamo. Così non importa quanto modifichiamo tecnicamente le situazioni, e non importa come riformiamo i processi decisionali legali e morali, i risultati finali saranno comunque conformati a quella visione del mondo, in quanto essa condiziona la nostra percezione e il nostro ragionamento.” Per far fronte alla complessità con cui si profila la conoscenza dell’ambiente occorre quindi una nuova ‘ecologia delle idee’, in grado di configurare il cosiddetto paradigma ecologico. Assunto fondamentale divengono allora le relazioni ecologiche in una concezione coevolutiva dove gli organismi e l’ambiente non sono entità separate, ma co-produttive. Tutto è interconnesso. L’idea di natura non è mai neutra in quanto disegna una precisa mappa di possibilità di azioni, una mappa che svolge la funzione di autorizzare certi percorsi sul territorio rendendone impraticabili altri.

Nel contesto dell’ecologia profonda, l’idea che i valori sono insiti in tutto ciò che è parte vivente della Natura, ha le sue basi nell’esperienza ecologica profonda che la natura e l’io sono una cosa sola. Questa dilatazione totale dell’Io fino all’identificazione con la natura è il fondamento dell’ecologia profonda. Ne consegue che il rapporto fra una percezione ecologica del mondo e un comportamento corrispondente non è un rapporto logico ma psicologico. Dal fatto che siamo parte integrante della trama della vita, la logica non ci conduce a delle regole che ci dicano come dovremmo vivere. Tuttavia, se abbiamo la consapevolezza ecologica profonda, o l’esperienza, di far parte della trama della vita, allora saremo naturalmente inclini ad aver rispetto per tutto ciò che è parte vivente della Natura.

Scrive Capra: “In definitiva, la consapevolezza ecologica profonda è una consapevolezza spirituale o religiosa. Quando il concetto dello spirito umano viene inteso come la forma di coscienza in cui l’individuo prova un senso di appartenenza, di rapporto di connessione con l’intero cosmo, diventa chiaro che la consapevolezza ecologica è spirituale nella sua essenza più profonda.” Il paradigma antropocentrico lascia il posto ad un paradigma ecocentrico del quale la visione unitaria costituisce il nucleo.

Secondo questa prospettiva, solo da un sentimento di unione e da un senso di reciproca appartenenza e interdipendenza si può fare derivare la possibilità di un’armonia tra tutti gli esseri viventi e il loro ambiente, di una pace autentica e duratura tra tutti i popoli e tutte le genti.

Il senso e l’esperienza dell’appartenenza e dell’unione è qualcosa che si costruisce nel tempo ma le cui basi vengono poste nei primi anni di vita del bambino. L’ecologia profonda nasce prima sul piano dell’anima, del sentimento, e solo successivamente si trasferisce anche sul piano delle idee. Il bambino piccolo deve quindi avere innanzitutto la possibilità di vivere l’esperienza della natura, di sentirla. In questa fase di sviluppo il bambino è per natura profondamente connesso con il proprio ambiente, si sviluppa e impara grazie all’interazione con l’ambiente. Nel bambino piccolo è sin dalla nascita nell’esperienza dell’ecologia profonda ma ne è del tutto inconsapevole. Solo preservando questo legame con la natura, coltivandolo negli anni, egli potrà avere la possibilità e il tempo di portarlo a piena coscienza, e divenire quindi una persona sensibile e responsabile del proprio ambiente di vita.


"Qualunque paesaggio è uno stato d’animo"

(Henri Frederich Amiel)

mercoledì 29 gennaio 2020

Le aree protette

Wild Nahani




NB. Testo tratto dal libro "L'Uomo naturale"


L’istituzione di aree protette rappresenta un passo importante e decisivo per la salvaguardia di interi ecosistemi e per la protezione della flora e della fauna. Tuttavia tali aree non possono essere considerate sufficienti ad una vera conservazione del mondo naturale se non sono accompagnate da una visione unitaria, profonda ed ecocentrica di tutta la realtà biotica e abiotica. Fermarsi alla protezione superficiale di questa e quella area senza mutare radicalmente il pensiero antropocentrico, non solo non garantirà realmente alcun successo alla conservazione del mondo, ma vanificherà la stessa creazione delle specifiche aree “protette”.

L’istituzione di tali aree muove dalla necessità di assicurare una valida difesa degli spazi vitali ancora totalmente o parzialmente incontaminati, al solo scopo di proteggere la natura. Ma occorre purtroppo rilevare che nella realtà storica tale nobile intento è spesso prevaricato da motivazioni derivanti da interessi antropici di tipo turistico-ricreativo; non a caso il primo parco nazionale istituito nel mondo, quello di Yellowstone, nacque sotto il segno di una siffatta ambiguità originaria. Accade a volte che, aree nate col genuino intento di salvare la natura vedano successivamente stravolgere il loro “status” a causa “dell’esplosione” turistica che inevitabilmente apporta costruzione di strade, di punti di ricezione, di rifugi, di sentieri e di altre strutture, spesso sollecitate dagli interessi economici delle popolazioni che vivono in contiguità col parco. E' soltanto da sperare che una siffatta contaminazione di intenti non coinvolga col passare degli anni i grandi parchi che si estendono in zone disabitate come quelle del Canada e della Siberia, ma non si pecca di eccessivo pessimismo se si profetizza anche per quelle aree un futuro gravido di insidie. Per quanto attiene in particolare alle problematiche afferenti alle aree protette che si sviluppano in territorio italiano, occorre sconsolatamente osservare che l’alta densità demografica della penisola genera spesso situazioni conflittuali tra l’amministrazione dell’area e le popolazioni locali, da cui consegue un confronto dialettico che si conclude spesso con compromessi che vanno immancabilmente a scapito della natura (occorre “indennizzare” le popolazioni locali per evitare o ridurre lo sviluppo di attività non compatibili con l’ambiente o finanziare invece ogni iniziativa compatibile con la tutela del territorio). E' perciò auspicabile che nel futuro non vengano vanificati gli statuti dei parchi, né si verifichino cedimenti nei confronti di egoistiche pressioni di tipo economico. Ovviamente, occorre ricordare, le popolazioni locali non vengono affatto considerate quando si opera in località del terzo mondo o in ogni caso in località dove gli abitanti del luogo non hanno un “peso” politico e sociale. L’uomo occidentale distrugge l’ambiente e poi chiede ai “locali” i sacrifici. Perché spesso si parla di spostare interi villaggi da un luogo all’altro per determinati interessi (per esempio per la deviazione di un corso d’acqua o per la costruzione di una diga) ma stranamente quegli spostamenti non riguardano mai luoghi “altolocati” (proviamo a chiedere di spostare Manhattan!!!). Il “peso” che un’area protetta scarica sulle eventuali popolazioni locali deve essere assorbito da tutta la comunità che deve farsi carico delle operazioni nell’interesse collettivo. Mettere in condizioni di “far produrre” un’area protetta per favorire i locali, significa, sicuramente favorire i locali, ma significa anche distruggere l’obiettivo che si era posto per la conservazione reale di un territorio (leggasi in prima istanza “sviluppo turistico”). Quindi, come si esporrà più compiutamente poco oltre, occorre operare con la politica dell’indennizzo e del decentramento delle attività a forte impatto in luoghi a bassa valenza ambientale.  

E' importante notare che l’istituzione di aree protette può assolvere anche il compito di scongiurare l’estinzione di animali o di piante che soltanto con un’adeguata tutela possono sopravvivere. Un emblematico esempio di protezione di specie animali conseguente all’istituzione di un’area protetta è il salvataggio dell’orso bruno marsicano e del camoscio d’Abruzzo grazie alla creazione del Parco Nazionale d’Abruzzo. 

Da queste considerazioni appare chiaro che, attesa la estrema gravità del degrado ambientale, occorre intervenire radicalmente, senza compromessi, ponendo la salvaguardia dell’ambiente in posizione preminente rispetto a qualsiasi altro interesse; ciò può essere spesso conseguito, almeno in parte del territorio, attraverso l’istituzione di aree protette, nelle quali non solo è limitato o precluso l’intervento umano, ma a volte la presenza dell’uomo è tassativamente vietata (riserve di tipo integrale). E' da tenere inoltre presente che, ove una riserva voglia effettivamente esplicare la propria funzione protettiva, deve inglobare una vasta porzione di un territorio che si configuri come un’espressione completa, armonica ed omogenea sotto l’aspetto territoriale, fitologico e zoologico (un’area protetta deve essere più grande possibile, ma sempre in riferimento alla qualità ambientale e non alla “strumentalizzazione” del territorio per estendere fortemente la superficie del parco con chiari intenti “speculativi” economici). E' inoltre necessario che l’area protetta sia circoscritta entro una fascia di rispetto esterna che funga da ammortizzatore tra l’area protetta stessa e il restante territorio antropizzato. Purtroppo però aree realmente protette di tipo integrale, oltre che limitate numericamente, hanno quasi sempre un’estensione di scarso rilievo, il che deriva certamente dal fatto che questo tipo di protezione tutela realmente l'ambiente ma non indulge ad interessi di natura economica. Scrive Dorst (1988): “Agli occhi dei naturalisti, la prima e più importante misura da adottare è la costituzione di riserve naturali integrali poste sotto il controllo dell’amministrazione pubblica e in cui sia tassativamente proibita qualsiasi azione umana, tendente a modificare gli habitat o ad apportare perturbazioni di qualsivoglia genere ed entità alla fauna o alla flora. In queste riserve la natura deve essere lasciata a se stessa, come se - in teoria - l’uomo non esistesse”.  

Con quanto detto sinora non si vuole affatto affermare che tutte le aree protette debbano essere precluse alle persone, trascurando in tal modo l’importante funzione educativa e di ricreazione spirituale che a volte quelle possono svolgere per la sensibilizzazione delle masse alla protezione dell’ambiente. Ma, per fare ciò è necessario imporre severi vincoli poiché un’area protetta è un’oasi di natura, e non un giardino pubblico. Quindi si consideri pure l’apertura di parchi nazionali e di riserve naturali almeno nelle parti meno delicate, ma a condizione che la presenza umana, vuoi quella connessa ai visitatori occasionali, vuoi quella rappresentata dalle comunità locali, sia rigidamente controllata ed armonizzata al ritmo della natura.

Alcune volte appare utile l’istituzione di aree protette “orientate” nelle quali si mira a ripristinare le condizioni naturali compromesse dall’attività antropica; tale obiettivo si consegue a volte mediante la reintroduzione di specie faunistiche presenti in epoche anteriori e distrutte dall'uomo, altre volte attraverso l'eliminazione di opere umane come strade, dighe, costruzione di altri manufatti, ecc. Ovviamente questo tipo di intervento potrà essere attuato solamente in quelle aree che presentino condizioni abbastanza integre, che abbiano un minimo di capacità di ripresa e conservino la potenzialità necessaria ad accogliere le precedenti forme di vita. In altri termini se in un’area si vuole reintrodurre una specie faunistica che era presente in passato, non basta proteggere solamente tale area per procedere senz'altro alla reintroduzione della specie, ma è necessario accertarsi che in quelle località ci siano ancora le condizioni necessarie a che la specie animale reintrodotta possa affermarsi e prosperare nuovamente. Se la gestione reputasse utile dar corso ad una qualche forma di reintroduzione all'interno dell'area protetta, dovrebbe far precedere gli eventuali interventi da lunghi e meticolosi studi, come ad esempio: raccolta delle testimonianze storiche sulla passata presenza della specie, individuazione delle cause che hanno determinato la scomparsa della specie, rilievi sulle esistenti condizioni ecologiche dell’area al fine di appurarne la compatibilità con le specie da reintrodurre (se la specie reintrodotta ha un vasto areale di spostamento, occorre valutare anche le “reali” condizioni ambientali e protezionistiche dei territori circostanti al fine di garantire condizioni idonee alla specie reintrodotta anche se sconfina dalla Riserva/Parco). Gli interventi ritenuti scientificamente attuabili dovranno ridurre al minimo le manomissioni del territorio (se p.e. sarà necessario costruire recinti di acclimatazione, occorre ubicarli in luoghi a basso impatto ambientale, preoccupandosi altresì di costruirli con strutture poco appariscenti).

Sarebbe gravissimo errore procedere all'introduzione o reintroduzione di specie animali o vegetali storicamente assenti nella zona oppure reintrodurre specie animali che, pur non trovando nella Riserva le condizioni ecologiche necessarie per la loro sopravvivenza (p.e. le fonti alimentari), vengano mantenute esclusivamente con aiuti umani artificiali. Altrettanto grave errore sarebbe quello di reintrodurre/introdurre una specie per soli fini estetici (molti esempi ci vengono offerti dall’operato degli Anglosassoni come in Gran Bretagna, in Nuova Zelanda, in Australia).

La nascita di un’area protetta dovrebbe quindi essere motivata esclusivamente dall’esigenza di conservare il territorio fine a se stesso, ponendo da parte qualsiasi fine utilitaristico diretto. La realtà dei fatti però smentisce in molti casi questa considerazione perché, come già detto in premessa, ancora non si avverte la mutazione del pensiero umano, sempre rivolto ai propri egoistici e miopi interessi. E’ quanto mai opportuno ricordare le parole scritte in merito  da Franco Zunino che ci aiutano, senza altri approfondimenti, ad esporre chiaramente il nostro punto di vista (da Wilderness Documenti Anno IX n°2, 1994). “La protezione di un territorio naturale può certamente avere molti ruoli, molte finalità, ma credo che solo uno debba essere lo scopo per cui la si debba attuare: conservare il territorio fine a se stesso. E conservarlo vuol dire, o dovrebbe voler dire, far si che non venga alterato volutamente, vuol dire decidere di sottrarlo alla logica dello sviluppo (che è la logica del profitto) che è prettamente umana.

Decidere di conservare un luogo è decidere di tenere per quel luogo un comportamento ancestrale, animale, quale è la nostra origine, che è l’unico modo per poterci definire in equilibrio con l’ambiente: nessun cervo, nessun lupo, nessun orso ha mai potuto o preteso di “sviluppare” o “valorizzare” o “far produrre” il proprio habitat. Semplicemente da millenni lo utilizzano per quello che spontaneamente esso offre loro e lasciandolo immutato per altre generazioni. E’ solo l’uomo l’unica specie animale ad essere uscita da questo “cerchio della vita”.

Lo spirito che sta all’origine dell’istituzione delle aree protette non può essere stato che questo: decidere di non interferire con l’intelligenza nella logica delle cose naturali che succedono in un certo luogo. Almeno, questo è quello che si coglie leggendo più di una relazione, discorso od atto relativo alla nascita dei primi parchi nazionali del mondo sul finire del secolo scorso e all’inizio del nuovo. Ed è questo il significato vero, originario, che, solo, dovremmo dare al termine conservare: lasciare tutto come è!

E’ ovvio che sia poi stata la logica dello sviluppo a prendere comunque il sopravvento, a fare in modo che questo semplicissimo concetto venisse alterato, riportando le istituzioni che sono i parchi nella logica del profitto dalla quale idealmente le avevamo sottratte. John Muir alla fine del secolo scorso disse che “la battaglia per la conservazione della natura continuerà indefinitivamente, perché essa è parte dell’universale battaglia tra il giusto e l’errore”. Aveva ragione, perché da allora nulla è cambiato! Solo, per meglio comprenderlo, bisognerebbe sostituire i termini: giusto = conservazione, errore = sviluppo.

Ovviamente la decisione di voler conservare un certo luogo per sè e di per sè, se non altro come conseguenza o come scopo per questa scelta, può anche scaturire da disparate motivazioni: perché il luogo è insolito per bellezza, o perché è l’ultimo lembo di uno stato ambientale che a causa di un sovrasviluppo è sparito quasi ovunque, o perché ne siamo innamorati per la sua usualità nella nostra vita. Se questo principio, perché un principio ritengo che sia, fosse sempre stato tenuto presente quando si sono costituiti parchi e riserve, pur riconoscendo l’esistenza delle dette motivazioni come spunto per la sua applicazione, sono certo che sì, oggi avremmo un numero assai minore di “aree protette” ed “aree protette” più piccole, che potremmo realmente definire, considerare e presentare al mondo come tali!

Settant’anni dopo la nascita dei nostri parchi nazionali storici, Abruzzo e Gran Paradiso, anche la difesa, la conservazione dei loro angoli più belli, più di valore scientifico, più amati, è ancora in forse! Questa è la conseguenza della continua mancata osservanza di quel principio.

Ancora assistiamo quotidianamente alla battaglia interpretativa sul perché di quelle leggi istitutive e sul come vadano applicate per realizzare le finalità che premettevano e promettevano. Ancora ritorniamo a visitare questi parchi scoprendo sempre qualcosa di antropico in più là dove ricordavamo essere natura. Sempre meno natura e sempre più “umanità”, un processo ripetitivo propagatosi di parco in parco come una malattia inarrestabile. Ciò perché nel nostro Paese il principio di cui ho detto non è stato praticamente mai realmente posto come fondamento alla progettazione ed istituzione di un parco o di una riserva naturale.

Nella stragrande maggioranza dei casi i parchi nazionali, regionali ed altre aree protette, sono stati voluti, progettati ed istituiti con alla base un principio economicista piuttosto che conservativo. Si sono istituiti dei parchi come si sarebbe potuto creare delle strutture o “holding” turistiche. Si è tentato di dare o voler dare, con un parco, quelle stesse cose che hanno dato o si vorrebbe dare con certe iniziative di promozione turistica quali bacini sciistici, centri residenziali, porticcioli, eccetera. Ed è in ciò che sta l’errore di base perché, mentre nulla impedisce ad un centro turistico di adeguarsi sempre di più per soddisfare la richiesta di mercato, per un parco si finisce per creare attorno ai parchi o nei parchi stessi, tanti piccoli centri che producono economia, cosicché il parco divenga anch’esso una fonte di guadagno, di posti di lavoro, di soddisfazione turistico-ricreativa, eccetera; in buona fine, si viene a fare di un parco tutto l’opposto di quello che un parco dovrebbe divenire. Tutto ciò perché, si sono sempre confusi i due principi - quello conservativo e quello economico - mettendoli su un piano di parità, mentre il secondo dovrebbe essere solo subalterno. E, addirittura, per le forze politiche subalterno è finito per divenire il primo! E’ sufficiente leggere certi rapporti, articoli giornalistici, interviste a politici ed autorità, per comprendere come nella nascita di ogni nuovo parco la logica prima non è già di conservare un angolo di natura per motivazioni etiche, bensì di risolvere i problemi economici e occupazionali di una regione.

Ancora oggi questa logica domina in assoluto tra le forze politiche e tra quelle, ed è più grave, ambientaliste più politicizzate: parco uguale a risorsa economica per lo sviluppo di aree depresse. E’ un binomio consuetudinario. Ecco quindi parchi con territori enormi per tutelare aree di scarso valore; ecco quindi vincoli che non esistono o talmente “adattabili” da permettere ogni forma di intervento; ecco quindi che questo “male di non protezione” vengono a soffrire anche quelle parti centrali dei parchi che invece, uniche, meritavano il parco e la rigida tutela che un parco presuppone. Certo, inversamente facendo si sarebbe salvato, conservato, un territorio con vincoli severi su minore spazio: ma nella logica dei politici e politicanti non si sarebbero stanziati miliardi e miliardi per “valorizzare” il parco, per fare del parco un centro turistico e grande resa economica.

Parco come investimento, quindi, non già come garanzia di tutela di un qualcosa di bello, unico, o di valore scientifico a prescindere dal prezzo economico che potrebbe avere per la società o vi si potrebbe ricavare “valorizzandolo”............

Ci si continua a chiedere cosa debba rappresentare un’area protetta, quando questa domanda è quasi pleonastica tanto è semplice la risposta: ovvero, alla difesa di un luogo affinché non muti mai più nell’aspetto esteriore.

Si continua a legare strettamente la concezione di parco alla politica economica, i parchi come investimento, mentre i parchi sono e dovrebbero restare solo cultura e valori interiori in quanto dovrebbero sempre prescindere da quello che di economico potrebbero anche dare.

Ecco quindi e perché la logica del profitto legata ai parchi. I parchi che devono rendere. Così in questa logica, per farli rendere, si scende ai compromessi più deleteri se non per essi come istituzioni, almeno per i complessi ideologici che devono preservare, per la bellezza dei luoghi, per le aspettative dei visitatori più sensibili i quali vengono a perdere in qualità di sentimenti, di emotività, di gioia.

Una delle certezze degli ambientalisti è il non voler riconoscere che i parchi rappresentano dei sacrifici per chi li vive; che i parchi facciano paura agli abitanti locali per i vincoli che impongono. Ed è su questa certezza che poi viene basata la logica dei parchi legata al profitto. Ma è vero invece il contrario! E il problema va risolto non già istituendo dei parchi che non facciano paura (quello che si sta facendo da noi): perché sarebbero ( e sono) dei falsi parchi! Va risolto istituendo dei parchi coscienti del fatto che i parchi sono un lusso, se lo vogliamo dire con un brutto termine. Quindi è giusto che questo lusso lo paghi la società tutta facendo in modo che ciò non avvenga solo sulle spalle di chi li abita, di chi ne è “proprietario” per radici sociali.

Alla logica del profitto va opposta la logica che ovunque un parco arrechi un danno, un aggravio, questo danno e questo aggravio vanno pagati, indennizzati, operando quindi con una logica esattamente opposta a quella del profitto. Solo così i parchi potranno essere degli organismi democratici inseriti in un sistema democratico senza che perdano la loro funzione primaria.

Che un parco possa portare ricchezza a piccoli centri o a singoli individui od anche a nuclei famigliari è un dato assodato ed anche estremamente ovvio, ma non bisogna fare di questo fatto, o fatti, delle motivazioni con valori assoluti e ripetibili per giustificare l’istituzione di altri parchi, perché non potrà mai essere così per tutti i parchi, per tutti i centri dei parchi, per tutti gli abitanti dei parchi.

I parchi devono essere concepiti ed esistere come valori culturali, spirituali; se poi da tali valori ne sprigionano anche degli interessi tangibili, ma senza che li si debba prostituire a questo fine, allora ben vengano questi interessi: ma solo come si offre una mancia per un buon servizio, non per pagare il conto!

E’ illusorio ritenere che un parco possa “pagare il conto”, portare tanta ricchezza quanta ne porterebbe la stessa area lasciata allo sviluppo normale ed imprenditoriale del libero mercato. E’ questa la grande menzogna che accompagna la nascita dei nostri parchi; il male oscuro per cui si continua a lottare prima per istituire i parchi, poi per salvarli da questa logica della “valorizzazione”, del profitto, su cui vengono fondati.

Toccasana di questa logica è il turismo. Del turismo ebbe a dire lo scrittore francese Jean Mistler: “è quell’attività consistente nel trasportare persone che starebbero meglio a casa propria in luoghi che sarebbero migliori senza di loro”. C’è in questa frase la filosofia più profonda del perché di un parco che “rende” secondo la logica del profitto, finisce col non essere più quell’istituzione la cui finalità doveva essere la conservazione di un luogo, l’istaurazione di un qualcosa di per sé, divenendo invece solo un qualcosa al servizio del turismo e del sistema economico.

I parchi vanno invece prioritariamente istituiti per salvare, conservare un luogo.......”.

In alcune regioni italiane, paradossalmente, gli assessorati alle aree protette sono a volte associati al turismo e allo sport. Ciò la dice lunga! Inoltre, le regioni presentano le proprie aree protette non come realtà territoriali di vera e disinteressata conservazione della natura, ma piuttosto come aree destinate a “produrre” a “rendere” ad essere “utilizzate”. La “produttività dei parchi”, uno dei slogan che sta più a cuore degli amministratori, ma anche a buona parte degli ambientalisti, si realizza appieno con le guide regionali ai servizi e alla fruizione turistica. Le aree protette, infatti, vengono presentate secondo ciò che “offrono” di più umano possibile: aree attrezzate, centri visita, musei, sentieri autoguidati, percorsi ciclabili, percorsi ginnici, percorsi a cavallo, piste per sci di fondo, sentieri segnati, ecc. La logica è ancora una volta quella dell’ “uso” della natura, magari ricreativo, turistico, ma sempre dell’uso. Occorre però ricordare che la parola conservazione è sempre in contrasto con qualsiasi attività di massa dell’uomo. Un po’ di minimalismo non farebbe certo male alla società contemporanea. 

venerdì 27 dicembre 2019

La gestione delle aree protette

Wild Nahani




NB. Testo tratto dal libro "L'Uomo naturale".



“Per un controllo e una supervisione morale a favore della Natura sulle attività degli organismi che amministrano le aree protette; affinché i primari interessi del mondo naturale non debbano mai essere messi da parte o sminuiti per fare quelli dell’uomo.”

— Documento Programmatico dell’Associazione Italiana per la Wilderness (Punto 5)

1. L'Istituzione dell'Area Protetta: Illusione e Realtà


Molti cittadini sensibili alle sorti dell'ambiente tirano un respiro di sollievo quando apprendono l'istituzione di un nuovo Parco o di una Riserva Naturale, convinti che quel territorio sia ormai in salvo da ogni minaccia.

Purtroppo, la realtà dei fatti smentisce spesso questa speranza. Molte aree protette continuano a subire ferite profonde e alterazioni irreversibili la cui origine non deriva soltanto da pressioni esterne, ma dal modo stesso in cui gli enti preposti gestiscono il territorio. Per questo motivo, l'operato dei manager ambientali e degli organi governativi deve essere sottoposto a un controllo morale rigido, alla stregua di qualsiasi altra attività ad impatto antropico.

I fatti che giustificano queste amarissime considerazioni sono sotto gli occhi di chi vive e lavora sul campo:

  • Parchi Nazionali gestiti in funzione del flusso turistico e del profitto dell'indotto, anziché della conservazione della flora e della fauna;

  • Riserve ridotte a meri laboratori per sperimentazioni biologiche invasive o farraginosi progetti scientifici;

  • Costruzioni, ampliamenti e ristrutturazioni ingiustificate di rifugi, bivacchi e strutture ricettive in quota;

  • Aree picnic e infrastrutture ludiche realizzate in zone di altissimo ed estremo valore naturalistico;

  • Apertura o asfaltatura di strade montane e forestali, spesso giustificate col pretesto di un'ipotetica "migliore gestione" o "sorveglianza antincendio";

  • Introduzioni o reintroduzioni forzate di fauna attuate senza adeguati studi preliminari sulle cause della scomparsa originale della specie;

  • Tagli boschivi impropriamente definiti "interventi di gestione naturalistica", dettati da consuetudini empiriche o da interessi legnosi;

  • Attività di sorveglianza e controllo del territorio spesso insufficienti o ridotte al minimo da carenze d'organico o disinteresse politico.

2. Il Paradosso delle Strade Forestali e la Dittatura "del Fare"


Emblematico è il caso della viabilità montana all'interno dei Parchi. Nella migliore delle ipotesi, le strade forestali vengono chiuse da una sbarra — con una pioggia di deroghe e permessi speciali —, ma quasi mai si procede al loro smantellamento e al reale ripristino ambientale.

C'è sempre un pretesto per mantenerle in vita. Se si chiedono finanziamenti pubblici per costruire, asfaltare o aggiungere strutture umane, i fondi si trovano con estrema facilità. Se invece un naturalista proponesse un'opera di reale ripristino ecologico — come la rinaturalizzazione e l'eliminazione fisica di una rotabile per restituire la quiete alla fauna —, i finanziamenti e l'interesse istituzionale svaniscono nell'oblio. Non si concede mai un vantaggio univoco e netto alla Natura.

Sarebbe urgente un radicale cambio di forma mentis nei gestori del territorio. Essi rimangono prigionieri della febbrile politica "del fare": scavare, edificare, canalizzare, rimodellare. Non riescono a concepire che in ecologia il "non fare" — il tirarsi indietro e lasciare che la Natura autoregoli i propri equilibri come ha fatto per milioni di anni — è spesso la scelta conservazionista più alta e lungimirante.

“Molti degli obiettivi della conservazione compatibili con l’uguaglianza biocentrica sono sintetizzati nell’espressione ‘Lascia vivere il fiume’... Un’altra possibilità, in armonia con lo slogan di Arne Naess ‘semplicità di mezzi, ricchezza di fini’, è semplicemente: ‘non fare’.”

— Bill Devall & George Sessions (Deep Ecology, 1989)

3. La Sovversione delle Priorità: Quando il Riconoscimento Diventa "Sviluppo"


Secondo logica, la creazione di un'area protetta deve avere una sola priorità assoluta: la conservazione biocentrica del luogo e della vita selvatica.

Solo dopo aver garantito una tutela ferrea e intransigente, gli eventuali benefici economici o sociali per le comunità locali possono essere accolti, ma sempre e soltanto come un effetto indiretto e secondario della conservazione.

Oggi si opera esattamente al contrario. Istituire un Parco è diventato sinonimo di "sviluppo locale", "promozione turistica", "produttività ecocompatibile" e "immagine di marca". Quando infine ci si ricorda della tutela del territorio, le risorse e la volontà politica sono esauste: alla Natura rimangono solo le briciole.

I Parchi ricevono spesso ingenti finanziamenti per serie interminabili di studi scientifici. Molti di questi non sono che paraventi burocratici per "scoprire l'acqua calda", rimandando a data da destinarsi l'applicazione di misure di protezione concrete ma sgradite alla politica.

Con questa "pioggia" di risorse, quasi mai si è vista realizzare l'azione più semplice, diretta ed efficace: acquistare fisicamente i terreni di maggior pregio per sottrarli speculativamente all'uomo e vincolarli per sempre alla pura Wilderness.

4. La Paternità dell'Errore


A chi va attribuita la responsabilità di questa deriva?

Senza dubbio a una burocrazia elefantiaca, all'impreparazione tecnica, al disinteresse morale, alla spasmodica applicazione di una "scienza tecnocratica" che dissipa tempo e finanziamenti senza tutelare un solo ettaro di bosco. Ma la causa profonda rimane l'asservimento pragmatico alle regole dell'economia di mercato e la persistenza della visione antropocentrica.

La gestione esclusivamente "umana" ed utilitaristica delle aree protette è la conferma di quella miopia filosofica per cui l'uomo occidentale non riesce a concepire la Natura se non come una riserva da dominare, recintare e mettere a profitto.

“La gestione dei Parchi e delle aree protette è complessa. I motivi che portano alla loro costituzione non sono quasi mai stati la protezione dei valori naturali, ma la cosiddetta ‘valorizzazione’ dei beni ambientali... Le pressioni economiche e di sviluppo tendono a mettere gli interessi della Natura in secondo piano, proprio perché la Natura non ha la possibilità di gridare le proprie esigenze né di protestare quando le si fa torto.

Troppo spesso si è guardato non al bene della Natura, ma al bene di chi la Natura ha il compito di gestire.”

— Associazione Italiana per la Wilderness